Gusci d’uovo preistorici forniscono indizi sull’evoluzione dei dinosauri da creature a sangue freddo a creature a sangue caldo

Dal momento in cui i fossili di dinosauro sono stati scoperti per la prima volta, queste creature hanno affascinato allo stesso modo scienziati e gente comune. Nel mondo accademico, i loro resti forniscono importanti indizi del mondo preistorico; nella cultura popolare, i dinosauri hanno ispirato film di successo, come Jurassic Park e King Kong. Continua a leggere

Un colpo doppio potrebbe aver aiutato a uccidere i dinosauri

Il dibattito continua: cosa ha ucciso i dinosauri?

Una nuova ricerca della University of Oregon ha identificato fluttuazioni legate alla gravità risalenti a 66 milioni di anni fa lungo profonde dorsali oceaniche che indicano un “colpo doppio”, il primo dalla grande meteora che ha colpito la penisola messicana dello Yucatan, probabilmente innescando il secondo, un’emissione a livello mondiale di magma vulcanico, che forse ha aiutato a sigillare il destino dei dinosauri.

Abbiamo trovato le prove di un periodo sconosciuto di attività vulcanica di portata globale durante l’evento di estinzione di massa“, ha detto l’ex studente di dottorato dell’UO Joseph Byrnes.

Lo studio di Byrnes e Leif Karlstrom, professore nel Dipartimento di Scienze della Terra dell’UO, è stato pubblicato il 7 febbraio su Science Advances. Descrive dettagliatamente dati inerenti episodi di vulcanismo conservati lungo le dorsali medio oceaniche, che segnano i confini delle placche tettoniche. I dati provengono da cambiamenti nella forza di gravità nel fondo marino.

I risultati dello studio, supportato dalla National Science Foundation dell’UO, dice Karlstrom, hanno indicato un impulso di accelerazione dell’attività vulcanica mondiale che include eruzioni potenziate nei Trappi del Deccan dell’India dopo l’impatto di Chicxulub. I Trappi del Deccan, nell’India centro-occidentale, si sono formati durante un periodo di massicce eruzioni che hanno riversato strati di roccia fusa profonda migliaia di metri, creando uno dei più grandi tratti vulcanici della Terra.

La regione dei Trappi del Deccan è entrata e uscita dal dibattito sui dinosauri. Rari eventi vulcanici di tale scala sono noti per causare anomalie catastrofiche al clima terrestre e, quando si verificano, sono spesso legati alle estinzioni di massa. Enormi eventi vulcanici possono espellere così tanta cenere e gas nell’atmosfera che poche piante sopravvivono, interrompendo la catena alimentare e causando l’estinzione degli animali.

Poiché le prove della caduta di un meteorite vicino all’odierna Chicxulub, in Messico, sono emerse negli anni ’80, gli scienziati hanno discusso a lungo se fosse stato l’urto della meteora o i Trappi del Deccan che hanno dominato nell’evento di estinzione che ha ucciso tutti i dinosauri tranne gli uccelli.

Con il passare del tempo, migliorando i metodi di datazione, si è trovata l’indicazione che i vulcani dei Trappi del Deccan erano già attivi quando la meteora ha colpito. Le conseguenti onde sismiche che si sono mosse attraverso il pianeta in seguito alla caduta del meteorite, ha detto Karlstrom, probabilmente hanno determinato un’accelerazione di quelle eruzioni.

Il nostro lavoro suggerisce una connessione tra questi due eventi estremamente rari e catastrofici, distribuiti su tutto il pianeta“, ha detto Karlstrom. “L’impatto del meteorite potrebbe aver influenzato le eruzioni vulcaniche che stavano già accadendo, ottenendo una bella doppietta“.

Questa idea si è rafforzata nel 2015 quando i ricercatori dell’Università della California a Berkeley, hanno proposto di collegare i due eventi. La squadra, che comprendeva Karlstrom, suggerì che il meteorite avrebbe potuto modulare il vulcanismo generando potenti onde sismiche che produssero terremoti in tutto il mondo.

Analogamente agli impatti che i normali terremoti tettonici talvolta hanno sui pozzi e sui corsi d’acqua, ha detto Karlstrom, lo studio ha proposto che il sisma abbia liberato il magma proveniente dal mantello sotto i Trappi del Deccan e ne abbia maggiorato le eruzioni.

Le nuove scoperte dell’UO estendono l’innesco di queste eruzioni avvenute in India ai bacini oceanici in tutto il mondo.

Byrnes, ora ricercatore post-dottorato presso l’Università del Minnesota, ha analizzato serie di dati globali disponibili al pubblico sulla gravità, la topografia dei fondali oceanici e i tassi di diffusione tettonica.

Nelle sue analisi, ha diviso il fondale marino in gruppi di 1 milione di anni, costruendo un record che risale a 100 milioni di anni fa. In corrispondenza di 66 milioni di anni fa ha trovato prove di un “impulso all’attività magmatica marina di breve durata” presente lungo le antiche creste oceaniche. Questo impulso è suggerito da un picco nel tasso di insorgenza di anomalie gravitazionali osservate nel set di dati.

Le anomalie della gravità, misurate in piccoli incrementi chiamati milligrammi, spiegano le variazioni dell’accelerazione di gravità, rilevate dalle misurazioni satellitari di ulteriori bacini di acqua marina dove la gravità terrestre è più forte. Byrnes trovò cambiamenti nelle anomalie gravitazionali tra i cinque e i venti milligrammi associati al fondale marino creati nel primo milione di anni dopo la caduta della meteora.

Alcuni parassiti dei dinosauri intrappolati in un’ambra di 100 milioni di anni raccontano la storia dei succhia-sangue

Alcune zecche fossilizzate scoperte intrappolate e conservate nell’ambra mostrano che questi parassiti succhiavano il sangue dei dinosauri piumati già quasi 100 milioni di anni fa, secondo un nuovo articolo pubblicato su Nature Communications.

I ricercatori hanno trovato, racchiusa all’interno di un pezzo di ambra birmana di 99 milioni di anni fa, quella che sembra una zecca che afferra una piuma. La scoperta è notevole perché il ritrovamento di fossili di creature parassitarie che si alimentano di sangue direttamente associati ai resti del loro ospite sono estremamente scarse e il nuovo esemplare è il più antico finora conosciuto.

Lo scenario potrebbe far eco alla famosa premessa della zanzara nell’ambra di Jurassic Park, anche se la zecca appena scoperta risale al periodo Cretaceo (145-66 milioni di anni fa) e non fornirà alcun DNA che sia in grado di generare dinosauri: tutti i tentativi di estrarre Il DNA dai campioni di ambra si è dimostrato impossibile a causa della breve vita di questa complessa molecola.

Le zecche sono organismi parassiti succhiatori di sangue, che hanno un enorme impatto sulla salute di uomini, animali, bestiame, animali domestici e anche animali selvatici, ma fino ad ora mancano chiare prove del loro ruolo nel lontano passato“, afferma Enrique Peñalver dello Spanish Geological Survey (IGME) e autore principale del lavoro.

L’ambra del Cretaceo offre una finestra sul mondo dei dinosauri piumati, alcuni dei quali si sono evoluti negli uccelli moderni. La piuma fossile racchiusa nell’ambra con la zecca attaccata è simile nella struttura alle piume degli uccelli moderni e offre la prima prova diretta di una relazione precoce tra parassiti e dinosauri piumati.

I reperti fossili ci dicono che piume come quella che abbiamo studiato erano già presenti su una vasta gamma di dinosauri teropodi, un gruppo che comprendeva corridori terrestri privi di qualsiasi abilità di volo, così come dinosauri simili a uccelli capaci di volare in modo efficiente,” spiega il dott. Ricardo Pérez-de la Fuente, ricercatore presso il Museo di storia naturale dell’Università di Oxford e uno degli autori dello studio.

Quindi, anche se non possiamo essere sicuri del tipo di dinosauro del cui sangue si nutriva, l’età medio-cretacea dell’ambra birmana conferma che la piuma non apparteneva certo a un uccello moderno, poiché questi apparvero molto più tardi nell’evoluzione dei teropodi secondo le attuali prove fossili e molecolari“.

I ricercatori hanno trovato ulteriori prove indirette di zecche che parassitavano dinosauri come Deinocroton draculi o “terribile zecca di Dracula”, appartenente a un gruppo estinto di zecche appena descritto. Questa nuova specie fu trovata anche sigillata all’interno dell’ambra birmana, con un esemplare gonfio di sangue che aveva aumentato il suo volume di circa otto volte. Nonostante questo, non è stato possibile determinare direttamente il suo animale ospite.

Valutare la composizione del pasto di sangue all’interno dell’insetto rigonfio non è fattibile perché, sfortunatamente, la zecca non era completamente immersa nella resina e quindi il suo contenuto è stato alterato dalla deposizione minerale“, spiega il dott. Xavier Delclòs, autore dello studio, proveniente dall’Università di Barcellona e IRBio.

Ma la prova indiretta del probabile ospite di queste nuove zecche è stata trovata sotto forma di strutture simili a peli, o setole, dalle larve di acari della pelle (dermestidi), trovati attaccati a due zecche Deinocroton conservati insieme. Oggi gli acari della pelle si nutrono nei nidi, consumano piume, pelle e peli degli occupanti del nido. E poiché nessun pelo di mammifero è stato trovato nell’ambra del Cretaceo, la presenza di setole di acari della pelle sui due esemplari di Deinocroton draculi suggerisce che l’ospite delle zecche fosse un dinosauro piumato.

Il simultaneo intrappolamento di due parassiti esterni – le zecche – è straordinario e può essere spiegato meglio se avevano uno stile di vita che le portava a vivere nei nidi come fanno alcune zecche moderne“, afferma il Dr David Grimaldi del Museo Americano di Storia Naturale e autore del lavoro.

Insieme, questi risultati forniscono prove dirette e indirette che le zecche hanno parassitato e succhiato il sangue dei dinosauri all’interno del lignaggio evolutivo che li portò alla nascita degli uccelli moderni per quasi 100 milioni di anni.

Quando gli uccelli furono l’unica stirpe di dinosauri teropodi a sopravvivere all’estinzione di massa della fine del Cretaceo 66 milioni di anni fa, le zecche non si aggrapparono loro solo per sopravvivere ma continuarono a prosperare.

Lo sterco di dinosauro ha fertilizzato il pianeta, è ciò che mostrano nuove ricerche

Che si tratti di un’esposizione in un Museo di Storia Naturale o delle urla divertite che ci sfuggono guardano Jurassic Park, gli esseri umani sono sempre stati affascinati dai dinosauri.

Poco si sa però circa il ruolo giocato dai dinosauri e da altri grandi animali come i mammut o gli elefanti nel funzionamento dell’ecosistema. Come sarebbe il mondo se non fossero mai esistiti?

Christopher Doughty, membro della School of Informatics, Computing and Cyber Systems della Northern Arizona University, si fa spesso questa domanda. Studia i grandi animali da oltre 10 anni, in particolare come questi ultimi abbiano aumentato la fertilità del pianeta.

La teoria suggerisce che gli animali di grandi dimensioni sono molto importanti per la diffusione della fertilità sul pianeta“, ha detto Doughty. “Che modo migliore c’è per provare questo se non quello di confrontare la fertilità nel mondo durante il periodo Cretaceo – quando i sauropodi, i più grandi erbivori mai esistiti, vagavano liberamente – con il periodo carbonifero – un tempo nella storia della Terra in cui gli erbivori a quattro zampe si dovevano ancora sviluppare“.

Durante questi due periodi alcune piante vennero sepolte velocemente prima che si potessero decomporre, di conseguenza, si è formato il carbone. Doughty ha raccolto campioni di carbone provenienti da miniere di tutti gli Stati Uniti. Misurando le concentrazioni di alcuni elementi nel carbone, ha scoperto che elementi necessari per le piante, come il fosforo, erano più abbondanti e molto meglio distribuiti durante l’era dei dinosauri rispetto al Carbonifero. I dati hanno anche rivelato che elementi non necessari per piante e animali, come l’alluminio, non mostrano differenze, suggerendo che gli erbivori abbiano contribuito ad una maggiore fertilità globale.

Secondo Doughty, questi grandi animali sono importanti non tanto per la quantità di sterco che producono, ma per la loro capacità di muoversi per lunghe distanze tra i paesaggi, mescolando efficacemente le sostanze nutritive. Con l’aumento della concentrazione e la migliore distribuzione di elementi come il fosforo, le piante crescono più velocemente, il che significa che i grandi erbivori sono responsabili della produzione del proprio cibo e contribuiscono a rendere rigoglioso il proprio habitat.

Poiché le grandi popolazioni di animali di oggi sono sempre più in pericolo di estinzione, anche l’ambiente è a rischio. In poche parole, meno animali di grandi dimensioni potrebbe significare meno crescita vegetale.

Questo è importante per due motivi” dice Doughty. “In primo luogo, stiamo perdendo rapidamente i grandi animali rimasti, come gli elefanti, e questa perdita comprometterà in modo critico il futuro funzionamento degli ecosistemi riducendo la loro fertilità. In secondo luogo, combinando l’idea che gli animali di grandi dimensioni sono estremamente importanti per la diffusione delle sostanze nutritive con la regola che le dimensioni degli animali aumentano nel tempo, significa che il pianeta può avere un proprio meccanismo per aumentare la fertilità nel tempo. La vita rende il pianeta più fertile per ospitare più vita“.

Come facevano i Dinosauri a comunicare?

I dinosauri non avevano a disposizione e-mail o messaggi di testo per tenersi in contatto, ma gli scienziati sono abbastanza certi che questi animali dialogassero. In quelle comunicazioni probabilmente erano compresi fischi e urla, schiocchi, danze e canti, e anche richiami sessuali simbolici realizzati con un piumaggio vistoso.

Indizi desunti da reperti fossili e correlati con animali vivi, come uccelli e coccodrilli, suggeriscono i modi in cui queste antiche creature ipoteticamente comunicavano, ha detto Thomas Williamson, paleontologo e curatore presso il New Mexico Museum of Natural History and Science.
Contiamo molto sugli animali moderni per fare supposizioni sugli animali estinti“, ha detto Williamson a Live Science.

Versi, schiocchi e fischi
Secondo uno studio pubblicato nel luglio 2016 sulla rivista Evolution, i dinosauri potrebbero aver generato rumori con la bocca chiusa, proprio come gli schiocchi e i fischi che alcuni uccelli emettono oggi.

Le vocalizzazioni a bocca chiusa sono suoni che vengono emessi attraverso la pelle nella zona del collo, mentre il becco è mantenuto chiuso“, ha detto il ricercatore responsabile dello studio Tobias Riede, un assistente professore di fisiologia veterinaria presso la Midwestern University in Arizona. “Per farlo, gli uccelli in genere spingono l’aria che serve alla produzione del suono in un sacchetto esofageo, piuttosto che espirare attraverso il becco aperto.

Il tubare delle colombe è un buon esempio di questo comportamento, ha detto.

Per capire come generano i suoni con la bocca chiusa, i ricercatori hanno analizzato la distribuzione di questa capacità negli uccelli e di altri gruppi di rettili, dice Riede. Gli scienziati hanno scoperto che questi fischi si sono evoluti, almeno 16 volte negli Arcosauri, un gruppo che comprende uccelli, dinosauri e coccodrilli.

È interessante notare che solo gli animali con dimensioni relativamente grandi del corpo (circa le dimensioni di una colomba o più grande) utilizzano le vocalizzazioni a bocca chiusa“, ha detto Riede a Live Science in una e-mail.
Inoltre ha aggiunto che “dal momento che i dinosauri sono membri del gruppo degli Arcosauri, e molti avevano un corpo di grandi dimensioni, è probabile che alcuni dinosauri emettesssero vocalizzazioni a bocca chiusa, in modo molto simile a quello degli uccelli di oggi.

Fronzoli e danze
I Dinosauri estinti – come i loro parenti ancora in vita, i moderni uccelli – possono aver “comunicato” anche tramite il canto, le danze, i profumo e il piumaggio variopinto, ha detto Williamson .
Le corna, i fronzoli e le creste che adornavano le teste dei Dinosauri potrebbero essere stati utilizzati per i rituali di accoppiamento o per intimidire i rivali. Per esempio, i fossili mostrano che un parente del Triceratopo (Protoceratops andrewsi) aveva sviluppato fronzoli più grandi e placche corneee sulle guance quando era maturato, suggerendo che queste decorazioni contribuivano alla comunicazione nella specie, ed eventualmente servivano per catturare l’attenzione dei compagni.

Queste corna e fronzoli probabilmente trasmettevano anche informazioni sulla classe sociale del Dinosauro e informazioni sull’età agli altri della sua specie, è quanto riferiscono i ricercatori nello studio pubblicato sulla rivista Palaeontologia Electronica a gennaio .

I fossili di Dinosauro hanno anche offerto altri indizi allettanti circa i sensi degli animali. In base alle dimensioni dei loro occhi e al tipo di visione dei loro parenti (vale a dire, uccelli e coccodrilli), è possibile dedurre che i dinosauri avessero  un’eccellente visione dei colori, ha detto Williamson. Inoltre, recenti scoperte di modelli di colore sulle piume dei dinosauri suggeriscono che le piume variopinte potrebbero aver giocato un ruolo nella trasmissione di messaggi.

I suoni profondi dei dinosauri.
Alcuni dinosauri dal becco d’anatra, chiamati Hadrosauri, avevano creste elaborate che contenevano le estensioni lunghe e risonanti delle vie respiratorie. Williamson e colleghi hanno scoperto che queste creste sono naturalmente delle casse di risonanza e quindi potrebbero aver facilmente prodotto suoni a bassa frequenza.
Sulla base delle proprietà fisiche delle ossa che trasmettono il suono tra i timpani e dell’orecchio medio, sappiamo che questi dinosauri erano in grado di sentire i suoni prodotti dalle creste degli altri hadrosauri“, ha detto Williamson.

Le code estremamente lunghe del Diplodoco e degli altri dinosauri sauropodi potrebbero anche essere state utilizzate per produrre rumori. Alcuni ricercatori hanno suggerito che le punte di queste code avrebbero potuto essere schioccate a velocità supersoniche, emettendo schiocchi, simili a quelli prodotti dalle fruste, che potevano percorrere lunghe distanze.

Inoltre gli Anchilosauri possedevano vie respiratorie allungate e contorte che potrebbero essere state utilizzate per realizzare o modificare suoni usati per la comunicazione. E gli enormi dinosauri sauropodi avevano lunghe vie respiratorie nei loro lunghi colli che, molto probabilmente, producevano suoni a bassa frequenza, ha detto Williamson.

Sulla base delle analisi delle orecchie dei Dinosauri, gli scienziati hanno concluso che questi animali avevano un udito eccellente per le basse frequenze, ha detto Williamson. Tali suoni a bassa frequenza possono “penetrare attraverso una fitta vegetazione e percorrere grandi distanze, e potrebbero aver permesso ai singoli dinosauri di essere ascoltati su vaste aree“, ha spiegato Williamson.
Il Mesozoico deve essere stato un posto incredibile, reso ancora più rumoroso e colorato dalle comunicazioni dei dinosauri“, ha concluso.

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Un ‘Gene Rosso’ presente in uccelli e tartarughe suggerisce che i dinosauri avevano una visione dei colori simile a quella degli uccelli.

Un gene per la visione del colore rosso che ha avuto origine nel lignaggio dei rettili intorno a 250 milioni di anni fa, ha donato le brillanti piume rosse agli uccelli e ‘dipinto’ di rosso le guance delle tartarughe che vediamo oggi, e potrebbe essere la prova che i dinosauri potevano vedere un maggior numero di tonalità di rosso, come gli uccelli loro discendenti – e forse mostravano anche una pigmentazione più rossa di quanto si pensasse.
All’inizio di quest’anno, gli scienziati hanno usato i diamanti mandarini per individuare il gene che consente agli uccelli di produrre e visualizzare il colore rosso.
Ora, un nuovo studio mostra che lo stesso ‘gene rosso’ si trova anche nelle tartarughe, che condividono un antico antenato comune con gli uccelli. Entrambi condividono un antenato comune con i dinosauri.
Il gene, chiamato CYP2J19, permette a uccelli e tartarughe di convertire i pigmenti gialli della loro dieta in rosso, che poi utilizzano per aumentare la visione dei colori nello spettro del rosso attraverso le goccioline di olio rosso nelle loro retine.
Uccelli e tartarughe sono i soli Tetrapodi oggi esistenti, o vertebrati terrestri, che hanno queste goccioline di olio rosso nella retina. In alcuni uccelli e poche specie di tartarughe, il pigmento rosso prodotto dal gene viene utilizzato anche per colorare l’esterno: becchi e piume rossi, o macchie sul collo e cerchi sui gusci che si vedono in specie come la  testuggine palustre dipinta.
Gli scienziati hanno estratto i dati genetici di varie specie di uccelli e rettili per ricostruire una storia evolutiva del gene CYP2J19, e hanno scoperto che essa risale a centinaia di milioni di anni nella linea genetica antica degli Archelosauria – il lignaggio ancestrale di tartarughe, uccelli e dinosauri .
I risultati, pubblicati negli Atti del giornale della Royal Society B, forniscono la prova che il ‘gene rosso’ abbia avuto origine circa 250 milioni di anni fa, anticipando la scissione del lignaggio delle tartarughe dalla linea Archosauria, e corre dritto verso l’evoluzione di tartarughe e uccelli.
Gli scienziati dicono che, dato che i dinosauri si sono divisi da questo lignaggio dopo le tartarughe, ed erano strettamente correlati agli uccelli, questo rafforza la teoria secondo la quale i dinosauri avrebbero portato il gene CYP2J19, e che avevano una ‘visione del rosso’ migliore grazie all’olio nella retina.
Questo può aver determinato in alcuni dinosauri la produzione di questo pigmento rosso brillante per la pigmentazione così come la visione migliorata del colore, come si vede in alcuni uccelli e tartarughe di oggi, anche se i ricercatori dicono che questo è più speculativo.
Questi risultati sono la prova che il gene rosso ha avuto origine nel lignaggio degli Archelosauria per la produzione del pigmento utile per la visione dei colori, e molto più tardi si è sviluppato in modo indipendente distribuendosi in entrambi i rami, uccelli e tartarughe, e si rende evidente nelle piume rosse e nei gusci colorati di alcune specie di tartaruga, passando da vedere meglio il rosso ad essere rossi“, dice l’autore senior Dr Nick Mundy, della University of Cambridge’s Department of Zoology.
Questo arrossamento esterno è stato spesso selezionato sessualmente come ‘onesto segnale’ di genuina notevole qualità in un compagno,” dice.
La ricerca precedente sui diamanti mandarini ha mostrato un possibile legame tra becchi rossi e la capacità di scomporre le tossine nel corpo, suggerendo che i colori esterni rossi sono segnali di alta qualità fisiologica dell’esemplare, e non vi sono prove che la colorazione nelle tartarughe dalle orecchie rosse sia legato anche alla segnalazione di qualità.
L’eccellente visione dello spettro rosso fornito dal gene CYP2J19 aiuterebbe le femmine degli uccelli e delle tartarughe a scegliere i maschi dalla brillante pigmentazione rossa“, dice HANLU Twyman, il dottorando che anche è l’autore principale del lavoro.
La struttura della retina negli occhi degli animali include fotorecettori a forma di cono. A differenza dei mammiferi, i coni della retina di uccelli e tartarughe contengono una serie di goccioline di olio dai colori vivaci, tra cui verde, giallo e rosso.
Queste goccioline di olio funzionano in modo simile ai filtri su un obiettivo fotografico. “Filtrando la luce in entrata, le goccioline di olio portano ad una maggiore separazione della gamma di lunghezze d’onda cui ogni cono risponde, creando una sensibilità molto maggiore al colore“, spiega Mundy.
Gli esseri umani possono distinguere tra alcune tonalità di colore rosso come lo scarlatto e il cremisi. Tuttavia, gli uccelli e le tartarughe possono vedere una serie di rossi intermedi tra queste due tonalità. Il nostro lavoro suggerisce che i dinosauri avrebbero avuto anch’essi questa capacità di vedere un vasto spettro di rossi,“.
Per centinaia di millenni di evoluzione, il gene CYP2J19 è stato distribuito in modo indipendente per generare i pigmenti rossi nei rivestimenti esterni di alcune specie di uccelli e poche specie di tartarughe. Gli scienziati dicono che i loro dati indicano che la possibilità che CYP2J19 fosse responsabile della colorazione rossa nei dinosauri sarebbe stata anche possibile.
Il lignaggio ancestrale che ha portato a lucertole e serpenti si divise dalla linea degli Archosauri prima delle tartarughe, e, come i risultati suggeriscono, prima dell’origine del gene rosso. Questi rettili possono avere o meno delle goccioline di olio sulla retina, ma nel caso hanno solo quelle gialle e verdi, ma non le rosse.
Tuttavia, il lignaggio dei coccodrilli che si è diviso dalla linea Archelosauria dopo le tartarughe, sembra aver perso il gene CYP2J19, e non ha goccioline di olio di nessun colore nei propri coni retinici.
Mundy dice che ci sono alcune prove che le goccioline di olio siano andate perse nelle retine di specie che furono prevalentemente notturne per lunghi periodi del loro passato genetico, e che questa ipotesi si adatta ai mammiferi e ai serpenti, e può anche essere il caso dei coccodrilli.

Come sopravvivere una estinzione di massa? Vivere velocemente e morire giovane

Duecentocinquantadue milioni di anni fa, una serie di vulcani siberiani hanno eruttato simultaneamente e hanno portato la Terra alla più grande estinzione di massa di tutti i tempi. Come risultato di questa estinzione di massa, nota come estinzione di massa del Permiano-Triassico, miliardi di tonnellate di carbonio sono state spinte nell’atmosfera, e hanno modificato radicalmente il clima della Terra. Eppure, alcuni animali hanno prosperato nel periodo successivo e gli scienziati ora sanno perché.
In un nuovo studio pubblicato su Scientific Reports, un team di paleontologi internazionale, tra cui c’è lo studioso post-dottorato Adam Huttenlocker del Museo di Storia Naturale dello Utah presso l’Università dello Utah, ha dimostrato che gli antichi parenti dei mammiferi noti come Terapsidi si erano adattati al cambiamento climatico drastico avendo una speranza di vita più breve e avrebbero avuto una migliore possibilità di successo poichè iniziavano a riprodursi in più giovane età rispetto ai loro predecessori.
Il gruppo di ricerca ha studiato i modelli di crescita in Terapsidi del bacino di Karoo in Sud Africa, una zona paleontologicamente significativa che conserva una vasta gamma di fossili che vanno dal Permiano al Giurassico inferiore, da 300 a 180 milioni di anni fa.
Esaminando la microstruttura delle loro ossa prima e dopo il confine dell’estinzione, Huttenlocker e i suoi colleghi sono stati in grado di studiare come i modelli di crescita nei Terapsidi sono stati colpiti dall’estinzione. Studiando le distribuzioni delle dimensioni corporee in specie particolarmente abbondanti dal Permiano e Triassico, il team è stato in grado di interpretare il cambiamento nelle dimensioni delle varie classi e nei tassi di sopravvivenza.
In questo studio, particolare attenzione è stata dedicata al genere Lystrosaurus a causa del suo successo che lo ha portato a sopravvivere all’estinzione del Permiano-Triassico; ha dominato gli ecosistemi di tutto il mondo per milioni di anni durante il periodo di recupero post-estinzione, e costituisce quasi il 70-90% dei vertebrati fossili trovati in rocce del primo Triassico nel Karoo.
Fossili di Terapsidi come Lystrosaurus sono importanti perché ci insegnano molto circa la capacità di ripresa dei nostri antichi parenti a fronte dell’estinzione, e forniscono indizi per scoprire i tratti che hanno conferito successo a queste linee evolutive durante questo turbolento periodo. Lystrosaurus è stato particolarmente prolifico, rendendo possibile costruire un grande insieme di dati e dando la possibilità di sacrificare alcuni esemplari all’istologia per studiare i modelli di crescita registrati nelle sue ossa“, ha detto Huttenlocker, uno degli autori del documento.
Prima dell’estinzione del Permiano-Triassico, il famoso Terapside Lystrosaurus aveva una durata di vita di circa 13 o 14 anni in base ai dati di crescita conservati nelle ossa“, ha detto Ken Angielczyk, paleontologo del Field Museum, un altro degli autori dello studio. “Eppure, quasi tutti gli esemplari di Lystrosaurus che troviamo dopo l’estinzione hanno solo 2 o 3 anni. Ciò implica che devono essersi riprodotti quando erano ancora [relativamente giovani] essi stessi.”
Questa regolazione nella storia della vita significa anche un cambiamento fisico per Lystrosaurus. Prima dell’estinzione di massa, questa creatura sarebbe stata a lunga un paio di metri e avrebbe pesato centinaia di libbre – circa le dimensioni di un ippopotamo pigmeo. Dopo l’estinzione, le loro dimensioni sono scese a quelle di un grosso cane, in gran parte a causa della breve durata della loro vita. Eppure, questi adattamenti sembravano pagare per Lystrosaurus. Simulazioni ecologiche mostrano che la riproduzione precoce di Lystrosaurus avrebbe potuto aumentare la sua possibilità di sopravvivenza del 40% negli ambienti imprevedibili che esistevano a seguito dell’estinzione.
Questo cambiamento nel comportamento riproduttivo, non è presente solo negli animali antichi. Nel secolo scorso, il merluzzo dell’Atlantico ha subito un effetto simile a causa di interferenze umane. La pesca industriale ha rimosso gli individui più grandi dalla popolazione, spostando la loro dimensione media significativamente verso il basso. Allo stesso modo, gli individui rimanenti sono stati costretti a riprodursi il più presto possibile. Cambiamenti simili sono stati anche osservati in varani africani sfruttati dagli esseri umani.
Anche se è difficile vederne gli effetti nella nostra vita quotidiana, vi è una sostanziale evidenza che ci troviamo nel bel mezzo di una sesta estinzione di massa al momento. E’ stato previsto che la metà delle specie di mammiferi potrebbe estinguersi entro la fine del prossimo secolo se i modelli attuali continuano, un tasso che è più di 1.000 volte superiore rispetto alle precedenti stime di estinzioni naturali, una tendenza che non si vedeva dalle estinzioni della fine del Permiano e del Cretaceo“, ha detto Huttenlocker.
Con il mondo che deve affrontare la sua sesta estinzione di massa, la ricerca paleontologica ci aiuta a capire il mondo intorno a noi oggi“, ha detto Angielczyk. “Studiando come animali quali il Lystrosaurus si sono adattati di fronte al disastro, siamo in grado di meglio prevedere come gli incombenti cambiamenti ambientali possono influenzare le specie moderne.

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Trovato il fossile di un dinosauro nano dal becco d’anatra che aveva un tumore facciale

Nel corso della sua vita, circa 69 milioni di anni fa, un dinosauro nano dal becco d’anatra andava in giro con un tumore sulla mascella inferiore, anche se la crescita cellulare insolita probabilmente non gli causava alcun dolore: è il risultato di nuovo studio.
Lo stesso tipo di tumore facciale non canceroso si trova anche in alcuni rettili e mammiferi moderni, compreso l’uomo. Ma questa è la prima volta che i ricercatori lo trovano in un animale fossile, in questo caso sul Telmatosaurus transsylvanicus, un dinosauro dal becco d’anatra, noto anche come un Adrosauro.
Uno dei co-autori dello studio, Kate Acheson, una studentessa di dottorato in geologia presso l’Università di Southampton, in Inghilterra, ha detto in una dichiarazione: “Questa scoperta è la prima mai descritta nella documentazione fossile e la prima ad essere accuratamente documentata in un dinosauro nano. Telmatosaurus transsylvanicus è noto per essere vicino alla radice dell’albero genealogico dei dinosauri dal becco d’anatra, e la presenza di una tale deformità presto nella loro evoluzione ci fornisce un’ulteriore prova che i dinosauri dal becco d’anatra erano più inclini ai tumori di altri dinosauri.
I ricercatori hanno trovato i fossili in Romania occidentale, nella “Valle dei Dinosauri”, che è parte di un sito patrimonio mondiale della United Nations Educational, Scientific and Cultural Organization (UNESCO).
Era ovvio che il fossile fosse deformato quando è stato trovato più di un decennio fa, ma che cosa aveva causato la deformità è rimasto poco chiaro fino ad oggi,” ha detto in una dichiarazione il coautore dello studio Zoltán Csiki-Sava, un paleontologo presso l’Università di Bucarest in Romania.
Il team ha utilizzato uno scanner per tomografia micro-computerizzata (CT) per “sbirciare in modo non invasivo all’interno della peculiare mandibola del Telmatosaurus“, ha detto Csiki-Sava. I risultati hanno mostrato che il dinosauro aveva un ameloblastoma, una crescita non cancerosa, benigna che colpisce le mascelle.
La scoperta di un ameloblastoma in un reperto fossile di becco d’anatra documenta che abbiamo più cose in comune con i dinosauri di quanto precedentemente pensavamo,” ha detto il co-autore Dr Bruce Rothschild, professore di medicina presso la Northeast Ohio Medical University ed esperto di paleopatologia (lo studio delle malattie antiche).
Gli esseri umani di solito non sentono alcun dolore grave da un ameloblastoma in via di sviluppo, e nemmeno il dinosauro probabilmente, dicono i ricercatori. Ma l’animale non era completamente cresciuto quando è morto, quindi è possibile che il tumore in qualche modo abbia contribuito alla morte del dinosauro.
I ricercatori hanno scoperto solo la mascella inferiore dell’animale, quindi è difficile da individuare con certezza la causa di morte del dinosauro senza esaminare il resto delle sue ossa, dicono i ricercatori. Forse il tumore ha modificato l’aspetto del dinosauro o “forse fu anche un po’ disabilitato dalla malattia“, che lo avrebbe reso un bersaglio per i predatori a caccia di prede deboli all’interno della sua mandria di dinosauri dal becco d’anatra, afferma Csiki-Sava.
Trovare la prova di tumori nelle ossa di dinosauro è rara, ma non senza precedenti. I ricercatori hanno in precedenza trovato due tumori su un Titanosauro, un dinosauro dal collo lungo, un gigante erbivoro dalla lunga coda, e su dei dinosauri Brachylophosaurus dal becco d’anatra, Gilmoreosaurus, Bactrosaurus johnsoni e Edmontosaurus, così come sul dinosauro carnivoro, del Giurassico Dilophosaurus wetherilli. Questi tumori, tuttavia, non si trovavano sui volti degli animali.
Lo studio è stato pubblicato online il 5 luglio 2016 sulla rivista Scientific Reports.

Due nuovi dinosauri recentemente identificati possiedono delle strane corna.

Due parenti del Triceratopo recentemente scoperti mettevano in mostra un copricapo un po’ singolare.
I ricercatori hanno scoperto frammenti di cranio di Machairoceratops cronusi in una formazione di Wahweap (Utah meridionale) di 77 milioni di anni costituita da fango indurito. A differenza di altri dinosauri cornuti, M. cronusi, di circa 8 metri di lunghezza, aveva due corna scanalate con punte a spatola che si inclinavano in avanti dalla parte posteriore del suo collare osseo. La funzione delle scanalature ‘sconcerta i ricercatori’.
Un gruppo di ricerca diverso ha trovato un cugino più giovane di M. cronusi nella Judith River Formation del Montana. Spiclypeus shipporum è vissuto circa 76 milioni di anni fa e aveva diversi corni sulla fronte che sporgevano lateralmente dal suo cranio, con inusuali spuntoni sul suo scudo collare – alcuni rivolti verso l’esterno, altri piegati in avanti. Corna e picchi di S. shipporum forse permettevano ad individui della stessa specie di riconoscersi l’un l’altro, dice Jordan Mallon, un paleobiologo coinvolto nella ricerca presso il Canadian Museum of Nature di Ottawa.
Le nuove scoperte aggiungono diversità ai dinosauri cornuti erbivori che vagavano per il Nord America durante il periodo tardo Cretaceo. “Noi pensavamo di sapere la maggior parte delle cose [circa i dinosauri cornuti]“, dice Eric Lund, un paleontologo alla Ohio University di Atene che ha analizzato M. cronusi. “Ma avevamo appena scalfito la superficie.”
Un articolo dettagliato sulle nuove specie è stato pubblicato sul numero del 18 maggio di PLoS One.

Nuove prove collegano lo scarabeo stercorario all’evoluzione dei dinosauri

I ricercatori hanno trovato un collegamento evolutivo tra dinosauri e scarabei stercorari. Un team internazionale di scienziati ha scoperto la prima prova molecolare che indica che degli scarabei stercorari si sono evoluti in associazione con i dinosauri. I risultati collocano l’origine degli scarabei stercorari (Scarabaeidae: Scarabaeinae) nel periodo Cretaceo inferiore, con la prima grande diversificazione che si verificano nel mezzo del Cretaceo. Questa linea temporale pone le loro origini a circa 30 milioni di anni prima di quanto si pensasse. La ricerca esplora le potenzialità di una co-estinzione con i dinosauri 66 milioni di anni fa. Lo studio è stato pubblicato sulla rivista ad accesso libero PLoS ONE.

L’autore Dr. Nicole Gunter del The Cleveland Museum of Natural History ha generato sequenze di DNA molecolare da 125 scarabei presso l’Australian National Insect Collection, CSIRO, che erano in linea con i dati precedentemente pubblicati e hanno creato un insieme di dati che rappresentano complessivamente 450 specie di coleotteri. I dati sono stati utilizzati per creare una filogenesi molecolare datata in modo certo di scarabei. Le analisi comparano le ralazioni temporali ed evolutive di sottofamiglie di scarabei erbivori che si nutrono direttamente sul tessuto vegetale vivente e sottofamiglie di scarabei saprofagi che si nutrono di materia morta e in decomposizione – tra cui il letame.

I risultati hanno confermato che l’evoluzione degli scarabei erbivori ha determinato il predominio ecologico delle piante da fiore o angiosperme. È interessante notare che gli scarabei stercorari sono stati sottoposti a un modello di diversificazione simile a quello degli scarabei erbivori, che fornisce la prima prova di influenza indiretta delle angiosperme sugli insetti non-erbivori. Lo studio pone l’evoluzione degli scarabei stercorari da circa 115 a 130 milioni di anni fa nel Cretaceo inferiore.

Sorprendentemente, i tempi e la diversificazione degli scarabei stercorari è correlata con il predominio ecologico delle angiosperme“, ha detto l’autore la Dottoressa Nicole Gunter, invertebrate zoology collections manager al The Cleveland Museum of Natural History. “Attraverso questi risultati, si ipotizza che l’incorporazione di piante da fiore nella dieta dei dinosauri abbia determinato la prima fonte di letame appetibile per l’alimentazione degli stercorari. Aveva fornito una nuova nicchia per l’evoluzione

I dinosauri sono stati gli animali dominanti sulla Terra per 135 milioni di anni e hanno influenzato gli ecosistemi sicuramente per tutta la loro esistenza“, ha detto il co-autore Dr Stephen Cameron della Queensland University of Technology in Australia. “Questo documento è il primo a dimostrare che la speciazione di un gruppo era legata all’utilizzo dei dinosauri come risorsa ecologica attraverso gli escrementi.” Gli scienziati hanno constatato l’esistenza di coproliti di dinosauro (feci fossili) che rappresentano la prova del seppellimento attribuito all’alimentazione dello scarabeo stercorario datata da 70 a 80 milioni di anni fa, che è in linea con la nuova ipotesi sull’evoluzione dello scarabeo stercorario delineata in questo nuovo studio.

Questa ricerca fornisce prove a sostegno di una estinzione dei coleotteri stercorari nel periodo da circa 60 a 70 milioni di anni fa, che può essere facilmente associato con l’estinzione di massa del Cretaceo-Paleogene dei dinosauri non-aviari“, ha detto la Gunter. “I nostri risultati suggeriscono che la perdita dei dinosauri e dei loro escrementi ha influenzato la diversificazione degli scarabei – che per fortuna, sono sopravvissuti all’estinzione. Noi ipotizziamo che i moderni scarabei stercorari discendano da specie che si alimentavano sia di escrementi di dinosauri che dei primi mammiferi, o da altre specie già adattate per nutrirsi di sterco dei mammiferi del Cretaceo. Speriamo che questa ricerca porti l’attenzione su estinzioni invisibili non evidenziate nella documentazione fossile“.

Anche se i risultati sfidano la precedente ricerca che associava l’origine degli stercorari in quelli dei mammiferi, questo studio indica che anche gli scarabei stercorari si sono diversificati ad un tasso maggiore nel Paleogene in linea con la maggiore diversificazione dei mammiferi. Il team suggerisce che ulteriori ricerche sono necessarie per districare le cause della più recente diversificazione e di far luce sulla sopravvivenza dei coleotteri stercorari attraverso l’estinzione di massa del Cretaceo-Terziario. Questa evoluzione incrociata dei dinosauri, delle piante da fiore, dei mammiferi e degli scarabei dimostra le complesse interazioni tra l’evoluzione degli ecosistemi e che è possibile determinare i driver di diversificazione, anche per gli insetti, per i quali i reperti fossili limitati forniscono una visione ristretta della vita nel Cretaceo.

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