Risolto il mistero del calzino viola degli abissi

Il mistero di questa creatura dei mari profondi, che assomiglia a un calzino viola buttato, è stato risolto, dicono gli scienziati.

L’animale, chiamato Xenoturbella, è così strano che per 60 anni i ricercatori non hanno potuto capire cos’era – o dove inserito nel albero genealogico terrestre.
Ma la scoperta di quattro nuove specie nel Pacifico ha permesso agli scienziati di concludere che questo animale appartiene ad uno dei primi rami della vita.
Lo studio è stato pubblicato sulla rivista Nature.
Il ricercatore Prof Greg Rouse, dalla Scripps Institution of Oceanography negli Stati Uniti, ha dichiarato: “Il nostro soprannome per queste creature era calzini viola. Quindi, se pensate ad un calzino che avete tolto e buttato sul pavimento avrete un’idea di come appaiono queste creature. Oppure immaginate un palloncino sgonfiato.
Xenoturbella è stata descritta per la prima volta nel 1949.
Questa stranezza degli oceani non ha occhi, è senza cervello e senza intestino. Ha solo una piccola bocca spalancata dalla quale il cibo entra e poi dei rifiuti ne vengono fuori.
Solo una specie era nota fino a poco tempo fa, e lasciava gli scienziati perplessi.
I primi test genetici hanno erroneamente collocato la “calza” marina tra i molluschi.
Ma si è scoperto che avevano sequenziato il DNA di ciò che aveva mangiato“, ha spiegato il prof Rouse.
Altri ricercatori hanno pensato che fosse una creatura, una volta sofisticata che si era sbarazzata di tutte le sue funzioni complesse quando si è evoluta.
Ma la scoperta di quattro nuove specie dalle profondità del Pacifico ha permesso agli scienziati di studiare questo animale più da vicino.
Con il Remotely Operated Vehicles (ROV), sono stati in grado di filmare queste creature nel loro ambiente per la prima volta.
Questi nuovi esemplari includono un nuovo grande animale, che è lungo più di 20cm di lunghezza, e che è stato chiamato Xenoturbella monstrosa.
E anche il Xenoturbella churro che prende il nome dal dolce fritto tipico della pasticceria spagnola a cui l’animale assomiglia in modo certamente meno appetibile.
Le nuove aggiunte alla famiglia hanno permesso agli scienziati di effettuare più estesi test genetici.
Abbiamo corroborato il fatto che essi devono essere considerati come un gruppo abbastanza primitivo“, ha detto il prof Rouse.
Si collocano vicino alla base dell’albero genealogico della vita sulla Terra, ha aggiunto il professore.
Un ramo importante sul albero evolutivo della vita ha ora ottenuto altre quattro nuove specie invece di aerne una sola.
Ma se pensate che il discorso sia chiuso per Xenoturbella, ripensateci.
Non l’abbiamo mai visto alimenarsi“, ha detto il prof Rouse.
Noi troviamo la Xenoturbella dove ci sono questi molluschi, e quando sequeniamo il DNA, troviamo questi molluschi, il loro DNA, dentro l’animale. Ma quando li apriamo, troviamo che loro intestino è vuoto. 
E hanno solo piccola apertura per la bocca. Non hanno denti, non hanno alcuna struttura succhiatrice, una proboscide che potrebbe strappare un pezzo di qualche bivalve. Si tratta di un grande mistero irrisolto quello di come Xenoturbella mangia.
Il team spera che future spedizioni oceaniche possano far luce su questa bizzarra creatura dell’oceano profondo.

Era questo l’antenato di Nessie? Un enorme mostro preistorico vagava nelle acque scozzesi.


Una nuova creatura marina dall’aspetto di un delfino e denominata ‘Dearcmhara shawcrossi‘ è stata scoperta nell’Isola di Skye, in Scozia.
Questo gigantesco rettile assassino, che somigliava alla fusione tra un delfino e un coccodrillo, anticamente vagava per i mari intorno alla Scozia.
La nuova specie di mostro marino, che è vissuto circa 170 milioni di anni fa, è stato identificato dai fossili rinvenuti sull’isola di Skye in Scozia.

Queste creature simili ad un delfino, erano lunghe 14 piedi (circa 4,26 metri) dal muso alla coda, e abitavano i mari caldi e poco profondi di tutta la Scozia durante il periodo Giurassico, secondo quanto scoperto dai ricercatori dell’Università di Edimburgo.
Erano vicino al vertice della catena alimentare, predavano e si nutrivano di pesci e altri rettili.

Un team di paleontologi ha studiato frammenti fossili di teschi, denti, vertebre e l’osso di un arto anteriore, frammenti rinvenuti sull’isola negli ultimi 50 anni.
Da esssi gli scienziati hanno identificato numerosi esempi di alcuni animali acquatici estinti, noti come Ittiosauri, che vissero durante l’ultima parte del Giurassico, compresa questa specie completamente nuova.

La nuova specie – Dearcmhara shawcrossi– è stata chiamata così in onore di un appassionato dilettante, Brian Shawcross, che ha recuperato i fossili della creatura dalla Bearreraig Bay dell’isola di Skye nel 1959.Dearcmhara– pronunciato ‘Jark vara‘ – è in gaelico scozzese e sta per lucertola marina, e rende omaggio alla storia di Skye e delle Ebridi. La specie è una delle poche cui sia stato dato un nome gaelico.

Durante il periodo Giurassico, gran parte di Skye era sotto l’acqua. A quel tempo era unita al resto del Regno Unito e faceva parte di una grande isola posizionata tra le masse che allontanandosi gradualmente divennero poi Europa e Nord America.

Durante l’era dei dinosauri, nelle acque della Scozia si aggiravano grandi rettili la cui dimensione era molto vicina a quella di una barca a motore“, ci dice il dottor Steve Brusatte, della University of Edinburgh’s School of GeoSciences, che ha guidato lo studio: “I loro fossili sono molto rari, e solo ora, per la prima volta, abbiamo trovato una nuova specie che era unicamente scozzese.Senza la generosità del collezionista che le possedeva, che ha donato le ossa ad un museo invece di tenersele o venderle, non avremmo mai saputo che questo incredibile animale era esistito.
Siamo onorati di nominare la nuova specie ricordando il signor Shawcross, e faremo lo stesso se altri collezionisti desiderano donare nuovi esemplari alla scienza.

Skye è uno dei pochi posti al mondo dove si possono trovare fossili del periodo Giurassico medio. Il team dice che le scoperte fatte ci potrebbero fornire preziose informazioni sul modo in cui i rettili marini si sono evoluti.

Il Dr Nick Fraser, del National Museums Scotland, ha detto: “Non solo questa è una scoperta molto speciale, ma segna anche l’inizio di una nuova importante collaborazione che coinvolge alcuni tra i più eminenti paleontologi della Scozia.
E ha anche riunito organizzazioni chiave, collezionisti locali di Skye e specialisti provenienti da lontano. Siamo entusiasti del programma di lavoro e stiamo già lavorando su ulteriori nuovi ritrovamenti. Si tratta di un ricco patrimonio per la Scozia
“.

Il lavoro è stato realizzato da un consorzio che coinvolge l’Università di Edimburgo, il National Museums Scotland, l’Università dell’Hunterian Museum di Glasgow, lo Scottish National Heritage Museum e Staffin, e l’Isola di Skye.

Lo studio è stato pubblicato sullo Scottish Journal of Geology. 

Australia, il paese dove i ragni sono così grandi da mangiarsi i serpenti.

Oh, l’Australia: il luogo in cui tutto è terrificante nel mondo naturale (ad eccezione di vulcani, sorprendentemente).
 
Un esmplare di ragno tessitore può crescere fino a 5-6,9 cm di lunghezza del corpo, senza contare le sue lunghissime gambe. Filano reti di colore giallo forte che sono molto grandi e possono raggiungere un metro di diametro. Una grande e forte ragnatela può significare solo una cosa: prede grandi e forti. Questi ragni non perdono il loro tempo con i più piccoli insetti e sono conosciuti per nutrirsi di uccelli e serpenti.

A Daniel Reardon è accaduto di trovarsi vicino ad un serpente arboricolo marrone lungo circa mezzo metro che è caduto da un albero in una rete di ragno tessitore. Questi serpenti mangiano uccelli, lucertole e piccoli mammiferi, quindi sono un avversario abbastanza temibile.

La lotta è durata per circa un’ora prima di arrivare a questa conclusione sconvolgente:

 
Fonte

La curiosa ape che vive nelle conchiglie delle lumache

L’Osmia bicolor è una delle prime api di primavera, emerge già nel mese di febbraio nella sua terra di origine del Sud dell’Inghilterra e del Galles. Come le altre api solitarie, non ci sono regine e operaie; le femmine costruiscono da sole il nido. I maschi emergono, si accopiano, e poi muoiono.

Ciò che rende queste piccole api accattivanti è il luogo dove fanno il nido. Infatti riutilizzano gusci di lumaca vuoti; esse appartengono ad un piccolo gruppo di api conosciute come “helicophiles” (a cui piacciono le lumache). Questa mamma single lascia alla lumaca il compito di fare tutto il lavoro di costruzione per la casa, il che  sembra molto più sensato di costruire il proprio nido da zero.

E’ il comportamento di nidificazione esigente di queste api che le rende così piacevoli da guardare. 
Una volta posizionato il suo guscio, l’ape femmina attrezza il suo nido con un mix di nettare e polline che mastica e trasforma in una pallina. Un uovo viene poi deposto sulla palla di polline, e in seguito la mamma ape sigilla l’uovo con materiale vegetale che lei mastica trasformandolo in una polpa che poi spalma costruendo una sorta di muro. Un solo uovo alla volta.
Poi, riempie il resto della conchiglia con granelli di sabbia e ciottoli, come una piccola barricata contro i predatori. A volte sepellisce parzialmente il suo guscio-nido, se il terreno è bello e morbido. Non è ancora finita, però! Successivamente copre il guscio con una piramide di erba secca e materiale vegetale. Poi “cuce” i bastoncini e i muschi insieme con la sua saliva per mantenere il tumulo in forma. Potete vedere l’operosa O. bicolor volare con bastoni e steli fino a 4 volte le sue dimensioni, tanto che sembra un po’ come se volasse a cavallo di piccole scope:
Questo è certamente un sacco di lavoro per un ape. La maggior parte delle femmine di Osmia bicolor non fanno più di 6 o 7 nidi in primavera nella loro breve vita. Poiché queste api hanno bisogno di almeno 2 o 3 giorni di bel tempo per rifornire e costruire un unico nido per un singolo uovo, possono essere molto sensibili agli effetti dei cambiamenti climatici. Per ora, però, sembrano stare bene, e deliziano gli osservatori di api della Gran Bretagna. La prossima primavera, ricominceranno tutto da capo, con le nuove api che emergeranno con fatica dalle loro case-guscio nelle quali hanno svernato, in cerca di un compagno.

Fonte

Trovato in un pesce un nuovo tipo di occhio.

Gli scienziati hanno descritto nei dettagli un pesce, chiamato glasshead barreleye, che si è evoluto con delle ottiche piuttosto bizzarre, ma altamente specializzate. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista Proceedings della Royal Society B del 19 marzo 2014, e documentano un tipo unico di occhio che si dimostra una soluzione intelligente per vivere in un ambiente difficile.
Un team guidato dal professor Hans Joachim Wagner ha analizzato un singolo pesce mesopelagico  pescato nel Mar della Tasmania del sud tra 800 e 1.000 metri di profondità. La vita nella zona mesopelagica può essere problematica in termini di visione. Questo perché la luce che viaggia attraverso questa zona è altamente direzionale, il che ha spinto l’evoluzione verso occhi tubolari rivolti verso l’alto. Questo massimizza la sensibilità degli occhi alla luce del giorno che filtra attraverso l’acqua. Di notte e in acque profonde, tuttavia, la maggior parte della luce è prodotta da organismi bioluminescenti che potrebbero provenire da qualsiasi direzione. Gli animali che dimorano in questo ambiente necessitano pertanto di un diverso tipo di occhio, poiché il campo di visibilità degli occhi tubolari è limitata e sarebbe inutile per osservare oggetti di lato o da sotto.
Quindi, cosa succede quando un pesce vuole essere in grado di vedere in entrambi i casi? Alcuni pesci hanno superato il ristretto campo di visione offerto dagli occhi tubolari servendosi di ampi movimenti oculari. Un altro modo per estendere il campo visivo è sviluppare occhi riflettenti. Questo tipo di occhio è fiancheggiato da “specchi” che riflettono l’immagine verso un fuoco posto in un punto centrale. Questo è ciò che il glasshead barreleye, o R. natalensis ha fatto, consentendo la messa a fuoco della luce proveniente da fonti ventro-laterali, frontali e laterali. Questo permette al pesce sia di vedere oggetti quali predatori o potenziali compagni che si stagliano dall’alto sia la bioluminescenza che può provenire da altre direzioni, dando al pesce un ampio campo visivo.
Gli occhi riflettenti si trovano raramente nei vertebrati; sono stati documentati in invertebrati come le capesante, ma questo rappresenta solo il secondo caso di un vertebrato che possiede un tale sistema ottico. L’altro è un pesce suo parente chiamato spookfish brownsnout, o D. longipes. Questo pesce concentra la luce proveniente dall’alto con una lente, e la luce dal basso con uno specchio curvo composto da piccole placche riflettenti composte da cristalli di guanina. Quindi, cosa c’è di così unico in questa ricerca? Ebbene, le parti riflettenti dell’occhio differiscono strutturalmente nel pesce, e cosa forse ancora più intrigante, sono composte da diversi tipi di tessuti. Ciò significa che il pesce ha adottato modi diversi per trovare una soluzione allo stesso problema, il che è eccitante. Il pesce aveva bisogno di migliori campi di visibilità di quelli che un unico tipo di occhio fornisce, e quindi si sono sviluppati cambiamenti che hanno portato in modo indipendente all’evoluzione di due pesci diversi con adattamenti e specializzazioni uniche seppure simili.

Il cetriolo di mare che mangia con l’ano

La maggior parte dei bambini della scuola materna vi possono dire che un animale mangia con la bocca e non con il sedere.

Una specie di cetrioli di mare, però, non sembra avere ricevuto il promemoria: gli scienziati hanno scoperto che il Cetriolo di mare gigante della California (Parastichopus californicus) in realtà usa il suo ano come una seconda bocca.

Gli scienziati sapevano già che l’invertebrato marino, che vive nelle acque oceaniche profonde al largo della costa pacifica del Nord America, respira anche con il sedere.

Poiché non hanno polmoni, i cetrioli di mare possono contare sugli alberi respiratori, una serie di lunghi tubi che scende ai lati del corpo, con un sacco di ramificazioni diverse. Quello di P. californicus ha la forma di un tubo cavo, con la bocca ad una estremità ed l’ano all’altra.

Gli alberi respiratori ricevono ossigeno quando l’acqua viene pompata attraverso l’ano utilizzando i muscoli della cloaca, un’apertura che si trova al termine del tratto intestinale. (Guardate il video di un cetriolo di mare che combatte con le budella, letteralmente.)

L’animale, di 50 centimetri di lunghezza se la cava bene: può pompare da 3,5 a 4 tazze di acqua all’ora attraverso il suo ano, trasferendo così l’ossigeno dall’acqua nei suoi alberi respiratori, che poi ossigenano le sue cellule.
L’enorme quantità di acqua che scorre nel suo ano ha portato due biologi degli invertebrati a pensarese che dato che P. californicus setaccia il plancton e altre piccole particelle dall’acqua con i suoi tentacoli, potrebbe fare qualcosa di simile con il suo ano?

Anche se “un animale non dovrebbe ingerire cibo attraverso il suo ano“, come William Jaeckle e Richard Strathmann notano all’inizio del loro studio, nel numero di marzo di  Invertebrate Biology, si scopre che la risposta è sì.

Ano multiuso.

Il loro primo indizio che l’ano del cetriolo di mare stava svolgendo una tripla funzione proveniva da una struttura chiamata rete mirabile, un insieme di vasi sanguigni che collegano gli alberi respiratori del cetriolo del mare con il suo intestino.

Inizialmente, Jaeckle, della Illinois Wesleyan University, e Strathmann, dell’Università di Washington, hanno pensato che la rete mirabile fosse utilizzata per trasferire l’ossigeno dagli alberi respiratori all’intestino. Ma se P. californicus ottenesse alimenti tramite il suo ano, sarebbe probabilmente che utilizzi la rete mirabile per trasferire il cibo verso l’intestino.

Per testare la loro idea, il team ha nutrito parecchi cetrioli di mare con alghe leggermente radioattive, che contenevano anche particelle di ferro. Il ferro e la radioattività si sono dimostrati un modo semplice per rintracciare il cibo mentre viaggiava attraverso il corpo del cetriolo di mare. Per esempio, le zone del corpo con la più alta concentrazione di radioattività avrebbero fornito indizi su quali orifizi l’animale stava usando per mangiare.

Non a caso, i risultati hanno dimostrato che i cetrioli di mare mangiato le alghe, che poi viaggiano attraverso il loro intestino, attraverso le loro bocche reali.

Tuttavia, i ricercatori hanno anche trovato un alto livello di radioattività quando guardavano la rete mirabile. L’unico motivo per cui quei vasi sanguigni potrebbero avere avuto una così alta concentrazione di radioattività è perchè l’animale stava trasferendo cibo dagli alberi respiratori all’intestino attraverso la rete mirabile.

Creature che si cibano dal retro.

Quando gli scienziati hanno esaminato campioni di tessuto dal cetriolo di mare al microscopio, hanno trovato molti indizi che P. californicus stava usando il suo ano come una seconda bocca: hanno trovato piccoli pezzi di alghe e di ferro tra gli alberi respiratori vicino all’ano.

Inoltre, gli alberi respiratori del cetriolo del mare avevano piccole sporgenze simili a dita note come microvilli che si trovano normalmente nell’intestino ed aiutano nell’assorbimento dei nutrienti. Questo ha anche indicato che P. californicus stava assorbendo cibo utilizzando il suo ano e gli alberi respiratori.

Gli autori concludono che, sebbene abbiano le prove di un’alimentazione bipolare – il termine più formale e cortese per descrivere l’abitudine di magiare con il sedere – in una specie di cetrioli di mare, molte altre specie sembrano suscettibili di utilizzare questo metodo di alimentazione.

La conclusione? Mangiare con il sedere può non essere poi così insolito.

Fonte

L’elefante preistorico che aveva una paletta dentata al posto della bocca.

Lo scrittore russo Anton Cechov insisteva sul fatto che tutto ciò che è irrilevante in un lavoro di fantasia deve essere rimosso – se in un racconto si descrive un fucile montato a parete, insomma, qualcuno farebbe meglio a sparare fuori dalla finestra a un certo punto della trama.
Questo principio drammatico si chiama “pistola di Chekhov”, e in realtà si applica molto bene anche al mondo naturale: gli animali non sprecano energia sviluppando caratteristiche inutili. Tratti che aiutano una specie sopravvivono passando attraverso le generazioni, mentre quelli meno utili spariscono (o, nel caso dell’assolutamente inutile appendice umana, potrebbero improvvisamente esplodere).
Se Cechov avesse potuto viaggiare nel tempo indietro tra gli 8 milioni e i 20 milioni di anni, avrebbe incontrato il Platybelodon – un antenato dell’elefante moderno che sembra che sia stato colpito in faccia con una pala, che poi è stata incorporata alla bocca – e avrebbe sicuramente chiesto alla creatura di dare una spiegazione del suo aspetto. A quale scopo sarebe potuto servire un tale tratto ridicolo?
La strana mascella sporgente a forma di paletta dentata del Platybelodon consiste in realtà di una seconda coppia di zanne allargate e appiattite, (zanne che sono esse stesse degli incisivi modificati). Quando il genere Platybelodon, che significa “dente piatto”, e le sue specie sono stati descritti nel 1920, “si è pensato che i loro incisivi inferiori funzionassero da pala, o paletta, per scavare e dragare la vegetazione soffice in ambienti acquatici o paludosi,” ha scritto in una e-mail a WIRED il paleontologo William Sanders dell’Università del Michigan. “La recente analisi di superfici di usura delle zanne mostrano che esse sono state utilizzate più come falci, per tagliare la vegetazione dura.
Il paleontologo che ha proposto questo utilizzo delle zanne, nel 1992, David Lambert, ha teorizzato che invece di vagare lungo le linee costiere, Platybelodon si alimentasse di piante terrestri, cogliendo rami con la proboscide e tagliandoli via con la sua falce. In effetti, le sezioni trasversali delle zanne rivelano una struttura che fornisce robustezza e resistenza all’abrasione per tale tipo di foraggiamento, ha affermato Sanders.
Quindi può essere che Platybelodon si aggirasse durante il  Miocene in Asia, Africa e Nord America, falciando la vegetazione come una specie di contadino, solo senza le fastidiose lotte di classe. Ed è stato solo uno di un’orda di animali simili appartenenti alla famiglia Gomphotheriidae, tutti con zanne inferiori modificate in stili diversi. Il genere Platybelodon da solo ha evoluto più di 15 specie, che hanno raggiunto “l’apice dello sviluppo di queste zanne inferiori“, secondo Sanders. I loro denti radicalmente appiatti suggeriscono “una forte selezione per l’alimentazione specializzata di una particolare gamma di piante ,” che è stato cruciale dato che “per la maggior parte del Miocene c’erano spesso 3-5 o più generi di proboscidati che vivevano nello stesso ambiente, in competizione per il foraggio“.
Analizzare le varie apparizioni di questi proboscidati, però, è difficile, perché questi grossi nasi carnosi non si fossilizzavano facilmente come le ossa. Siamo in realtà abbastanza fortunati da avere dei fossili di Platybelodon preservati, visto che la fossilizzazione di un tale reperto è difficile. Anche se un cadavere può evitare di essere smembrato e disseminato in una decina di direzioni diverse dagli animali spazzini, è necessario morire nel posto giusto. E al Platybelodon è successo proprio così, ci ha fatto il grosso regalo di morire – a volte in massa – accanto o nei fiumi, i luoghi migliori per la fossilizzazione.
Henry Fairfield Osborn, un paleontologo che ha descritto il Platybelodon in un articolo del 1932, ed abbastanza estesamente quattro anni più tardi nel suo libro “Proboscidati”, ha presunto che questa creatura fosse una “draga anfibia” (grazie al lavoro di Lambert e altri ora pensiamo che il Platybelodon, come altri animali, probabilmente era solo parzialmente acquatico e a volte è successo che morisse vicino e dentro l’acqua). Nel suo libro, Osborn ha citato un altro paleontologo, Alexei Borissiak, che nel 1929 scrisse che il Platybelodon era “privo di tronco“, ma che avrebbe raccolto il cibo attraverso l’acqua: avrebbe “colto il suo cibo con il muscoloso labbro superiore, che copre la mandibola.” In effetti, Borissiak sottovalutava il fatto che il muso di Platybelodon somigliava un po’ a quello dell’ippopotamo “anche se molto più allungato all’infuori“. Le illustrazioni di Osborn di Platybelodon certamente riflettono questa sua idea.
Ma “pernsate a cosa somiglia un elefante,” ci chiede Sanders. “Il tronco è un’entità separata dalla bocca. Devi essere in grado di metterti il cibo in bocca, e se i tuoi arti anteriori sono occupati nella postura, e si dispone di zanne superiori e inferiori che rendono difficile avere una lunga lingua sporgente o labbra mobili, allora hai bisogno di una proboscide.
L’ego [Di Osborn] ha sormontato la sua competenza“, ha aggiunto Sanders, “e stiamo ancora scavando per tiraci fuori dal peso della sua ‘autorità’ sui proboscidati.” Eppure l’idea del labbro tronco e piatto di Osborn persiste nella maggior parte ricostruzioni moderne – un esemplare è stato incluso anche nei film sull'”Era glaciale” – in conflitto con la teoria più ampiamente accettata dell’animale che afferra con la proboscide e taglia proposta da Lambert.
A parte tutto, avrebbe potuto questo bizzarro muso del Platybelodon, così meravigliosamente adattato per l’alimentazione, diventare ingombrante, quando, per esempio, l’animale era in fuga dai predatori? Sanders non la pensa così. Le sue dimensioni avrebbe dimostrato che era un vantaggio, in quanto non sempre veniva mangiato. Era un po’ più piccolo del moderno elefante africano, che cade solo raramente preda del leone. 
Sanders pensa che Platybelodon potrebbe aver avuto una controparte predatoria nel feroce Creodonte, simile ad un lupo, fornito di denti taglienti progettati per tagliare via la carne alle prede.
Quindi, che si tratti di denti usati come forbici o denti usati come pala, l’evoluzione non crea mai una caratteristica senza una funzione. Dove la finzione ha la pistola di Chekhov, la natura ha i denti del Platybelodon gigante.

Fonte

Sapevate che il “fossa” non è un felino?

Link all’immagine

Il fossa (Cryptoprocta ferox) è il più grande mammifero carnivoro del Madagascar. Pur simile al puma e al jaguarundi americani, non è un felino. Alla luce di studi recenti, è stato inserito nella famiglia degli Eupleridi, che si è evoluta autonomamente nell’isola africana, separatasi dal continente decine di milioni di anni fa. Predatore di foresta, solitario e potente, è in grado di cacciare dai piccoli lemuri ai grandi zebù. 

E’ lungo 150-180 cm coda inclusa e il suo pelo bruno lo aiuta a mimetizzarsi nella foresta. E’ un animale solitario. E’ molto adattato all’ambiente in cui vive; è agile e veloce a muoversi tra gli alberi, tanto che talvolta è difficile fotografarlo. Raggiunge la maturità sessuale dopo i 3 anni e le femmine mettono al mondo 2-4 cuccioli.
Deforestazione e caccia spietata lo hanno portato sull’orlo dell’estinzione e oggi la specie è protetta. Le somiglianze con i felini sono frutto di convergenza evolutiva: ambienti e necessità simili selezionano caratteristiche simili.

Animali particolari – Formiche del miele

Link all’immagine

Le formiche del miele sono una particolare razza di formiche tra le quali, all’interno della comunità, esistono degli individui che vengono rimpinzati di cibo dalle formiche operaie al fine di fungere da deposito per la comunità stessa.
Successivamente altre formiche preleveranno il cibo da esse all’occorrenza.
Questi animali appartengono a 5 generi tra cui Myrmecocistus.
Molti altri insetti, quali le api o le vespe, trasformano e immagazzinano il nettare per un uso successivo, ma generalmente in strutture appositamente costruite. Queste formiche, invece, immagazzinano il cibo, che può essere la linfa o il grasso degli insetti catturati dalle operaie, nel loro stesso corpo per poi renderlo alla comunità in caso di necessità.
Quando le operaie necessitano di cibo, stimolano le antenne delle formiche magazziniere che rigurgiteranno parte del cibo immagazzinato nel loro corpo.
Nel’entroterra australiano questi insetti sono considerati una prelibatezza e quindi prelevati dai loro nidi e mangiati.
Queste formiche magazziniere possono trovarsi in qualsiasi parte del nido, ma generalmente si trovano in profondità nel sottosuolo, perennemente imprigionate a causa del fatto che non possono muoversi per via dell’addome enorme che a volte può raggiungere le dimensioni di un chicco d’uva.
Questi insetti vivono in ambienti desertici, aridi o semi-aridi, ma anche in zone di transizione o in boschi temperati purchè non umidi. 

Animali particolari – farfalle dalle ali di vetro

Link all’immagine

Potrebbero sembrare il frutto di un’elaborazione con photoshop, invece sono creature reali che vivono soprattutto in Messico e a Panama.
In spagnolo vengo chiamate “espejitos” che significa piccolo specchio, mentre il loro nome scientifico è Greta oto.

Le ali trasparenti pare siano un espediente per camuffarsi nell’ambiente in cui vivono. Gran parte della superficie, infatti, è priva di pigmenti e questo le rende difficile da seguire per i predatori quando sono in volo nella foresta.

Fonte per alcune foto: yalosabes.com e Huffingtonpost