Le tracce di una foresta pluviale in Antartide indicano un mondo preistorico più caldo

I ricercatori hanno trovato prove della presenza di foreste pluviali vicino al Polo Sud di 90 milioni di anni fa, suggerendo che il clima era eccezionalmente caldo in quel periodo.

Una squadra del Regno Unito e della Germania ha scoperto questi suoli forestali del periodo Cretaceo a meno di 900 km dal Polo Sud. La loro analisi di radici, polline e spore conservate mostra che il mondo a quel tempo era molto più caldo di quanto si pensasse.

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Intreccio tra la storia del vulcanismo e le estinzioni di massa

Raccoglie sempre più consenso scientifico il fatto che i gas – in particolare i gas di carbonio – rilasciati dalle eruzioni vulcaniche milioni di anni fa abbiano contribuito ad alcune delle maggiori estinzioni di massa sulla Terra. Ma una nuova ricerca presso il City College di New York suggerisce che questa non è l’intera storia. Continua a leggere

Il continente perduto della Zealandia nasconde indizi sulla nascita dell’Anello di Fuoco

Il continente sottomarino della Zealandia ha subito drammatici cambiamenti nella sua vita di 85 milioni di anni.

Il continente sottomarino nascosto della Zealandia subì uno sconvolgimento al momento della nascita dell’Anello di Fuoco del Pacifico.

La Zealandia è un pezzo di crosta continentale accanto all’Australia. È quasi interamente sotto l’oceano, ad eccezione di alcune terre che sporgono dal mare, come la Nuova Zelanda e la Nuova Caledonia. Continua a leggere

Una salamandra in una grotta è rimasta completamente ferma per 7 anni, ma non era morta

Quando sei cieco e vivi in ​​una grotta, c’è molto tempo per restare seduti a pensare.

Forse è quello che stava facendo una salamandra delle caverne durante un periodo di sette anni in cui non ha fatto assolutamente nulla.

I ricercatori che osservavano questi anfibi ciechi che abitano nelle caverne, conosciuti anche come protei (Proteus anguinus), dovevano mostrare una notevole pazienza prima di poter riferire qualcosa su uno di questi esemplari in osservazione. È una buona cosa che lo studio sia stato progettato per durare per otto anni, perché questo proteo è rimasto completamente fermo per sette anni interi. Continua a leggere

Perchè siamo così fissati nel voler far rivivere il mammut lanoso?

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Quando si tratta di riportare indietro una creatura estinta, spesso pensiamo per primi ai dinosauri.

Per gli scienziati, tuttavia, l’animale che potrebbe tornare nella terra dei vivi non è il T. rex ma il Mammuthus primigenius, altrimenti noto come mammut lanoso.

Queste bestie pelose si estinsero circa 10.000 anni fa, ma per gran parte dell’ultimo decennio sono stati fatti passi da gigante per far rivivere, in qualche modo, il mammut lanoso. La possibilità di riportare indietro il mammut lanoso ha persino reso onore alla copertina del National Geographic, con un’illustrazione dell’animale che, insieme ad altri, escono da un becher.

Ma perché gli scienziati sono concentrati sulla clonazione del mammut lanoso? E dovremmo farlo in primo luogo?

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Delle eruzioni vulcaniche potrebbero aver condotto un’antica dinastia egizia all’estinzione

Migliaia di anni fa, la ricaduta di ceneri dovute ad un’attività vulcanica potrebbe essere stata un cavallo di Troia per una millenaria dinastia egizia, è quanto emerge da un nuovo studio.
Nell’Egitto Tolemaico (305 aC – 30 aC), la prosperità della regione era legata al ciclo di esondazioni del fiume Nilo, con inondazioni regolari che sostenevano l’agricoltura locale. Quando le inondazioni si sono interrotte, le colture si sono seccate e gli scontri sociali hanno cominciato a scuotere la regione.

Il nuovo studio propone un legame tra attività vulcanica e interruzione delle piogge del monsone africano durante l’estate. Una stagione dei monsoni più asciutta potrebbe avere ridotto le esondazioni del Nilo, portando a meno colture e a maggiori carenze alimentari e, in ultima analisi, ha innescato un dilagante scontento sociale che ha portato al collasso della dinastia Tolemaica, è quanto scrivono gli autori dello studio.
Quando i vulcani eruttano, emettono grandi quantità di gas ricchi di zolfo in pennacchi che possono estendersi fino alla stratosfera. Questi gas quindi si ossidano e formano particelle chiamate aerosol di solfato che possono influenzare drasticamente i meccanismi del clima come i monsoni.
Questi aerosol sono veramente efficaci nel riflettere la luce del sole in entrata nell’atmsfera“, ha detto a Live Science in un’e-mail il co-autore dello studio Francis Ludlow, ricercatore presso lo Yale Climate and Energy Institute.
Quando meno energia raggiunge la superficie terrestre abbiamo un raffreddamento, e dove abbiamo un raffreddamento abbiamo anche meno evaporazione acquea e meno possibilità di pioggia“.
Per esempio, gli aerosol prodotti da un’eruzione vulcanica in Islanda avrebbero potuto alterare il meccanismo che generava il monsone africano, portando così a piogge minime e riducendo le inondazioni del Nilo, ha spiegato Ludlow.
Una stagione secca
Ricostruire gli eventi avvenuti nell’antico Egitto ha richiesto di scavare tra i dati geologici per trovare la prova dell’attività vulcanica globale e confrontare tale attività con le fluttuazioni delle inondazioni annuali del Nilo, registrate nel corso dei secoli con strutture chiamate nilometri.
Era già noto che il regime del Nilo era dipendente dalla forza del monsone africano che arriva ogni estate, e che il vulcanismo potrebbe alterare i monsoni“, ha detto Ludlow. I nilometri hanno confermato che durante gli anni in cui c’erano state eruzioni vulcaniche, la risposta media del Nilo era una minore altezza delle inondazioni. In seguito i ricercatori hanno dovuto verificare se questo risultato aveva avuto ripercussioni sociali.
Gli scienziati hanno confrontato i loro dati con un’ampia documentazione riguardante la dinastia Tolemaica che descrive gli episodi di disordini – che erano in precedenza inspiegabili – per vedere se questi incidenti si sovrapponevano al vulcanismo e alla riduzione delle inondazioni, ha detto Ludlow.
Gli archivi hanno mostrato che, nel decennio precedente la caduta della dinastia Tolemaica – che si concluse con la morte di Cleopatra nel 30 aC – La prosperità dell’Egitto si era notevolmente indebolita in seguito alla ripetuta mancanza di inondazioni del Nilo, alla fame, alla peste, all’inflazione, alla corruzione, all’abbandono della terra e alle migrazioni pagando un pesante pedaggio, ha detto Ludlow a Live Science in una e-mail.
Inoltre, i campioni prelevati da nuclei di ghiaccio fornivano dati su eruzioni vulcaniche che si allineavano a notevoli disordini sociali, è quanto scrivono gli autori dello studio.
Per esempio, un’eruzione vulcanica massiccia nell’emisfero settentrionale avvenuta nel 44 aC – la stessa decade osservata nei dati egiziani come periodo di declino – è stata la più grande eruzione in 2.500 anni, “con l’87% degli aerosol rimasti nell’emisfero nord“, ha detto Ludlow.
Indebolimento di una dinastia
Poiché l’agricoltura egiziana dipendeva quasi interamente dalle inondazioni estive del Nilo, le interruzioni delle stesse poteva devastare i raccolti, portando così a carestie e ad un aumento delle tensioni sociali mentre la gente era sempre più affamata e disperata. Se poi esistono anche altre sollecitazioni sociali ed economiche come ad esempio tasse elevate o epidemie, questo potrebbe essere sufficiente per mettere in moto disordini che sfociano in una rivolta in piena regola, ha spiegato Ludlow.
In questi dati storici sono scritti anche avvisi per il presente, ha aggiunto Ludlow.
Sebbene l’attività vulcanica nei secoli recenti non abbia provocato cataclismi sconvolgenti come nei millenni passati, ciò potrebbe cambiare “in qualsiasi momento“. Le eruzioni esplosive potrebbero avere un impatto devastante sulle regioni agricole attualmente dipendenti dai monsoni, che influiscono direttamente sul 70% della popolazione mondiale, ha dichiarato Ludlow.
Per il Nilo, in particolare – con tensioni già elevate per quanto riguarda la condivisione delle acque del Nilo Blu tra Etiopia, Sudan e Egitto – la possibilità di diminuire le forniture a seguito di una prossima grande eruzione deve essere inclusa in tutti gli accordi di condivisione dell’acqua” avverte Ludlow.
I risultati sono stati pubblicati oggi (17 ott.) sulla rivista Nature.

Lo sterco di dinosauro ha fertilizzato il pianeta, è ciò che mostrano nuove ricerche

Che si tratti di un’esposizione in un Museo di Storia Naturale o delle urla divertite che ci sfuggono guardano Jurassic Park, gli esseri umani sono sempre stati affascinati dai dinosauri.

Poco si sa però circa il ruolo giocato dai dinosauri e da altri grandi animali come i mammut o gli elefanti nel funzionamento dell’ecosistema. Come sarebbe il mondo se non fossero mai esistiti?

Christopher Doughty, membro della School of Informatics, Computing and Cyber Systems della Northern Arizona University, si fa spesso questa domanda. Studia i grandi animali da oltre 10 anni, in particolare come questi ultimi abbiano aumentato la fertilità del pianeta.

La teoria suggerisce che gli animali di grandi dimensioni sono molto importanti per la diffusione della fertilità sul pianeta“, ha detto Doughty. “Che modo migliore c’è per provare questo se non quello di confrontare la fertilità nel mondo durante il periodo Cretaceo – quando i sauropodi, i più grandi erbivori mai esistiti, vagavano liberamente – con il periodo carbonifero – un tempo nella storia della Terra in cui gli erbivori a quattro zampe si dovevano ancora sviluppare“.

Durante questi due periodi alcune piante vennero sepolte velocemente prima che si potessero decomporre, di conseguenza, si è formato il carbone. Doughty ha raccolto campioni di carbone provenienti da miniere di tutti gli Stati Uniti. Misurando le concentrazioni di alcuni elementi nel carbone, ha scoperto che elementi necessari per le piante, come il fosforo, erano più abbondanti e molto meglio distribuiti durante l’era dei dinosauri rispetto al Carbonifero. I dati hanno anche rivelato che elementi non necessari per piante e animali, come l’alluminio, non mostrano differenze, suggerendo che gli erbivori abbiano contribuito ad una maggiore fertilità globale.

Secondo Doughty, questi grandi animali sono importanti non tanto per la quantità di sterco che producono, ma per la loro capacità di muoversi per lunghe distanze tra i paesaggi, mescolando efficacemente le sostanze nutritive. Con l’aumento della concentrazione e la migliore distribuzione di elementi come il fosforo, le piante crescono più velocemente, il che significa che i grandi erbivori sono responsabili della produzione del proprio cibo e contribuiscono a rendere rigoglioso il proprio habitat.

Poiché le grandi popolazioni di animali di oggi sono sempre più in pericolo di estinzione, anche l’ambiente è a rischio. In poche parole, meno animali di grandi dimensioni potrebbe significare meno crescita vegetale.

Questo è importante per due motivi” dice Doughty. “In primo luogo, stiamo perdendo rapidamente i grandi animali rimasti, come gli elefanti, e questa perdita comprometterà in modo critico il futuro funzionamento degli ecosistemi riducendo la loro fertilità. In secondo luogo, combinando l’idea che gli animali di grandi dimensioni sono estremamente importanti per la diffusione delle sostanze nutritive con la regola che le dimensioni degli animali aumentano nel tempo, significa che il pianeta può avere un proprio meccanismo per aumentare la fertilità nel tempo. La vita rende il pianeta più fertile per ospitare più vita“.

E se tutti gli insetti della Terra sparissero?

Aiutoooo… un insetto!” È la reazione che molte persone hanno quando sentono le sei zampette di un insetto che strisciano su di loro. Questa repulsione è deplorevole, perché non solo la grande maggioranza degli insetti è completamente innocua, ma per noi umani, e per la maggior parte delle altre forme di vita complessa, il pianeta diventerebbe un inferno terribile senza di loro.

Se tutti gli insetti dovessero scomparire, il mondo sarebbe spacciato, non ci sono altenative“, ha dichiarato Goggy Davidowitz, professore nel dipartimento di entomologia, ecologia e biologia evoluzionistica presso l’Università dell’Arizona.

È vero, se tutti gli insetti scomparissero questo significherebbe niente fastidiose zanzare o pulci su Fido. E più significativo, scomparirebbe il flagello delle malattie diffuse dagli insetti, come la malaria e la febbre dengue, che infettano milioni di persone e ne uccidono centinaia di migliaia all’anno.

Gli agricoltori non avrebbero più bisogno di utilizzare insetticidi. Più di 500 milioni di libbre (più di 220.000 tonnellate) di sostanze chimiche vengono infatti utilizzate annualmente solo negli Stati Uniti per proteggere le colture dagli insetti (dati del Dipartimento dell’Agricoltura degli Stati Uniti).

Tuttavia, questi vantaggi per l’umanità sarebbero praticamente inutili, visto che la maggior parte di noi morirebbe di fame.

Le conseguenze negative sarebbero più gravi degli aspetti positivi“, ha detto Davidowitz a Live Science.

Per cominciare, circa l’80 per cento di tutta la vita vegetale del mondo è costituita da Angiosperme, o piante da fiore. Per riprodursi  il polline di queste piante deve essere fisicamente trasferito da un’antera maschile allo stimma femminile all’interno di un nuovo fiore.

In rari casi, il vento, l’acqua o animali come uccelli e pipistrelli fanno da tramite. Ma la stragrande maggioranza del lavoro di impollinazione è fatta dagli insetti, tra cui le api, i coleotteri, le mosche e le farfalle. “Senza impollinatori“, ha detto Davidowitz, “la maggior parte delle piante del pianeta scomparirebbe“.

Il mondo non sarebbe solo un posto meno verde in questo scenario da apocalisse. Tra il 50 e il 90% della dieta umana, sia in volume che in calorie a seconda del paese, viene direttamente da piante da fiore.

Le Angiosperme includono cereali come riso e grano, nonché frutta e verdura. Inoltre, le piante da fiore ci forniscono cibo indirettamente in quanto diventano foraggio per gli animali che mangiamo, dalle mucche ai polli e addirittura alla maggior parte dei pesci d’acqua dolce.

La maggior parte del nostro cibo è insetto-dipendente“, ha detto Davidowitz. “Se gli insetti scomparissero, anche molti mammiferi e uccelli sparirebbero, perché se non ci fossero gli insetti impollinatori, anche quegli animali che non mangiano direttamente gli insetti non avrebbero comunque frutta e foglie da mangiare. E’ un effetto domino“.

Alzando ancora di più la posta, in stile fine del mondo, l’eradicazione degli insetti comporterebbe: in modo macabro, un mondo ricoperto di alberi morti e carcasse animali – e umane – che, oltre tutto, rimarrebbero a decomporsi più a lungo, perchè scomparirebbero molto più lentamente di quanto avrebbero fatto in un mondo pieno di insetti.
Questo perché gli insetti, insieme ai batteri e ai funghi, sono tra i decompositori principali del materiale organico, dalle foglie ai cadaveri. Senza insetti, il mondo si riempirebbe letteralmente di cose morte.

Aggiungendo un tocco poetico a tutto ciò, il miele e la seta, due delle sostanze più preziose della storia umana, celebrate in antichi versi e frutto di secoli di scambi, non esisterebbero più, in quanto entrambi prodotti da insetti.

Purtroppo la prospettiva di un mondo senza insetti non è del tutto impensabile. Per fare un esempio, l’esposizione ai pesticidi, alle malattie e la perdita dell’habitat hanno decimato le api mellifere selvatiche e domestiche negli ultimi anni.

Inoltre, il cambiamento climatico globale sta’ danneggiando la delicata sincronicità dei ritmi di vita degli insetti e delle fioriture dei fiori in primavera. Perdendo il sincronismo anche di settimane, i fiori che sbocciano troppo presto o troppo tardi restano sterili, in quanto non impollinati, mentre i loro impollinatori restano senza cibo. Per esempio, una ricerca pubblicata nel 2014 sulla rivista Current Biology ha rivelato che l’orchidea Caladenia e il suo impollinatore, l’Andreana Fulva, sono ormai fuori sincrono a causa dei cambiamenti climatici, e questo comporta che l’ape emerge troppo presto rispetto al ciclo di fioritura del fiore.

Nel complesso, i tempi sono duri per molti insetti là fuori, dandoci un assaggio di come la vita diventerebbe in loro assenza. “Questo non è un processo di pensiero astratto“, ha detto Davidowitz. “Sta succedendo adesso“.

Il microbioma delle tempeste di sabbia

Israele è soggetto a tempeste di sabbia e polvere provenienti da diverse direzioni: a nord-est dal Sahara, a nordovest dall’Arabia Saudita e a sud-ovest dalle regioni desertiche della Siria. La polvere portata da queste tempeste influisce sulla salute delle persone e degli ecosistemi. Una nuova ricerca svolta presso il Weizmann Institute of Science suggerisce che parte dell’effetto potrebbe non essere causa delle particelle di polvere ma piuttosto dei batteri che si aggrappano ad esse, percorrendo molti chilometri usando le tempeste.
Alcuni di questi batteri potrebbero essere patogeni – dannosi per noi o per l’ambiente – e alcuni di loro portano anche geni per la resistenza agli antibiotici. Altri possono indurre funzioni di ecosistema come la fissazione dell’azoto. Il Prof. Yinon Rudich e il suo gruppo di ricerca, tra cui il dottor Daniela Gat e il dott. Yinon Mazar dello Weizmann’s Earth and Planetary Sciences Department, hanno studiato la genetica dei batteri presenti nel vento e che arrivano insieme alla polvere.
In sostanza, abbiamo studiato il microbioma della polvere trasportata dal vento“, dice Rudich. “Il microbioma di una tempesta di polvere originaria del Sahara è diverso da quello che soffia dai deserti sauditi o siriani e possiamo vederne la differenza nella composizione della popolazione batterica e dalle condizioni ambientali esistenti in ciascuna zona“.
I ricercatori hanno scoperto che durante una tempesta di polvere la concentrazione di batteri e il numero di specie batteriche presenti nell’atmosfera aumentano notevolmente, così le persone che camminano all’aperto in queste tempeste sono esposte a molti più batteri del solito.
Rudich e il suo team hanno poi esplorato i geni in questi batteri, controllando la loro resistenza agli antibiotici – una minaccia che può sorgere a causa dell’elevato utilizzo di antibiotici, ma che può generarsi anche naturalmente, specialmente nei batteri del suolo. La resistenza agli antibiotici è stata definita dall’Organizzazione mondiale della sanità come una delle principali sfide globali per la salute del ventunesimo secolo e il suo principale motivo è l’uso eccessivo di antibiotici. Ma i batteri possono scambiarsi i geni per la resistenza agli antibiotici, per cui ogni fonte di resistenza è preoccupante. Quanti diversi geni per la resistenza agli antibiotici arrivano in Israele dalle varie tempeste di polvere e quanto sono prevalenti questi geni?
Rudich afferma che lo studio ha permesso ai ricercatori di identificare una “firma” per ogni fonte di batteri basata sulla prevalenza di geni resistenti agli antibiotici, che hanno rivelato se i geni erano locali o importati da deserti lontani. “Abbiamo scoperto che quando si verifica una maggiore ‘mescolanza’ tra la polvere locale e quella che viene da lontano, diventa minore il contributo dei geni resistenti agli antibiotici importati“. In altre parole, la resistenza agli antibiotici proveniente dall’Africa o dall’Arabia Saudita è una minaccia molto minore rispetto a quella causata e diffusa dall’attività umana, in particolare nella zootecnia. Hanno partecipato a questa ricerca anche il dottor Eddie Cytryn del Volcani Center e il Prof. Yigal Erel della Hebrew University di Gerusalemme.
L’aria della città non è destinata a migliorare
L’inquinamento atmosferico urbano è attribuito in gran parte alle emissioni dei mezzi di trasporto. Il Prof. Rudich e lo scienziato Dr. Michal Pardo-Levin si sono chiesti come queste fonti contribuiscano all’inquinamento atmosferico. I loro risultati mostrano che l’inquinamento non deriva dalla combustione che avviene nei motori dei mezzi di trasporto, ma piuttosto viene rilasciato dall’attrito degli pneumatici dei veicoli sulla strada e dai sistemi di frenatura e può portare a gravi effetti sulla salute quando inalato. Ciò significa che anche se riusciamo a ridurre significativamente le emissioni che fuoriescono dai tubi di scarico dei nostri mezzi, l’aria della città sarà ancora sempre inquinata, in larga misura, da queste altre sostanze. E poiché l’attrito di pneumatici e freni sono necessari per guidare, ridurre le loro emissioni potrebbe essere molto più difficile.

Fonte

Ci sono oltre 200 corpi sul monte Everest, e sono utilizzati come punti di riferimento

Più di 200 persone sono morte nel tentativo di scalare l’Everest. Questa montagna offre opzioni apparentemente infinite per morire, cadere in un baratro, soffocare per mancanza di ossigeno, essere bersagliati da una pioggia di massi. Eppure gli scalatori continuano a provare le loro abilità – e fortuna – nell’affrontare Everest, nonostante i pericoli evidenti. In effetti, i vivi passano accanto ai congelati, conservati morti lungo le vie dell’Everest così spesso si guadagnano dei soprannomi e servono come segnavia. Ecco alcune delle storie più particolari:
  • Il corpo di “Stivali verdi”, un alpinista indiano morto nel 1996 che si pensa fosse Tsewang Paljor, si trova nei pressi di una grotta davantti la quale tutti gli scalatori devono passare nel loro cammino verso la vetta. Stivali verdi ora serve come un marcatore di waypoint che gli alpinisti utilizzano per misurare quanto vicino sono alla vetta. Stivali verdi ha incontrato la sua fine dopo essere stato separato dal suo gruppo. Ha cercato rifugio sotto una sporgenza, ma senza alcun risultato. E’ rimasto lì rabbrividendo dal freddo fino alla sua morte.
  • Nel 2006, l’inglese David Sharp si è unito a Stivali verdi. Si fermò nella caverna ormai famigerata per riposare. Il suo corpo rimase congelato sul posto, rendendolo incapace di muoversi, ma era ancora vivo. Oltre 40 alpinisti passarono accanto a lui mentre sedeva aspettando la morte. La sua situazione sarebbe potuta passare inosservata siccome i passanti avevano assunto che Sharp fosse Stivali verdi che era già morto. Alla fine qualcuno sentì dei deboli lamenti, e si rese conto che era ancora vivo, ma era troppo tardi quando ha tentato di dargli ossigeno o aiutarlo a stare in piedi.
  • Francys Arsentiev è stata la prima donna americana a raggiungere la vetta dell’Everest senza l’ausilio di bombole di ossigeno, nel 1998. Ma gli altri scalatori non riconoscono questa come una salita di successo dal momento che la donna non è mai scesa dalla montagna. Il gruppo aveva seguito una via accidentata durante la notte quando il marito e un altro compagno di scalata, notarono che mancava. Nonostante i pericoli, il marito scelse di tornare indietro per cercare la moglie in ogni caso. Sulla via del ritorno, incontrò un gruppo di alpinisti uzbeki, che gli disse di aver cercato di aiutare Francys ma di averla anche dovuta abbandonare quando il loro ossigeno ha cominciato a scarseggiare. Il giorno dopo, altri due alpinisti hanno trovato Francys, che era ancora in vita, ma in condizioni troppo gravi per essere spostata. Suo marito, piccozza e corda alla mano era nelle vicinanze, ma Francys era introvabile. Francys morì dove i due alpinisti la lasciarono, e inoltre gli scalatori hanno anche risolto il mistero della scomparsa di suo marito l’anno successivo quando hanno trovato il suo corpo più in basso sulla faccia della montagna, dove ha trovato la morte.