9 fatti affascinanti sulla fondatrice della festa della mamma

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Sarebbe facile credere che la festa della mamma sia stata creata da un’azienda di biglietti di auguri. Dopo tutto, la giornata è celebrata con vendite speciali e brunch, un sacco di regali e massicce campagne pubblicitarie.

In realtà la giornata è stata concepita più di un secolo fa da Anna Jarvis della West Virginia come un modo per onorare i sacrifici fatti delle madri per i propri figli. Fu ispirata da sua madre, ma in seguito fu costernata dal modo in cui la festività era sfuggita di mano. Ecco alcune curiosità sul fondatore e il giorno. (E quando avrete finito di leggere, non dimenticare di chiamare vostra madre.) Continua a leggere

Un pigmento blu trovato su dei denti medievali rivela l’esistenza segreta di donne scriba

L’analisi dei denti umani è diventata sempre più importante nell’archeologia moderna. La recente scoperta di una serie di denti in un monastero tedesco sta rivoluzionando la nostra comprensione delle donne nella vita religiosa di circa nove secoli fa. Sta inoltre cambiando la nostra comprensione del ruolo delle monache nella produzione di manoscritti miniati, forse la più importante forma d’arte religiosa del Medioevo.

Un gruppo di esperti ha lavorato sul sito di un convento o monastero, in rovina da molto tempo, situato a Dalheim, in Germania. Questo sito fu occupato dal 10° al 14° secolo ma fu raso al suolo durante una guerra civile e non ne rimane nulla se non le sue fondamenta e un piccolo cimitero. Il monastero è “conosciuto solo per una manciata di frammenti di testo che lo citano di sfuggita“, secondo la National Public Radio.

 

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Le donne preistoriche avevano braccia più forti delle atlete odierne che fanno canottaggio

Un nuovo studio confronta le ossa delle donne vissute nell’Europa centrale durante i primi 6.000 anni dalla nascita dell’agricoltura con quelle delle atlete moderne e ha dimostrato che la donna agricola preistorica media aveva braccia molto più forti rispetto alle campionesse di voga femminile odierne.
I ricercatori del Dipartimento di Archeologia dell’Università di Cambridge affermano che questa abilità fisica è stata probabilmente raggiunta mediante il lavoro del terreno e la raccolta delle colture a mano, così come con la macinazione del grano che veniva svolta manualmente per almeno cinque ore al giorno per produrre la farina.

Fino ad ora, le indagini bioarcheologiche sul comportamento degli umani nel passato hanno interpretato le ossa delle donne esclusivamente attraverso il confronto diretto con quelle degli uomini. Tuttavia, le ossa maschili rispondono allo sforzo in modo visibilmente più drammatico delle ossa femminili.
Gli scienziati di Cambridge affermano che ciò ha portato alla sistematica sottostima della natura e della portata degli sforzi fisici sostenuti dalle donne nella preistoria.
Questo è il primo studio che confronta effettivamente le ossa delle donne preistoriche con quelle delle donne viventi“, ha detto la dott. Alison Macintosh, autrice principale dello studio pubblicato sulla rivista Science Advances.
Interpretando le ossa delle donne in un contesto specifico per le donne, possiamo iniziare a vedere quanto fossero intensi, variabili e laboriosi i loro comportamenti, a suggerire una storia del lavoro femminile nascosta per migliaia di anni“.
Lo studio, parte del progetto ADaPt (Adaption, Dispersals and Phenotype) finanziato dal Consiglio europeo delle ricerche, ha utilizzato un piccolo scanner TC nel laboratorio PAVE di Cambridge per analizzare un osso del braccio (omero) e delle gambe (tibia) delle donne viventi che praticano una gamma di attività fisiche: corsa, canottaggio e calcio rispetto a quelle con stili di vita più sedentari.
La forza delle ossa delle donne moderne è stata paragonata a quella delle donne vissute nelle prime epoche agricole neolitiche fino alle comunità agricole del Medioevo.
Si può facilmente dimenticare che l’osso è un tessuto vivente, che risponde ai rigori cui sottoponiamo il nostro corpo. Urti fisici e attività muscolare hanno sottoposto l’osso ad uno stress chiamato carico. L’osso reagisce cambiando forma, curvatura, spessore e densità nel tempo per adattarsi allo sforzo ripetuto“, ha detto Macintosh.
Analizzando le caratteristiche ossee delle persone viventi il ​​cui normale sforzo fisico è noto e confrontandole con le caratteristiche delle ossa antiche, possiamo iniziare a interpretare il tipo di lavoro che i nostri antenati eseguivano nella preistoria“.
Durante la stagione di prova durata oltre tre settimane, la Macintosh ha scannerizzato le ossa degli arti delle squadre Open e Lightweight del Women’s Boat Club della Cambridge University, che alla fine hanno vinto la Boat Race di quest’anno e hanno battuto il record del corso. Queste donne, quasi ventenni, si allenavano due volte al giorno e remavano in media per 120 km alla settimana.
Le donne neolitiche analizzate nello studio (vissute da 7.400-7.000 anni fa) avevano una forza ossea delle gamba simile a quella dei moderni vogatori, ma le loro ossa delle braccia erano più forti dell’11-16% per le loro dimensioni rispetto ai rematori e quasi il 30% più forti di quelle dei tipici studenti di Cambridge .
Il carico degli arti superiori era ancora più dominante nelle donne dell’età del bronzo soggetto dello studio (da 4.300-3.500 anni fa), che avevano le ossa del braccio del 9-13% più forti di quelle dei rematori ma le ossa delle gambe del 12% più deboli.
Una possibile spiegazione per questa forza notevole delle braccia è la macinazione del grano. “Non possiamo dire in modo specifico quali comportamenti causassero il carico osseo che abbiamo trovato, ma un’attività principale nell’agricoltura degli inizi era la conversione del grano in farina, e questa veniva probabilmente eseguita dalle donne“, ha detto la Macintosh.
Per millenni, il grano sarebbe stato macinato a mano tra due grosse pietre chiamate macine a sella, e nelle poche società rimaste che usano ancora questo sistema, le donne macinano il grano fino a cinque ore al giorno.
L’azione ripetitiva da parte del braccio di sfregare queste pietre insieme per ore potrebbe aver caricato le ossa delle braccia delle donne in un modo simile al faticoso movimento avanti e indietro del canottaggio“.
Tuttavia, Macintosh sospetta che difficilmente il lavoro femminile sarebbe rimasto limitato a questo lavoro.
Prima dell’invenzione dell’aratro, l’agricoltura di sussistenza prevedeva l’impianto manuale, la lavorazione e la raccolta di tutte le colture“, ha affermato Macintosh. “Era probabile che le donne portassero cibo e acqua al bestiame domestico, trasformassero latte e carne e convertissero le pelli e la lana in tessuti.
La variazione del carico osseo riscontrato nelle donne preistoriche suggerisce che durante il periodo della prima agricoltura si stava sviluppando una vasta gamma di comportamenti. Infatti riteniamo che possa essere l’ampia varietà di lavoro femminile che in parte rende così difficile identificare le firme di un comportamento specifico nelle loro ossa.”
Il dott. Jay Stock, autore senior dello studio e responsabile del progetto ADaPt, ha aggiunto: “I nostri risultati suggeriscono che per migliaia di anni il rigoroso lavoro manuale delle donne è stato un fattore cruciale per le prime economie agricole. La ricerca dimostra ciò che possiamo imparare sul passato umano attraverso una migliore comprensione della variazione umana oggi.

Anche le donne furono pirati

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By Unknownhttp://img.gkblogger.com/blog/imgdb/000/000/150/708_3.jpg, Public Domain, Link

Quanti pirati esistiti nella vita reale puoi nominare? Mentre i nomi di Capitan Kidd o Barbanera potrebbero venire immediatamente in mente, nomi come Anne Bonny e Mary Read probabilmente no. Ma come scrive lo storico Marcus Rediker, erano solo alcune delle molte donne che navigavano i sette mari travestite da uomini.

Queste donne pirata sono state quasi completamente oscurate dalla tradizione che circonda le loro controparti maschili. Ma non erano così rare: Marcus scrive che le donne pirata “non erano casi del tutto insoliti” e che facevano parte di “una tradizione sotterranea profondamente radicata di travestimento femminile, paneuropeo nelle sue dimensioni ma particolarmente forte in Inghilterra, Paesi Bassi e Germania.”
Questa tradizione era imperniata sulle donne che non avevano nulla da perdere: persone così emarginate e dimenticate che coglievano ogni opportunità. Donne vestite da uomini per sfuggire alla povertà e che seguivano l’avventura sulla terraferma, e donne come Bonny e Read che lo fecero per mare.
C’erano ostacoli importanti per le donne che andavano per mare, anche sotto gli auspici di spedizioni legittime. Alle donne fu proibito di servire come membri dell’equipaggio su navi che presentavano grandi sfide fisiche per gli uomini; erano anche considerate “ostili al lavoro e all’ordine sociale” su una nave. In altre parole, si pensava che il solo fatto della loro femminilità fosse in grado di portare ammutinamenti e sfortuna all’equipaggio di una nave. Persino i pirati, che rifiutavano le regole consolidate del marinarismo in favore del profitto, credevano che le donne avrebbero rovinato le loro incursioni e fomentato la discordia tra i loro equipaggi.
Le donne pirata indossavano semplicemente abiti maschili e si univano agli equipaggi. Dimostravano il loro valore attraverso il loro ingegno, coraggio e contributo. Dovevano essere più rapide, più intelligenti e persino più coraggiose dei loro omologhi maschi, e imprecare, combattere e uccidere come e meglio di loro. Bonny, una esuberante irlandese, sparò ad altri membri dell’equipaggio che considerava vigliacchi quando si tirarono indietro durante un’incursione. E Mary Read, un’inglese con il gusto per l’avventura, sfidò a duello un nemico del suo amante e lo uccise prima che potesse combattere con il suo fidanzato.
Sia Read che Bonny hanno rivelato le loro vere identità ai loro equipaggi a un certo punto, e a volte indossavano abbigliamento femminile “prova dell’accettazione che avevano raggiunto, nonostante il loro genere“. Rivendicarono anche il privilegio del loro sesso quando vennero processate per  pirateria, sostenendo che erano incinte e sfuggendo così alle punizioni. Ma non è chiaro quante altre donne non siano mai state scoperte.
Potremmo non sapere mai quante donne siano diventate pirati, e certamente non avremmo mai dovuto scoprirlo. Queste donne “aggiunsero una dimensione del tutto nuova al fascino sovversivo della pirateria afferrando ciò che era considerato come ‘libertà maschile’“. In un certo senso, stavano compiendo l’ultimo atto di pirateria semplicemente uscendo e prendendosi ciò che consideravano loro.

Le donne scienziate dimenticate che fuggirono dall’olocausto per andare negli Stati Uniti

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By tampe, CC BY-SA 3.0, Link

Nedda Friberti era una studiosa di matematica e fisico italiano che venne ridotta allo status di rifugiato nella seconda guerra mondiale. Fanny Shapiro arrivò in America dalla Lettonia, dove aveva studiato batteriologia fino a quando la guerra interruppe le sue ricerche. La microbiologa francese Marguerite Lwoff lavorava con suo marito, André Lwoff, anche se poi non ricevette il premio Nobel insieme a lui. Elizabeth Rona nacque in Ungheria e divenne un famoso chimico nucleare, ma fu costretta a fuggire dal suo paese nel 1940.
Tutte e quattro le donne hanno conseguito un dottorato di ricerca nei loro rispettivi campi, in un momento in cui essere una studentessa donna era incredibilmente difficile. Hanno anche affrontato l’ulteriore ostacolo di essere prese di mira dalle leggi antisemite che vennero promulgate in tutta Europa negli anni ’30 e ’40. E tutte e quattro le donne hanno fatto domanda – che fu negata – per l’assistenza dell’American Emergency Committee in Aid of Displaced Foreign Scholars.
Queste sono solo quattro storie su cui ha fatto luce il progetto Rediscovering the Refugee Scholars. Messo su da ricercatori della Northeastern University il progetto analizza i campi del giornalismo, degli studi ebraici, della storia e informatica, e cerca di fare luce sui viaggi faticosi degli studiosi che fuggirono dalle persecuzioni in Europa con la speranza di recarsi negli Stati Uniti con l’assistenza del Comitato di Emergenza. Il comitato, inizialmente guidato dal giornalista Edward R. Murrow, fungeva da intermediario tra università americane e studiosi europei in cerca di lavoro al di fuori dei loro paesi di origine. È stato fondato dalle fondazioni Rockefeller e Carnegie e ha ricevuto richieste da circa 6.000 studiosi. Di questi, solo 330 hanno ricevuto aiuti. Per quanto riguarda le 80 donne scienziate e matematiche identificate dalla squadra, solo quattro furono supportate dal comitato (anche se molti altri si sono fatti strada negli Stati Uniti e in altri paradisi sicuri).
Il progetto è nato in parte a causa delle domande senza risposta che la giornalista e professoressa Laurel Leff si era fatte durante le ricerche per il suo libro, ‘Buried by the Times: The Holocaust and America’s Most Important Newspaper’. Una di quelle domande riguardava il modo in cui i profughi ebrei si recavano negli Stati Uniti, e il materiale d’archivio del Comitato di Emergenza era la risorsa perfetta per cercare risposte.
Assieme a colleghi e studenti armati di cellulari con fotocamera, un team di otto ricercatori si è riversato tra le risme di documenti ora archiviati presso la biblioteca pubblica di New York, scattando foto dei documenti e cercando di trasformare le informazioni in formato digitale. Per rendere questo compito erculeo più gestibile, i ricercatori si sono limitati ad analizzare le vicende di sole 80 donne scienziate e matematiche, e hanno escogitato alcune soluzioni intelligenti (incluso l’uso della longitudine e della latitudine per rilevare i punti geografici per creare le loro mappe online, infatti le città e a volte i paesi avevano cambiato nome dall’epoca della seconda guerra mondiale).
C’è questa documentazione che è al tempo stesso molto ampia e anche molto elogiativa, secondo cui gli Stati Uniti hanno svolto questo ruolo incredibilmente importante nel salvare la civiltà occidentale portando qui [negli Stati Uniti] tutte queste persone“, afferma Leff. “Mentre certamente molte persone sono sfuggite e sono state in grado di trasformare la cultura americana (penso ad Albert Einstein e Hannah Arendt), non erano tutti. È una versione soddisfatta della nostra storia.
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Nell’aprile del 1933, il partito nazista approvò la sua prima importante legge per limitare i diritti dei cittadini ebrei. La legge per il ripristino del servizio civile professionale ha escluso gli ebrei e altri non ariani da varie professioni e organizzazioni, incluso il ruolo nelle università. Nuove leggi ridussero anche il numero di studenti ebrei e di coloro che potevano  praticare medicina o legge.
E poi c’era il problema di come i nazisti definivano l’ebraicità. Per il governo, non si trattava di essere un ebreo praticante. Tutto ciò che importava loro era la purezza del sangue, il che significava che avere tre o quattro antenati nati in una comunità religiosa ebraica era sufficiente perché la persona fosse considerata non ariana, e venisse perseguitata per questo.
Anche se alcuni studiosi furono in grado di aggrapparsi alle loro posizioni per alcuni anni dopo la legge del 1933 grazie al servizio prestato durante la prima guerra mondiale, alla fine tutti furono rimossi dalle università tedesche. “In alcune discipline e facoltà questo era un numero enorme di persone, un terzo di loro infatti era ebreo o di origine ebraica“, afferma Leff. Basato su una ricerca dell’Institute for European Global Studies, la cifra comprendeva circa 12.000 individui istruiti rimossi dal loro lavoro in Germania.
Fu allora che il Emergency Committee in Aid of Displaced Foreign Scholars entrò in azione.
A quel tempo, gli Stati Uniti operavano in base all’Immigration Act del 1924. La legge negava l’ingresso a qualsiasi immigrato dall’Asia e poneva un limite annuale, o “quota” di 150.000 immigranti cui era consentito l’ingresso negli Stati Uniti. Tale numero era suddiviso tra i vari paesi in base al numero di abitanti, e ha avuto un grave effetto limitante sul numero di immigrati ebrei provenienti dall’Europa Orientale e Russia.
Molte persone si faranno la domanda, ‘Perché gli ebrei non se ne sono andati?’“, dice il professore di storia della Northwestern University, Daniel Greene, che lavora anche come curatore di mostre presso l’Holocaust Memorial Museum degli Stati Uniti . “I progetti come questo rivelano che questa non è la domanda giusta da fare. Dovremmo chiederci: ‘Perché è stato così difficile per le altre nazioni ammettere gli ebrei?’
Ma la legge statunitense conteneva una disposizione particolare che si applicava ai professori e ai ministri: se potevano trovare lavoro presso le istituzioni americane, potevano emigrare senza passare attraverso il sistema delle quote. È stato questo aspetto della legge che il Comitato di Emergenza ha pianificato di sfruttare. Con l’aiuto della Fondazione Rockefeller, il Comitato di Emergenza iniziò a raccogliere curriculum da studiosi europei in cerca di lavoro negli Stati Uniti e cercò di collocarli nelle università americane.
Tuttavia, anche con l’aiuto del Comitato di Emergenza, per gli studiosi non era in alcun modo assicurato il lavoro. Delle 80 donne delle quali è stato attualmente stilato un profilo dal progetto Scholars Refugee, solo quattro hanno ricevuto sovvenzioni.
Per ottenere un posto di lavoro in un’università americana, era davvero utile non essere ebreo“, afferma Leff. Ciò non significava esattamente la stessa cosa che veniva fatta in Germania; poche istituzioni erano interessate ai legami di sangue. Ma alcuni, come l’Hamilton College nel nord dello stato di New York, dissero esplicitamente al Comitato di Emergenza che volevano un candidato ariano. E il Dartmouth College si è offerto di prendere qualcuno di etnia ebraica, ma quella persona “non dovrebbe sembrare troppo ebrea“, dice Leff.
La sfida in più per le donne era trovare un’università che le assumesse per la ricerca. Era più facile trovare posizioni presso le università femminili, ma a volte ciò significava che le studiose altamente qualificate non avrebbero avuto accesso alla tecnologia di laboratorio a cui erano abituate. Molte delle studiose europee arrivarono negli Stati Uniti come domestiche, e a quel punto si rivolgevano al Comitato di Emergenza perchè le aiutasse a trovare lavoro nelle università piuttosto che come cuoche o fornitrici di servizi per l’infanzia.
Ma per le donne che tentavano di fuggire dall’Europa, non si trattava semplicemente di ottenere un lavoro nel loro campo; la posta in gioco era la vita o la morte. Leff cita la biologa Leonore Brecher come un esempio particolare. La ricercatrice rumena sviluppò la sua carriera studiando farfalle, passando dalla Romania a Vienna poi nel Regno Unito e tornando nel suo paese inseguendo la sua carriera. Ma dopo essere stata costretta a vivere in un quartiere ebraico, la Brecher fu successivamente arrestata e deportata.
È semplicemente straziante. Una scienziata dedita ai suoi studi che viene macellata all’arrivo in questo centro di sterminio relativamente sconosciuto, fuori Minsk“, afferma Leff. “Questa gente merita di raccontare anche le proprie storie, non solo i grandi scienziati che svilupparono la bomba atomica“, come James Franck, un fisico tedesco che protestò contro il regime nazista e andò negli Stati Uniti, dove partecipò al Progetto Manhattan.
Alla fine, Leff e il team della Northeastern University vorrebbero digitalizzare tutte le migliaia di documenti attualmente archiviati in copie fisiche. Sperano che gli studiosi di vari settori si servano di queste informazioni e che spettatori casuali visitino il sito web del progetto per vedere le storie di questi individui.
Per Greene, che crede anche nell’importanza di conoscere i dettagli riguardanti i singoli individui nel mezzo della massa di dati sull’Olocausto, si ha un’altra lezione tratta da questa ricerca sull’atteggiamento degli Stati Uniti nei confronti dei rifugiati all’epoca. “Un modo per guardare la storia della storia americana è guardare gli ideali americani messi a confronto con la realtà sul campo“, dice Greene. “Gli anni ’30 furono un momento di crisi. C’era una paura pervasiva degli stranieri, generata come risultato di una profonda depressione. Spesso quando si hanno queste condizioni negli Stati Uniti, diventa più difficile vivere alcuni dei nostri ideali dichiarati sull’essere una nazione di immigrati o una terra di rifugio“.

Cinque cose da sapere su Liliuokalani, l’ultima regina delle Hawaii

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La regina, che è stata deposta da un colpo di stato guidato dai piantatori di canna da zucchero americani, è morta 100 anni fa, ma non è stata affatto dimenticata
L’11 novembre segna il 100° anniversario della morte di Liliuokalani, l’ultimo monarca delle Hawaii. La sua storia è inestricabilmente legata con il modo in cui la catena di isole è passata dallo stato di regno sovrano a una repubblica appartenente al territorio degli Stati Uniti e, infine, ad uno stato.
Liliuokalani nacque nel 1838 come Lydia Kamakaeha. La sua famiglia apparteneva ad un clan hawaiano di alto rango e sua madre era un consigliere di Kamehameha III, che regnò dal 1825 al 1862. Prima della sua morte, adottò il nipote, che governò sulle Hawaii come Kamehameha V, fino al 1874, quando morì senza nominare un successore. Secondo la costituzione hawaiana, il legislatore aveva il potere di eleggere un nuovo re e stabilire una nuova linea di successione. Il fratello di Lydia, David Kalākaua, fu scelto e governò fino al 1891.
Con la sua morte, Liliuokalani fu proclamata regina, ma il suo regno fu di breve durata. Nel gennaio 1893, un colpo di stato guidato da Sanford Dole prese il potere e spinse il governo degli Stati Uniti ad annettere le isole. Due anni più tardi, dopo la fallita insurrezione dei sostenitori di Liliuokalani per restituire il potere al dominio reale hawaiano, la regina fu accusata di tradimento e messa agli arresti domiciliari. In una dichiarazione, in cambio di un perdono per lei e per i suoi sostenitori, disse “ho ceduto alla forza superiore degli Stati Uniti d’America” ​​in segno di protesta, sottolineando che John L. Stevens, ministro degli Stati Uniti alle Hawaii, che sosteneva il governo provvisorio, aveva già “fatto sbarcare le truppe statunitensi a Honolulu“.
Continuò: “Ora, per evitare qualsiasi collisione di forze armate e forse di perdita di vite, io cedo, con riserva, e spinta dalle forze suddette, la mia autorità fino al momento in cui il governo degli Stati Uniti, in base ai fatti ad esso presentati, annullerà l’azione del suo rappresentante e mi reitegrerà all’autorità che rivendico come sovrana costituzionale delle isole hawaiane“.
In esilio, Liliuokalani sostenne la liberazione delle Hawaii fino alla sua morte nel 1917 all’età di 79 anni.
Ma tutto ciò graffia a malapena la superficie della sua storia. Nel centenario della sua morte, ecco cinque dettagli sulla vita e l’eredità di Liliuokalani:
Era una cantautrice di talento
La regina ha composto più di 160 canzoni, o mele, durante la sua vita. Mentre molte di esse sono commoventi, una in particolare, “Aloha Oe (Addio a Te)”, è un vero classico globale e sinonimo delle isole Hawaii. La canzone è stata scritta nel 1878 e Matthew DeKneef della rivista Hawai’i riporta che è probabilmente basata su una storia vera. La storia racconta che mentre la regina stava girando sull’isola di Oahu vide un ufficiale reale ricevere un lei e un addio da una ragazza hawaiana e le è venuta in mente una melodia. Che sia stato questo a ispirare la canzone o no, quando finì la sua cavalcata quel giorno la canzone d’addio era finita. Più tardi, la canzone venne reinterpretata come un lamento per la perdita del suo paese. Qualunque sia il significato, è una melodia potente ed è stata incisa come cover praticamente da tutti, da Israel “Iz” Kamakawiwoʻole a Johnny Cash.
Ha sposato un americano
John Owen Dominis, figlio di un capitano di nave, è cresciuto alle Hawaii e studiò in una scuola che si trovava accanto alla Royal School, che istruiva la nobiltà hawaiana. È lì che Dominis ha incontrato Liliuokalani. I due si sposarono nel 1862. Il matrimonio, secondo il libro di memorie di Liliuokalani, non fu felice. La coppia non poteva avere figli, ma Dominis fece un figlio con una delle domestiche di Liliuokalani nel 1883. Liliuokalani alla fine adottò il bambino, che divenne noto come John’Aimoku Dominis, nel 1910. Adottò anche due altri bambini attraverso l’usanza hawaiana chiamata hanai, Lydia Kaonohiponiponiokalani Aholo nel 1878 e Joseph Kaipo Aea nel 1882.
Dominis morì nel 1891, alcuni mesi dopo l’inizio del regno di sua moglie.
Liliuokalani venne deposta da un colpo di stato degli Stati Uniti
Man mano che gli interessi economici americani riguardanti lo zucchero e le coltivazioni di ananas crescevano sulle isole hawaiane, i coloni e gli uomini d’affari americani volevano un maggiore controllo sul regno. Nel 1887, quando ancora regnava David Kalakaua fu costretto, da un gruppo di avvocati e uomini d’affari e da una milizia armata controllata dalla Lega hawaiana, a firmare una nuova costituzione. Quella costituzione, chiamata “Costituzione di Bayonet”, trasferì gran parte del potere della monarchia all’assemblea legislativa, che fu eletta con restrizioni di voto che favorivano i non-hawaiani. Quando Liliuokalani salì al trono, si rifiutò di onorare la costituzione del 1887 e propose una costituzione che restituisse più potere alla monarchia. Questo era troppo per Dole e gli americani. Nel gennaio 1893, un “Comitato di sicurezza” si riunì vicino al palazzo Iolani della regina. Stevens ordinò a 300 marines della U.S.S. Boston di “proteggere” il comitato, dando il timbro non ufficiale di approvazione del governo degli Stati Uniti al colpo di stato. Per evitare spargimenti di sangue, Liliuokalani si arrese alla milizia.
Gli Stati Uniti hanno inscenato una finta invasione delle Hawaii
Subito dopo il colpo di stato, Grover Cleveland, un anti-imperialista, divenne presidente degli Stati Uniti. Sostenne il restauro della regina e subì l’opposizione di una corrente del Congresso che spingeva per l’annessione. Chiese un rapporto sul rovesciamento, chiamato comunemente Blount Report, e cercò di avviare trattative per rimettere la regina sul trono. Quei negoziati fallirono. Per fare pressione in merito, le navi da guerra statunitensi Corwin, Adams e Filadelfia si recarono alle Hawaii, puntando le armi verso Honolulu. La tensione salì mentre i marines facevano i preparativi per un’incursione in piena vista sui ponti delle navi, dando vita alla cosiddetta “settimana nera”.
Ma l’incursione era solo un bluff. Invece di continuare a spingere per l’annessione agli Stati Uniti, i leader del golpe stabilirono la Repubblica delle Hawaii con Dole come presidente. Attesero che l’amministrazione di Cleveland finisse e nel 1898, sotto William McKinley, gli Stati Uniti annettevano ufficialmente le Hawaii, la guerra ispano-americana convinse il Congresso dell’utilità di avere una base navale del Pacifico a Pearl Harbor.
I discendenti della famiglia reale delle Hawai continuano a fare richieste per il trono hawaiano
I discendenti della monarchia delle Hawaii rivendicano ancora oggi la sovranità sulle isole, e alcuni gruppi, tra cui il governo del Regno delle Hawaii, vogliono che gli Stati Uniti restituiscano le isole ai suoi abitanti nativi. Dalla morte di Liliuokalani, diverse persone hanno rivendicato il trono hawaiano. Un gruppo sostiene che l’attuale erede legittimo è Owana Ka’ohelelani La’anui Salazar, un musicista e attivista, che è un diretto discendente di Keoua Nui, padre di Kamehameha il Grande. Anche Mahealani Kahau, un altro discendente reale, ha fatto richiesta.
Chiunque sia il vero monarca, alcuni nativi hawaiani, negli ultimi anni, hanno aumentato la pressione per avere una maggiore sovranità. Proprio la scorsa settimana un gruppo di hawaiani ha iniziato a redigere una nuova costituzione.
E potrebbe succedere. Nel 2016, il Dipartimento degli Interni americano ha approvato una norma che consente ai nativi hawaiani di votare per la creazione di un governo indigeno, simile al modo in cui i nativi americani sul continente hanno stabilito nazioni sovrane.

Quella volta in cui Marie Curie stava cercando di far funzionare la corrente

Maria Skłodowska, meglio nota come Marie Curie è nata a Varsavia, il 7 novembre 1867 e morta a Passy il 4 luglio 1934, è stata una chimica e fisica polacca naturalizzata francese.
Nel 1903 fu insignita del premio Nobel per la fisica (assieme al marito Pierre Curie e ad Antoine Henri Becquerel) per i loro studi sulle radiazioni e, nel 1911, del premio Nobel per la chimica per la scoperta del radio e del polonio. Marie Curie è l’unica donna tra i 4 scienziati che hanno vinto 2 premi Nobel.
Marie Curie crebbe nella Polonia russa dove le donne non erano ammesse agli studi superiori. Si trasferì quindi a Parigi e nel 1891 iniziò a frequentare la Sorbona, dove si laureò in fisica e matematica. Nel dicembre del 1897 iniziò a compiere studi sulle sostanze radioattive, che da allora rimasero al centro dei suoi interessi.
Dopo la morte accidentale del marito Pierre Curie, avvenuta nel 1906, le fu concesso di insegnare nella prestigiosa università della Sorbona. Due anni più tardi le venne assegnata la cattedra di fisica generale, e divenne la prima donna ad aver insegnato alla Sorbona.
Negli ultimi anni della sua vita fu colpita da una grave forma di anemia aplastica, malattia quasi certamente contratta a causa delle lunghe esposizioni alle radiazioni di cui, all’epoca, si ignorava la pericolosità. Morì nel sanatorio di Sancellemoz di Passy in Alta Savoia, nel 1934.
Ancora oggi, tutti i suoi appunti di laboratorio successivi al 1890, persino i suoi ricettari di cucina, sono considerati pericolosi a causa del loro contatto con sostanze radioattive. Sono conservati in apposite scatole piombate e chiunque voglia consultarli deve indossare abiti protettivi.
La figlia maggiore, Irène Joliot-Curie, vinse anch’ella un premio Nobel per la chimica (insieme al marito Frédéric Joliot-Curie) nel 1935, l’anno successivo la morte della madre. La secondogenita, Ève Denise Curie, scrittrice, fu tra l’altro consigliere speciale del Segretariato delle Nazioni Unite e ambasciatrice dell’UNICEF in Grecia.
La nipote Hélène Langevin-Joliot è professoressa di fisica nucleare all’Università di Parigi. Un altro nipote, Pierre Joliot è un noto biochimico che si occupa dello studio della fotosintesi.
Il museo
Il Musée Curie è un piccolo museo gratuito inserito nel campus dell’istituto di ricerca Institut Curie a Parigi. Non è in cima alla lista per i turisti che visitano Parigi, ma è un modo interessante per trascorrere un’ora o giù di lì se ci si trova nel Quartiere Latino.
Marie Curie è stata la prima scienziata a vincere due premi Nobel ed è difficile non immaginarla come un genio altero, sempre curva sui suoi taccuini o sui suoi strumenti di ricerca con la mente che viaggia più veloce di qualunque altra.
Sia Marie Curie che gli oggetti che le appartenevano sono intoccabili. I suoi resti sono così radioattivi che è stata sepolta in una bara foderata di piombo. Alcune delle sue carte nel museo sono repliche perchè quelle originali, come tanti suoi oggetti, sono ancora troppo radioattivi per essere esposti per i visitatori del museo.
I ricercatori possono estrarre gli originali dagli appositi contenitori di stoccaggio della Bibliothèque Nationale de France solo indossando indumenti protettivi e solo se firmano un documento che indichi che sono a conoscenza dei rischi.
Il Musée Curie è ospitato nel laboratorio dove la scienziata ha lavorato dal 1914 al 1934. Ha esposti dei reperti riguardanti la mania per il radio che esplose negli anni Venti e Trenta del ‘900, la famiglia Curie e il loro lavoro, e successivamente il lavoro svolto all’Istituto Radium fondato dalla Curie stessa nel 1909, ora l’Istituto Curie.
Il visitatore può sbirciare nel vecchio ufficio della Curie e immaginare Madame Curie stessa che ci lavora. All’esterno dell’edificio una fotografia a grandezza naturale della scienziata pende da una ringhiera, come se lei guardasse nel suo giardino e contemplasse i segreti della radioattività. L’immagine sembra essere stata scattata proprio nello stesso punto in cui è ora esposta, un breve sguardo dal passato in piedi nel presente. È facile immaginare che la Curie abbia trascorso molto tempo appoggiandosi a quella ringhiera, persa nei suoi pensieri.
Ma una lettera esposta nel museo la umanizza ancor di più. Inizia così: “Dobbiamo risolvere una piccola difficoltà relativa alla fornitura della corrente alternata (per la luce e l’energia) per gli esperimenti…“. Marie Curie era proprio come noi! Aveva problemi di amministrazione e logistica da affrontare prima di poter svolgere il suo lavoro!


Articolo originale
Wikipedia

Boudicca

Boudicca o Boudica, Boadicea, Buduica, Bonduca, oltre a molte altre forme, è stata una Regina Celtica della tribù degli Iceni che vivevano nella moderna East Anglia, in Gran Bretagna, e che ha condotto una rivolta contro Roma nel 60/61 dC.

Il Re degli Iceni, Prasutagus, un alleato indipendente di Roma, aveva deciso che alla sua morte le sue terre sarebbero state divise tra le sue figlie e l’Imperatore Nerone di Roma. Quando Prasutagus morì, tuttavia, le sue terre furono prese interamente da Roma e gli Iceni perdettero il loro status di alleati.

Quando sua moglie, Boudicca, si oppose a questa azione, venne fustigata e le sue due figlie violentate.
Boudicca montò quindi una rivolta contro Roma che lasciò le antiche città romane di Camulodunum, Londinium e Verulamium in rovina e oltre 80.000 cittadini romani della Gran Bretagna sul campo morti.

Venne poi sconfitta nella Battaglia di Watling Street dal governatore romano Gaio Svetonio Paulino principalmente per via della scelta giudiziosa del campo di battaglia da parte di quest’ultimo che permise all’esercito romano di tagliare al nemico il percorso di fuga circondando i loro carri, animali e famiglie. Boudicca si dice che abbia commesso suicidio avvelenandosi dopo la sconfitta.

Le fonti primarie della storia della rivolta di Boudicca sono gli storici romani, Publio Cornelio Tacito (56-117 dC) e Cassio Dio (150-235 dC). Questi due storici offrono diverse versioni della storia in quanto Tacito sostiene che la rivolta è scaturita dal maltrattamento da parte dei romani degli Iceni avvenuto dopo la morte di Prasutagus mentre Dio scrive che la causa della rivolta fu una disputa su un prestito.

L’altra differenza significativa tra le versioni è che Dio non fa menzione della fustigazione di Boudicca o della violenza sulle sue figlie e afferma che è morta per le ferite sostenute in battaglia, non avvelenata. Il racconto di Tacito è generalmente accettato come più realistico perché suo suocero, Gneo Julio Agricola (40-93 dC) fu il governatore della Gran Bretagna e fu prevalentemente responsabile della conquista della regione, ed è servito come principale fonte di informazioni per Tacito. Non c’è dubbio della partecipazione di Agricola alla soppressione della rivolta di Boudicca, dato che servì come soldato semplice sotto Svetonio nel 61 dC.

Cause della ribellione di Boudicca
Tacito scrive: “Prasutagus, re degli Iceni, dopo una vita di lunga e ben conosciuta prosperità, aveva fatto l’Imperatore co-erede con le sue due figlie, e Prasutagus sperava che questa sottomissione avrebbe preservato il suo regno e la sua famiglia dall’attacco dei romani. [Dopo la sua morte] il regno e la famiglia furono spogliati come fossero bottino di guerra, il primo da parte degli ufficiali romani, la seconda da schiavi romani. Per cominciare, la sua vedova Boudicca fu fustigata e le loro figlie violentate, i capi Iceniani furono privati delle loro proprietà ereditarie come se i Romani avessero ricevuto tutto il paese in dono, i parenti del re furono trattati come schiavi, e gli umiliati Iceni temevano ancora peggio, ora che erano stati ridotti allo stato di provincia e si ribellarono“. (Testimone oculare di Roma antica, 197).

La storica Miranda Aldhouse-Green cita una precedente ribellione degli Iceni, nel 47 dC, che ebbe a motivo l’elevazione di Prasutagus a capo delle tribù. Questa ribellione non riuscì e non è chiaro quale ruolo abbia avuto in essa Prasutagus, ma sembra chiaro che i Romani videro Prasutagus come un leader che poteva mantenere la pace tra gli Iceni e Roma.

Aldhouse-Green mette in evidenza anche il significato della volontà di Prasutagus, che aveva diviso le sue terre tra le sue figlie e Roma omettendo Boudicca, come prova dell’ostilità della regina verso Roma.
Si ritiene che, lasciandola fuori dalle sue volontà, Prasutagus sperava che le figlie continuassero la sua politica di cooperazione. Dopo la sua morte, tuttavia, tutte le speranze degli Iceni di restare in pace con Roma andarono perse.

La guerra di Boudicca
Boudicca colpì per prima la città di Camulodunum (la moderna Colchester) dove massacrò gli abitanti e distrusse l’insediamento romano. Il governatore Svetonio era impegnato a sedare una rivolta sull’Isola di Mona e così i cittadini romani si appellarono al procuratore imperiale Cato Deciano. Egli inviò una forza di 200 uomini con armi leggere che si rivelarono inefficaci per difendere la città.

La Nona divisione romana, guidata da Rufo, marciava per andare in aiuto dell’insediamento, ma fu rovesciata e la fanteria decimata dalle forze britanniche. Tattico cita l’avidità e la rapacità degli uomini come Cato Deciano per la perversità dei britannici in rivolta.

Svetonio, ritornando da Mona, si avvicinava a Londinium (la Londra moderna) quando ricevette l’informazione che le forze di Boudicca superavano di gran lunga le sue, così lasciò la città al suo destino e cercò un terreno più vantaggioso per la battaglia. L’esercito di Boudicca saccheggiò Londinium e, come in precedenza, massacrò gli abitanti.

Svetonio aveva offerto al popolo della città un passaggio sicuro con il suo esercito e sembra che molti accettarono questa offerta. Tuttavia, scrive Tacito, “quelli che rimasero perché erano donne, o vecchi, o attaccati al luogo, furono massacrati dal nemico. Verulamium subì lo stesso destino“.

La battaglia di Watling Street
Mentre i Britannici stavano distruggendo Verulamium (la modern St. Albans), Svetonio “scelse una posizione in una gola con un bosco dietro di se’. Non potevano esserci nemici, lo sapeva, tranne che davanti a lui, dove c’era campagna aperta senza copertura per le imboscate” (Tacito).

I britanni arrivarono per combattere in “numeri senza precedenti. La loro fiducia era tale da portare con sé le mogli per vedere la vittoria, installandole in carri situati ai margini del campo di battaglia” (Tacito). Entrambi i leader si dice che abbiano incoraggiato e ispirato le loro truppe e poi Svetonio diede il segnale della battaglia e la fanteria avanzò gettando i giavellotti.

Il numero superiore degli uomini di Boudicca non dava alcun vantaggio nel campo stretto che Svetonio aveva scelto e, infatti, questo lavorò contro di lei, e la massa degli uomini stretti insieme fornivano bersagli facili per i romani.

I britanni indietreggiarono davanti all’assalto con i giavellotti e poi alle formazioni a cuneo che tagliavano i loro ranghi. Svetonio ordinò quindi la carica della sua fanteria ausiliaria e poi della sua cavalleria e i britanni si girarono per fuggire dal campo.

La carovana di approvvigionamento che avevano disposto nella parte posteriore dell’accamento impediva loro la fuga e la disfatta si trasformò in un massacro. Scrive Tacito, “i restanti britanni fuggirono con difficoltà dal momento che il loro anello di carri bloccava le vie d’uscita. I Romani non risparmiarono nemmeno le donne. Anche gli animali e i bagagli, trafitti dalle armi, si aggiunsero al mucchio dei morti“.

Boudicca e le sue figlie, apparentemente, riuscirono a scappare ma, subito dopo si avvelenarono per scampare alla cattura. Anche se il sito della battaglia è sconosciuto, ci si riferisce ad esso come alla battaglia di Watling Street che suggerisce una posizione precisa tra le località di King’s Cross a Londra a Church Stowe, Northamptonshire

Dopo la sconfitta di Boudicca, Svetonio istituì leggi più severe sulle popolazioni indigene della Gran Bretagna finché non fu sostituito da Publio Petronio Turpiliano che protesse ulteriormente il sud della regione per Roma attraverso misure più blande.

Altre piccole insurrezioni sorsero negli anni successivi alla rivolta di Boudicca, ma nessuna ottenne lo stesso sostegno diffuso e nemmeno lo stesso costo in vite umane. I Romani continuarono a governare la Britannia senza ulteriori significativi problemi sino al loro ritiro dalla regione nel 410 dC.

Anche se ha perso la sua battaglia e la sua causa, Boudicca è celebrata ancora oggi come un’eroina nazionale e simbolo universale del desiderio umano per la libertà e la giustizia.

Fu Hao – la donna che fu generale

https://it.wikipedia.org/wiki/Fu_Hao

Fu Hao (anno della morte circa 1.200 aC)
Secondo una biografia pubblicata nel 2002: Women in World History: A Biographical Encyclopedia (Yorkin Publications), Fu Hao fu la prima donna generale conosciuta della dinastia Shang e visse circa 3.000 anni fa, durante l’età del bronzo in Cina. Era la consorte dell’imperatore Wu Ding
Le sue imprese sono conservate in frammenti di testo incisi su ossa e gusci di tartarughe; un racconto, presente nella raccolta del Gulbenkian Museum of Oriental Art and Archaeology in Inghilterra, la descrive mentre guida i suoi 3.000 soldati in una campagna regionale.
Gli archeologi hanno appreso molte altre cose sul rango militare di Fu Hao e sulle sue prodezze quando hanno scavato la sua tomba vicino a Anyang, Cina, nel 1976. Più di 100 armi sono state trovate sepolte nella sua tomba, confermando il suo status di leader militare di alto rango. La sua tomba includeva anche migliaia di oggetti ornamentali e di vasi in bronzo, giada, ossa, opale e avorio, nonché i resti di 16 schiavi che erano stati sepolti vivi per servirla nell’aldilà.
Prima di questa ricerca, Fu Hao era a malapena conosciuta, il suo nome compariva su alcuni pezzi di ossa di bue o gusci di tartaruga risalenti al periodo Shang che venivano utilizzati nell’arte della “scapulimanzia” o arte della divinazione con le ossa.
Al momento della sua apertura, la tomba era intatta; dentro, oltre al sarcofago di Fu Hao, furono ritrovati i resti di 16 schiavi sepolti vivi con lei per servirla dopo la morte; circa 440 vasi di bronzo più piccoli, campane, specchi e armi; 560 fermagli per capelli e punte di freccia in osso; 700 pezzi di giada; oggetti di opale, avorio o di pietra in mezzo a pezzi di ceramica. Chiaramente quella di Fu Hao era una tomba di grande importanza. Il fatto che ad una donna fosse stata dedicata una simile tomba così elaborata nella Cina antica era inusuale di per sé. Molti dei vasi di bronzo, con inciso il suo nome, furono probabilmente usati per contenere le offerte fatte in suo onore al momento della sepoltura.
Le sculture in giada erano ricordi del passato neolitico della Cina, quando gli esseri umani dipendevano molto dagli animali per il cibo ed erano anche totem protettivi che rappresentavano gli dei della natura. Le figurine sono di draghi, aquile, elefanti e fenici, tutte figure zoomorfiche che hanno significato cosmologico. Inoltre c’erano parecchie rappresentazioni figurative umane, che descrivevano con cura le caratteristiche facciali e l’abito della classe superiore di Shang, che all’epoca deteneva il monopolio sulla tecnologia militare del bronzo.
Gli archeologi che hanno studiato il sito di sepoltura hanno concluso che Fu Hao fu la prima donna generale della Cina; il suo nome fu successivamente dimenticato dagli antichi classici scritti nei periodi successivi, a cominciare dal Zhou. Tra le iscrizioni trovate, alcune si riferiscono a Fu Hao come consorte reale, alcuni come leader militare con rango di generale e altri come vassallo feudale.
In una serie di divinazioni fatte in suo nome, le domande riguardavano il ​​parto, il successo dei riti religiosi e le imprese militari. Molti fatti sono conosciuti sulla venerabile Fu Hao, ma lei apparteneva ovviamente all’elite aristocratica; il suo nome è menzionato sulle ossa degli oracoli preparati da Wu Ding, il quarto re degli Shang per costruire la sua capitale a Anyang.
Secondo Hung-hsiang Chou, che ha scritto sul numero di aprile 1987 di Scientific American, “L’esempio di Lady Hao è solo uno degli affascinanti scorci della vita e delle attività del popolo Shang che le iscrizioni sulle ossa divinatorie ci permettono di conoscere, anche se queste vite sono separate da noi da tre millenni“.
Fu Hao non fu l’unico militare e comandante donna della Cina durante il periodo Shang. Delle ossa divinatorie del periodo indicano il nome di più di 100 donne che furono attive in campagne militari. Ma la sua tomba ci ha permesso di conoscere molto anche degli altri comandanti donna.
Confrontando le iscrizioni sulle ossa divinatorie della dinastia Shang con quelle della dinastia Zhou di un’epoca più tarda, sembra che le donne aristocratiche Shang abbiano goduto di uno status molto più elevato rispetto alle donne Zhou, e ciò forse fu dovuto alla dottrina confuciana introdotta nella dinastia Zhou, che ha ridotto e subordinato lo status delle donne.
Secondo le iscrizioni sulle ossa divinatorie, è stato stimato che almeno 30 re abbiano governato durante la dinastia Shang, che sopravvisse dal 1766 al 1027 aC e che gli ultimi 14 governarono da Anyang, provincia di Henan. In questo periodo, durante l’età del bronzo della Cina, non c’era ancora la tradizione di nominare la moglie del re come regina, e a Fu Hao ci si riferiva sia come moglie che consorte.
Recenti scoperte hanno portato gli archeologi ad aumentare le stime dell’area geografica sotto il controllo della dinastia Shang ben oltre la zona del Fiume Giallo per includere Zhengzhou, che ora si pensa fosse la precedente capitale Shang. Artefatti simili a quelli di Zhengzhou sono stati trovati nella valle del fiume Yangtze e suggeriscono che il controllo di Shang potrebbe essersi esteso più a sud fino a Panlongcheng, Hubei.
Wu Ding era figlio di Di Xiao Yi e nipote di Di Xiao Xin. Tra i pochi fatti che conosciamo su Wu Ding e la sua consorte, vi è quello riguardante la morte di suo padre che costinse l’imperatore a un periodo di tre anni di lutto. Durante questo periodo, visitò il regno con Fu Hao, ispezionando i raccolti, valutando i sistemi di irrigazione e incontrando le persone a lui sottoposte.
Dovunque si recasse, la coppia convocava i funzionari locali che a loro volta organizzavano una riunione degli abitanti per al fine dell’analisi degli affari di interesse pubblico e privato.
In questo periodo, la dinastia Shang si trovò di fronte ad una crisi della produttività agricola e agli attacchi degli hsiung-nu, o “barbari”, che erano in attesa di attraversare le frontiere del regno.
Durante uno degli incontri, uno schiavo di nome Fu Yue fu raccomandato al re dai funzionari locali per la sua intelligenza e la sua brillante capacità di costruire barriere di difesa.Wu Ding, desiderava portare quest’uomo di basso rango, ma molto dotato, a corte al suo servizio, ma temeva che i membri nobiliari della sua corte imperiale non lo accettassero in quanto schiavo. Così Wu Ding narrò la storia di un sogno che aveva avuto, in cui Dio (T’ien) lo aveva informato di un uomo chiamato Fu Yue, che viveva nella grotta di un saggio e che avrebbe salvato il paese. Wu Ding riferì le molte e grandi virtù e la sapiente conoscenza della politica del saggio Fu Yue, che poi si dimostrarono essere vere quando Fu Yue raggiunse la corte imperiale.
Durante il loro tour delle province, Wu Ding e Fu Hao avevano lasciato i loro affari in carica al cortigiano Tian Guan Qin; al loro ritorno assunsero nuovamente la carica personalmente, e chiamarono il saggio Fu Yue onorandolo con il titolo di “padre di un sogno”. Quando una tribù ostile di invasori, chiamati Tu Fang, cominciò a minacciare il regno dal nord, Fu Yue preparò la difesa dei territori di Shang. Poi, mentre i due principali comandanti militari Shang erano lontani dalla capitale, uno spedito a sud-est e uno a sud-ovest, il nemico cominciò a minacciare i confini. Riconoscendo l’emergenza, Fu Hao si fece avanti, volontariamente, per condurre la campagna militare contro i Tu Fang. Nella sua giovinezza Fu Hao aveva ricevuto una formazione militare.
Durante il suo giro di tre anni in compagnia del marito, aveva acquisito una conoscenza di prima mano sulla geografia del territorio. E come regina è rimasta in contatto con le arti più sofisticate della guerra. Wu Ding capì le capacità di sua moglie e, dopo aver consultato Fu Yue, si convinse a concederle uno jue di bronzo, il simbolo che la autorizzava a condurre una campagna militare. Quando ad un divinatore venne chiesto di divinare se i presagi erano favorevoli, lui scrisse le domande su conchiglie di tartaruga che dettero risposta positiva e Fu Hao ebbe la benedizione per combattere.
Marciando verso il nord per affrontare i Tu Fang, Fu Hao conbattè alla testa delle sue truppe, curò i feriti fuori dal campo di battaglia e ispirò il morale. Gravemente sconfitti dalla sua leadership, i Tu Fang non avrebbero mai più sfidato il potere militare degli Shang.
La minaccia di guerra seguente proveniva dalla tribù di Qiang Fang, nel nord-ovest. Ancora una volta, a Fu Hao venne assegnato uno jue e una compagine militare e guidò le unità di cavalleria contro Qiang Fang. Dopo il suo ritorno alla capitale Anyang, seppure esausta, fu presto costretta a rispondere ad un’altra minaccia. Senza riposare, condusse una terza forza contro gli Yi Fang, che minacciavano il regno da sud-est e sud-ovest, e ancora una volta trionfò. Una quarta ed ultima campagna contro la tribù Ba Fung nel sud-ovest fece guadagnare a Fu Hao un’altra jue; questa volta condivise il comando dell’esercito col marito.
Con intelligenza, Wu Ding dispiegò le sue truppe in un attacco contro una tribù vicina alleata con il Ba Fung e, quando il Ba Fung si mossero per aiutarli, caddero in una trappola predisposta da Fu Hao. Con le forze Shang ancora vittoriose, Fu Hao venne celebrata come il leader militare più importante del paese.

Ma poco dopo il ritorno a Anyang, Fu Hao si ammalò per la stanchezza. Mentre era ancora debole, il suo unico figlio, Xiao Yi, morì, lasciandola profondamente depressa. Morì poco dopo. Lo jue, che la onorò in vita, venne messo nella tomba di questa straordinaria donna guerriera, commemorando le sue azioni, il suo coraggio e la sua abilità in ciò che ora è riconosciuto come uno degli artefatti più monumentali e illuminanti della cultura Shang.

Princess Angeline, l’ultima discendente del Capo Seattle.

Ci sono pochissimi documenti ufficiali che riguardano la nascita dei nativi americani ma gli storici hanno stimato che Angeline nacque intorno al 1828.
Figlia maggiore di Capo Seattle era stata chiamata dai genitori Kikisoblu e nacque in quello che oggi è Rainier Beach a Seattle, Washington.
Una delle persone che più le erano affezionate tra i coloni bianchi che si erano stanziati nella zona era Catherine Maynard,  la seconda moglie di Doc Maynard, grande amico del Capo Seattle. Lei sentiva che Kikisoblu doveva avere un nome che avrebbe lasciato ai coloni bianchi il ricordo del fatto che era stata la figlia di un grande capo. Così la chiamò Princess Angeline. Pensava che come nome fosse più bello di Kikisoblu.
Il trattato di Point Elliott del 1855 aveva costretto gli indiani Duwamish a lasciare la loro terra per andare nelle riserve, ma Angeline rimase a Seattle in una capanna sul lungomare, in Western Avenue tra Pike e Pine Street, nei pressi di quella che oggi è Pike Place Market.
Fece la lavandaia e la vendetrice di cesti fatti a mano, tutto pur di non dipendere da nessuno per il suo mantenimeto.
Come suo padre, Princess Angeline divenne cristiana e tale rimase fino alla sua morte, il 31 maggio, 1896. Fu sepolta nel cimitero di Lake View a Capitol Hill.
Ai fotografi dell’epoca piaceva fotografarla. Lei infatti era la figlia del capo indiano dal quale aveva preso il nome la città di Seattle. Veniva quasi sempre raffigurata con un foulard rosso, uno scialle, e molti strati di vestiti. La sua immagine è stata utilizzata su souvenir e cartoline per più di 100 anni. Il primo ritratto del famoso fotografo Edward Curtis fu quello di Angeline.
Quando Angeline morì nel 1896, fu sepolta nel cimitero di Lake View accanto al suo amico, pioniere Henry Yesler. La sua bara fu costruito a forma di una canoa. Dopo che molti anni erano trascorsi dalla sua morte, i bambini delle scuole di Seattle raccolsero i fondi necessari per far scolpire una pietra speciale per la sua tomba.
Sulla pietra è attaccata una targa che descrive Angeline e la sua amicizia con i primi coloni di questa regione.
The Chronicle of Holy Names Academy riporta:
29 maggio 1896. Con la morte di Angeline Seattle è morto l’ultimo dei discendenti diretti del grande Capo Seattle per i quali questa città è stata nominata. Angeline-Princess Angeline-come era generalmente chiamata, era famosa in tutto il mondo … era una figura familiare per le strade, piegata e rugosa, un fazzoletto rosso sopra la testa, uno scialle fatto da lei, camminava lentamente e dolorosamente con l’aiuto di un bastone; non era infrequente vedere questa povera vecchia  donna indiana seduta sul marciapiede a recitare devotamente il rosario. La gentilezza e la generosità del popolo di Seattle verso la figlia del capo … è stato mostrato nelle sue esequie funebri che si sono svolte nella Church of Our Lady of Good Help. La chiesa è stata splendidamente decorata; sotto il cupo drappeggiato del catafalco che aveva la forma di una canoa riposa tutto ciò che era mortale della principessa Angeline.