Quando i pinguini regnarono dopo la morte dei dinosauri

Che cosa caracollava sulla Terra ma nuotava superbamente nei mari subtropicali oltre 60 milioni di anni fa, dopo che i dinosauri furono spazzati via dal mare e dalla terra?

I registri fossili mostrano che giganteschi pinguini di dimensioni umane volavano attraverso le acque dell’emisfero meridionale – insieme a forme più piccole, di dimensioni simili a quelle di alcune specie che vivono oggi in Antartide. Continua a leggere

Intreccio tra la storia del vulcanismo e le estinzioni di massa

Raccoglie sempre più consenso scientifico il fatto che i gas – in particolare i gas di carbonio – rilasciati dalle eruzioni vulcaniche milioni di anni fa abbiano contribuito ad alcune delle maggiori estinzioni di massa sulla Terra. Ma una nuova ricerca presso il City College di New York suggerisce che questa non è l’intera storia. Continua a leggere

Il continente perduto della Zealandia nasconde indizi sulla nascita dell’Anello di Fuoco

Il continente sottomarino della Zealandia ha subito drammatici cambiamenti nella sua vita di 85 milioni di anni.

Il continente sottomarino nascosto della Zealandia subì uno sconvolgimento al momento della nascita dell’Anello di Fuoco del Pacifico.

La Zealandia è un pezzo di crosta continentale accanto all’Australia. È quasi interamente sotto l’oceano, ad eccezione di alcune terre che sporgono dal mare, come la Nuova Zelanda e la Nuova Caledonia. Continua a leggere

Trovato in una grotta messicana lo scheletro di 9.900 anni di una donna orribilmente sfigurata.

Il cranio della donna ha tre ferite, dovute probabilmente all’urto di un oggetto duro e una ammaccatura, probabilmente causata da una malattia simile alla sifilide.
Gli speleologi subacquei hanno scoperto la misteriosa tomba sottomarina di un’antica donna con il teschio deforme che viveva nella penisola dello Yucatán almeno 9.900 anni fa, rendendola uno dei primi abitanti conosciuti dell’odierno Messico.

Il cranio della donna presenta tre distinte lesioni, indicando che qualcosa di duro la colpì, rompendo le ossa del cranio. Lo stesso era anche pieno di deformazioni simili a crateri, lesioni che assomigliano a quelle causate da un parente batterico della sifilide. Continua a leggere

La combustione del carbone potrebbe aver causato la peggiore estinzione di massa della Terra

Una nuova ricerca geologica dallo Utah suggerisce che l’estinzione del Permiano fu causata principalmente dalla combustione del carbone innescata dal magma
La Terra ha finora attraversato cinque eventi di estinzione di massa – gli scienziati temono che noi stiamo innescando il sesto – e il più mortale è accaduto 252 milioni di anni fa alla fine del periodo geologico del Permiano. In questo evento, chiamato “la grande moria”, oltre il 90% delle specie marine e il 70% delle specie di vertebrati terrestri si estinsero. Ci sono voluti circa 10 milioni di anni perché la vita sulla Terra si riprendesse da questo evento catastrofico.

Gli scienziati hanno proposto una serie di possibili colpevoli responsabili di questa estinzione di massa, tra cui l’impatto di un asteroide, avvelenamento da mercurio, un collasso dello strato di ozono e piogge acide. La forte attività vulcanica dell’epoca in Siberia è stata sospettata per svolgere un ruolo chiave nell’evento finale del Permiano.
Recentemente, il geologo Benjamin Burger ha identificato uno strato roccioso nello Utah che ritiene possa essersi formato durante il Permiano e il successivo periodo Triassico che potrebbe far luce sulla causa della grande moria.
Durante il Permiano, i continenti della Terra erano ancora uniti in un unico supercontinente, Pangea, e lo Utah moderno era sulla costa occidentale dei esso. Campioni della fine del Permiano sono stati raccolti dagli strati rocciosi in Asia, vicino alle eruzioni vulcaniche, ma lo Utah era dall’altra parte di Pangea. I campioni di Burger potrebbero quindi fornire una prospettiva unica di ciò che stava accadendo dall’altra parte del mondo rispetto alle eruzioni.
La Terra si è trasformata in un inferno tossico
I campioni di Burger hanno dipinto un’immagine truce dell’ambiente della Terra alla fine del periodo Permiano. Un forte calo dei livelli di carbonato di calcio indicava che gli oceani erano diventati acidi. Un simile declino del contenuto organico si è abbinato all’immensa perdita di vita negli oceani durante questo periodo. La presenza di pirite indicava un oceano anossico (senza ossigeno), il che significa che gli oceani erano diventati effettivamente una enorme zona morta.
I batteri si sono nutriti dell’eccesso di corpi morti, producendo gas di idrogeno solforato, creando un’atmosfera tossica. L’idrogeno solforato si è ossidato nell’atmosfera formando il biossido di zolfo, generando piogge acide, che hanno ucciso gran parte della vita vegetale sulla Terra. Elevati livelli di bario nei campioni erano stati probabilmente trasportati dalle profondità oceaniche con un massiccio rilascio di metano.
Il colpevole: carbone in combustione
I livelli dei vari metalli nei campioni di roccia erano fondamentali per identificare il colpevole di questo evento di estinzione di massa. Come nei campioni della fine del Permiano raccolti in altre parti del mondo, Burger non ha trovatodei metalli rari di solito associati agli impatti degli asteroidi. Ma semplicemente non c’è prova che un asteroide abbia colpito al momento giusto per causare la grande moria.
Tuttavia, Burger ha trovato alti livelli di mercurio e piombo nei suoi campioni, in coincidenza con la fine del periodo Permiano. Il mercurio è stato identificato anche in campioni del permiano provenienti da altri siti. Piombo e mercurio non sono associati alla cenere vulcanica, ma sono un sottoprodotto della combustione del carbone. Burger ha anche identificato un passaggio dal carbonio-13 più pesante al carbonio-12 più leggero; il secondo deriva dalla combustione di combustibili fossili.
Il Permiano era la fine del periodo Carbonifero. Furono creati molti grandi giacimenti di carbone nel Carbonifero, incluso nel territorio dell’attuale Asia. Ricerche precedenti hanno dimostrato che l’evento di estinzione di massa del Permiano non coincide con l’inizio delle eruzioni vulcaniche siberiane e dei flussi di lava, ma piuttosto 300.000 anni dopo. Fu allora che la lava cominciò a iniettarsi sotto forma di fogli di magma nel sottosuolo, dove i dati di Burger suggeriscono che potrebbe aver acceso i depositi di carbone.
L’accensione del carbone ha innescato la serie di eventi che hanno portato alla peggiore estinzione di massa sulla Terra. Le sue emissioni di zolfo hanno creato una pioggia acida che ha ucciso le foreste. Le sue emissioni di carbonio acidificarono gli oceani e riscaldarono il pianeta, uccidendo la maggior parte della vita marina. I cadaveri alimentarono i batteri che producevano gas di idrogeno solforato, che a sua volta uccise ancora più specie. Il riscaldamento degli oceani provocò una grande emissione di metano, che ha accelerato il riscaldamento globale ancora di più.
Come ha detto Burger, “le cose sono andate di male in peggio e ora possiamo iniziare a capire come mai la vita si sia quasi estinta. Riscaldamento globale, oceani acidi, anossia, per non parlare di un’atmosfera tossica. Siamo fortunati ad essere vivi!
Somiglianze inquietanti con la situazione di oggi
Gli scienziati stanno osservando molti degli stessi segnali di cambiamenti climatici pericolosamente rapidi oggi. Nell’atmosfera c’è più carbonio-12 più leggero perché l’aumento dei livelli di carbonio nell’atmosfera è dovuto interamente agli esseri umani che bruciano combustibili fossili. Ci sono un numero crescente di zone morte negli oceani. La combustione del carbone sta’ causando piogge acide, sebbene in gran parte abbiamo risolto il problema con il Clean Air Acts, e negli Stati Uniti, un sistema di protezione dal biossido di zolfo implementato da un’amministrazione repubblicana.
Abbiamo avuto meno successo nell’affrontare l’inquinamento da biossido di carbonio, che continua a salire. Di conseguenza, gli oceani diventano sempre più acidi e le temperature diventano sempre più calde. Oggi gli scienziati si preoccupano anche di potenziali grandi rilasci di metano dal fondo oceanico e dall’Artico.
Queste sono alcune delle somiglianze tra i cambiamenti climatici che hanno quasi spazzato via la vita sulla Terra 252 milioni di anni fa e il cambiamento climatico di oggi. Entrambi sembrano essere stati in gran parte causati dalla combustione del carbone. Uno studio del 2011 ha rilevato che negli ultimi 500 anni le specie si sono estinte almeno altrettanto velocemente di quanto avevano fatto durante i cinque precedenti eventi di estinzione di massa. È abbastanza per farti pensare; forse il carbone non è poi così bello e pulito.

Informazioni sull’antico supercontinente Pangea

Circa 300 milioni di anni fa, la Terra non aveva sette continenti, ma un massiccio supercontinente chiamato Pangea, circondato da un singolo oceano chiamato Panthalassa.

La spiegazione della formazione di Pangea ha inaugurato la teoria moderna della tettonica a placche, che postula che il guscio esterno della Terra sia suddiviso in diverse placche che scorrono sul guscio roccioso della Terra, il mantello.

Nel corso della storia di 3,5 miliardi di anni del pianeta, diversi supercontinenti si sono formati e frammentati, questo è il risultato del rimescolamento e della circolazione del magma nel mantello terrestre, che costituisce la maggior parte del volume del pianeta. Questa rottura e formazione di supercontinenti ha alterato drammaticamente la storia del pianeta.


Questo è ciò che ha guidato l’intera evoluzione del pianeta nel tempo: questo è il principale ritmo del pianeta“, ha detto Brendan Murphy, professore di geologia presso la St. Francis Xavier University, a Antigonish, in Nuova Scozia.

Storia
Più di un secolo fa, lo scienziato Alfred Wegener propose l’idea di un antico supercontinente, che chiamò Pangea, dopo aver messo insieme diverse linee di prova.

La prima e più ovvia è stata che i “continenti si incastrano come pezzi di un gigantesco puzzle lungo i bordi“, qualcosa che era abbastanza evidente su qualsiasi mappa accurata, ha detto Murphy.
Un altro dato rivelatore che i continenti della Terra anticamente erano tutti appartenuti ad un’unica massa terrestre proviene dai dati geologici.

I depositi di carbone trovati in Pennsylvania hanno una composizione simile a quelli che attraversano la Polonia, la Gran Bretagna e la Germania e che risalgono allo stesso periodo di tempo.
Ciò indica che il Nord America e l’Europa devono essere stati anticamente una sola massa continentale. E l’orientamento dei minerali magnetici nei sedimenti geologici rivela come i poli magnetici della Terra sono migrati nel tempo geologico, ha detto Murphy.

Nella documentazione sui fossili, piante identiche, come le felci estinte Glossopteris, si trovano in continenti ora molto lontani. E le catene montuose che ora giacciono in diversi continenti, come gli Appalachi negli Stati Uniti e le montagne dell’Atlante in Marocco, facevano tutti parte delle Montagne della Pangea Centrale, formate dalla collisione dei supercontinenti Gondwana e Laurussia.

La Pangea si è formata attraverso un processo graduale che si è esteso per alcune centinaia di milioni di anni. A partire da 480 milioni di anni fa, un continente chiamato Laurentia, che comprendeva parti del Nord America, si è fuso con molti altri micro-continenti per formare Euramerica. Euramerica alla fine si scontrò con Gondwana, un altro supercontinente che comprendeva l’Africa, l’Australia, il Sud America e il subcontinente indiano.

Circa 200 milioni di anni fa, il supercontinente iniziò a rompersi. Gondwana (che ora è l’Africa, il Sud America, l’Antartide, l’India e l’Australia) si è prima diviso dalla Laurasia (Eurasia e Nord America). Poi circa 150 milioni di anni fa, Gondwana si è spaccato.
L’India si staccò dall’Antartide e l’Africa e il Sudamerica si divisero, è quanto riporta un articolo del 1970 del Journal of Geophysical Research.
Circa 60 milioni di anni fa, il Nord America si separò dall’Eurasia.

Vita e clima
Avere un supercontinente terrestre avrebbe portato a cicli climatici molto diversi. Per esempio, l’interno del continente potrebbe essere stato completamente asciutto, poiché era isolato dietro massicce catene montuose che bloccavano l’umidità o le precipitazioni, ha detto Murphy.

Ma i giacimenti di carbone trovati negli Stati Uniti e in Europa rivelano che parti del vecchio supercontinente vicino all’equatore dovevano essere una foresta pluviale tropicale lussureggiante, simile alla giungla amazzonica.
Il carbone si forma quando piante e animali morti affondano nell’acqua paludosa, dove pressione e acqua trasformano il materiale in torba e quindi in carbone.

I giacimenti di carbone ci stanno essenzialmente dicendo che c’era una vita abbondante sulla Terra di allora“, ha detto Murphy a Live Science.

I modelli climatici confermano che il clima dell’interno del continentale Pangea era estremamente stagionale, è quanto riferisce un articolo del 2016 pubblicato sulla rivista Palaeogeography, Palaeoclimatology, Palaeoecology.
I ricercatori in questo studio hanno utilizzato dati biologici e fisici dalla Moradi Formation, una regione di strati di terreni fossili provenienti dal nord del Niger, per ricostruire ecosistema e clima durante il periodo in cui esisteva Pangea.

Paragonabile al moderno deserto africano del Namib e al bacino del lago Eyre in Australia, il clima era generalmente arido con periodi umidi brevi e ricorrenti che occasionalmente includevano alluvioni catastrofiche.
Pangaea è esistito per 100 milioni di anni, e in quel periodo molti animali prosperarono, tra cui i Traversodontidae, una famiglia di animali mangiatori di piante che include gli antenati dei mammiferi. Durante il periodo Permiano, insetti come scarafaggi e libellule fiorirono.
L’esistenza di Pangea però si è sovrapposta alla peggiore estinzione di massa della storia, l’evento di estinzione del Permiano-Triassico (P-TR).
Chiamato anche la Grande Moria, si è verificato circa 252 milioni di anni fa e ha causato l’estinzione della maggior parte delle specie sulla Terra.
Il primo periodo del Triassico vide la nascita degli Archosauri, un gruppo di animali che alla fine diede origine a coccodrilli e uccelli e a una pletora di rettili.
E circa 230 milioni di anni fa alcuni dei primi dinosauri emersero su Pangea, tra cui i Teropodi, in gran parte dinosauri carnivori che per lo più avevano ossa molto leggere e piume simili agli uccelli.

Cicli nella storia
L’attuale configurazione dei continenti è improbabile che sia l’ultima. I supercontinenti si sono formati più volte nella storia della Terra, solo per essere scissi in nuovi continenti. In questo momento, ad esempio, l’Australia si sta avvicinando all’Asia, e la parte orientale dell’Africa si sta lentamente staccando dal resto del continente. I geologi hanno notato che c’è un ciclo quasi regolare in cui i supercontinenti si formano e si rompono, cioè ogni 300-400 milioni di anni, ma perchè esattamente succeda è un mistero, ha detto Murphy.

La maggior parte degli scienziati ritiene che il ciclo dei supercontinenti sia in gran parte guidato dalle dinamiche circolatorie nel mantello, secondo quanto scritto in un articolo del Journal of Geodynamics del 2010.
A parte questo, i dettagli diventano confusi. Mentre il calore formato nel mantello proviene probabilmente dal decadimento radioattivo di elementi instabili, come l’uranio, gli scienziati non sono d’accordo se ci siano mini-tasche di flussi di calore all’interno del mantello, o se l’intero guscio è un grande trasportatore di calore circolare, ha detto Murphy.

La ricerca attuale
Gli scienziati hanno creato simulazioni matematiche e 3D per comprendere meglio i meccanismi alla base del movimento continentale. In un articolo del 2017 su Geoscience Frontiers, gli scienziati Masaki Yoshida e M. Santhosh spiegano come hanno prodotto simulazioni di movimenti continentali su larga scala a partire dalla rottura di Pangea 200 milioni di anni fa.

I modelli mostrano come il movimento delle placche tettoniche e le forze di convezione del manto lavorino insieme per separare e spostare grandi masse terrestri. Ad esempio, la grande massa di Pangea ha isolato il mantello sottostante, causando flussi nello stesso che hanno innescato la rottura iniziale del supercontinente.

Il decadimento radioattivo del mantello superiore ha anche innalzato la temperatura, causando flussi di magma verso l’alto che hanno separato il subcontinente indiano e avviato il suo movimento verso nord. Yoshida e Santos hanno creato altri modelli geologici per prevedere la convezione del mantello e i modelli di movimento continentale per 250 milioni di anni nel futuro.

Questi modelli suggeriscono che nell’arco di milioni di anni l’Oceano Pacifico si chiuderà mentre l’Australia, il Nord America, l’Africa e l’Eurasia si uniranno nell’emisfero settentrionale. Alla fine, questi continenti si fonderanno, formando un supercontinente chiamato “Amasia”. Si prevede che i due continenti rimanenti, l’Antartide e il Sud America, rimangano relativamente immobili e separati dal nuovo supercontinente.

Fonte  Video

Scarafaggi antica storia geografica e genomica risalente all’ultimo supercontinente

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Una vecchia espressione afferma che gli scarafaggi sono così resistenti che hanno occupato la Terra molto prima che gli umani apparissero per la prima volta e probabilmente sopravviveranno anche molto tempo dopo che noi ci saremo annientati a vicenda con la guerra nucleare.

Ma ora i ricercatori hanno utilizzato gli ultimi dati genomici per ottenere informazioni più dettagliate sulla loro storia evolutiva.


Armati di una grande quantità di informazioni genomiche, un team di ricercatori guidati dal dott. Thomas Bourguignon, ora professore all’istituto di scienze e tecnologia di Okinawa, ha eseguito le prime datazioni molecolari per ottenere un quadro più chiaro della storia biogeografica degli scarafaggi.

Hanno rintracciato i punti chiave della storia evolutiva dello scarafaggio – fino a quasi 300 milioni di anni fa, quando le terre emerse erano organizzate nel supercontinente Pangea.

Questa documentazione fossile di scarafaggi suggerisce che la maggior parte delle famiglie esistenti si sono evolute durante la disgregazione di Pangea (che iniziò circa 200 milioni di anni fa) e prima dell’inizio della separazione continentale all’interno di Gondwana (circa 135 milioni di anni fa).

“I nostri risultati indicano che le famiglie di scarafaggi esistenti si sono evolute per periodi di circa 180 milioni di anni”, ha detto Bourguignon. “Attraverso ricostruzioni della distribuzione ancestrale degli scarafaggi utilizzando le note distribuzioni di generi esistenti campionati in questo studio, abbiamo trovato prove che la rottura continentale ha avuto impatti importanti sulla biogeografia degli scarafaggi”.

Per fare ciò, hanno stimato i tempi di divergenza di tutte le famiglie di scarafaggi viventi, sulla base dei genomi mitocondriali completi di 119 specie di blatte (e per aiutare la loro datazione molecolare, rispetto a 13 termiti, sette mantidi e più altri gruppi).

Le loro stime indicano che l’ultimo antenato comune degli scarafaggi è apparso molto prima delle prove fossili, circa 235 milioni di anni fa. Questo significa circa 95 milioni di anni prima della comparsa dei primi fossili attribuiti ai moderni scarafaggi durante il periodo Cretaceo, circa 140 milioni di anni fa, e prima che Pangea si dividesse.

Poiché gli scarafaggi non possono volare molto lontano, e per la maggior parte del tempo sono animali terrestri, uno degli aspetti più interessanti dello studio era di confrontare il tempo di divergenza degli scarafaggi con la storia geologica della Terra.

Gli autori ipotizzano che, come su di una zattera, gli scarafaggi si siano diffusi in ogni parte del globo attraverso la deriva dei continenti avvenuta durante la divisione di Pangea. Ciò è illustrato da molti lignaggi femminili di scarafaggi, che si sono separati prima della rottura del Gondwana e diversificati sulle loro rispettive placche continentali. Ma, in aggiunta, all’interno dei più recenti lignaggi degli scarafaggi, hanno trovato prove di dispersione transoceanica in regioni vicine all’Australia e all’Indonesia.

Riteniamo che i nostri risultati indichino un ruolo importante per la vicarianza (deriva dei continenti) nel determinare la distribuzione globale degli scarafaggi“, ha affermato Bourguignon. “Su scala globale, anche i reperti fossili concordano con la nostra ipotesi.”

Lo studio sottolinea l’importanza della deriva dei continenti nel modellare la moderna distribuzione degli insetti e fornirà una nuova struttura per la futura ricerca biogeografica sugli scarafaggi.

Tracce fossili di tessuti molli potrebbero aiutare a cercare la vita ancestrale sulla Terra e su altri pianeti

I fossili che preservano interi organismi (comprese tutte le parti del corpo sia dure che molli) sono fondamentali per la nostra comprensione dell’evoluzione della vita sulla Terra. Tuttavia, questi depositi eccezionali sono estremamente rari. La documentazione sui fossili è fortemente influenzata dalla conservazione delle parti più dure degli organismi, come gusci, denti e ossa, poiché le parti molli come gli organi interni, gli occhi o persino gli organismi completamente molli, come i vermi, tendono a decadere prima di potersi fossilizzare.
Poco si sa sulle condizioni ambientali che bloccano questo processo abbastanza presto perché l’organismo possa fossilizzarsi.

La nuova ricerca dell’Università di Oxford suggerisce che la mineralogia della superficie terrestre è la chiave per conservare le parti molli degli organismi e trovare questi fossili eccezionali. Finanziato in parte dalla NASA, il lavoro potrebbe potenzialmente supportare il Mars Rover Curiosity nella sua analisi dei campioni e accelerare la ricerca di tracce di vita su altri pianeti.

Forse il più iconico di tutti questi giacimenti fossili eccezionali sono gli scisti di Burgess in Canada, reso popolare dal libro di Stephen J. Gould’s “Wonderful Life”.

Risalente a circa 500 milioni di anni fa, il giacimento preserva fossili eccezionali dall’Esplosione Cambriana, un evento che ha visto la rapida diversificazione della vita animale ancestrale da antenati unicellulari più semplici. Gli scisti nei quali si trovano i fossili di Burgess sono ora conosciuti in tutto il mondo e senza di loro circa l’80% degli organismi cambriani (quelli che non avevano scheletro o guscio duro) sarebbero rimasti sconosciuti, distorcendo la nostra immagine della prima evoluzione animale.

Pubblicato su “Geology”, lo studio, condotto da ricercatori dell’Oxford’s Department of Earth Sciences, della Yale University, e del Pomona College, si basa sulla loro precedente ricerca che ha rivelato che alcuni minerali argillosi sono tossici per i batteri che decompongono gli animali marini. Questa volta, il team si è messo alla ricerca di prove geologiche che le rocce composte dagli stessi minerali argillosi ospitino fossili simili a quelli degli scisti di Burgess.

Il team ha esaminato oltre 200 campioni di rocce cambriane per determinare la loro composizione mineralogica, confrontando le rocce con i fossili degli scisti di Burgess con quelle contenenti solo gusci e ossa fossilizzate. Nicholas Tosca, professore associato di geologia sedimentaria a Oxford, ha dichiarato: “l’analisi dei campioni usati per questo studio è stata possibile perché il diffrattometro di Oxford raccoglie i dati mineralogici 250 volte più velocemente di uno strumento convenzionale.

I risultati rivelano che i fossili dei tessuti molli si trovano generalmente nelle rocce ricche del minerale verdite, uno dei principali minerali argillosi identificati dallo studio precedente come tossici per i batteri responsabili della decomposizione. Ross Anderson, autore principale e collega presso l’All Souls College di Oxford, spiega: “La verdite è un minerale interessante perché si forma in ambienti tropicali quando i sedimenti contengono elevate concentrazioni di ferro. Ciò significa che i fossili di tipo scistoso di Burgess sono probabilmente confinati in rocce che si sono formate alle latitudini tropicali e che provengono da luoghi o periodi di tempo in cui era presente molto ferro. Questa osservazione è eccitante perché significa che per la prima volta possiamo interpretare in modo più accurato la distribuzione geografica e temporale di questi fossili iconici, fondamentale se vogliamo comprendere la loro biologia ed ecologia“.

Lo studio fornisce una firma mineralogica che può essere utilizzata per trovare i siti più elusivi che ospitano questi straordinari fossili. “Le associazioni mineralogiche che abbiamo identificato ci dicono che per un dato strato di argillite sedimentaria del cambriano possiamo prevedere con circa l’80% di accuratezza che è probabile che contenga fossili di tipo scistoso di Burgess“, spiega Anderson.

Sulle più ampie applicazioni del progetto, che potenzialmente supportano la ricerca di vita al di là del nostro pianeta, Anderson aggiunge: “Per la stragrande maggioranza della storia della Terra, la vita non ha posseduto gusci rigidi o scheletri. Ciò significa che se vogliamo cercare prove fossili della vita su altri pianeti come Marte, è probabile che avremo bisogno di trovare fossili di organismi completamente morbidi, e la fossilizzazione del tipo di quella di Burgess fornisce un modo. Il rover Curiosity della NASA ha la capacità di analizzare la mineralogia sulla superficie marziana, quindi potrebbe potenzialmente cercare i tipi di rocce che potrebbero essere più favorevoli alla conservazione di questi fossili.”

Per ampliare la loro comprensione dell’eccezionale conservazione degli organismi molli, il team sta attualmente scavando più indietro nella storia della Terra, per studiare la conservazione dei microbi prima che gli organismi macroscopici con scheletri o conchiglie si evolvessero.

La grotta di Aven, la caverna subacquea che ospita il più grande cimitero di ossa animali.

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Una grotta allagata nella Riserva Naturale di Tsimanampetsotsa del Madagascar è anche un cimitero subacqueo, scoperto di recente, ricco di fossili di specie estinte da tempo, alcuni diverse migliaia di anni fa.
Un team di scienziati guidato dal professore del Brooklyn College Alfred Rosenberger ha scoperto fossili notevolmente ben conservati di tartarughe, roditori, coccodrilli e dell’uccello elefante, un uccello non volatore ormai estinto, simile ad uno struzzo.
Abbiamo un vero e proprio campionario di creature piccole e grandi“, ha detto Rosenberger a National Geographic. Le creature più grandi in questo caso sono quelle che hanno fornito le ossa di maggiori dimensioni  presenti nella grotta, i lemuri giganti ormai estinti.
Questi predecessori dei lemuri di oggi fanno onore al proprio nome dato che alcuni erano grandi come gorilla. Per fare un confronto, i lemuri che conosciamo e ammiriamo oggi vanno dal peso di 30 grammi fino circa ai 9 chili. Questi primati giganti si sono estinti tra 2.000 e 500 anni fa per motivi che i ricercatori stanno ancora cercando di capire.
Come queste ossa siano finite nella grotta è un altro mistero. Rosenberger pensa che molte finirono nella grotta col passare del tempo, prima e anche dopo che gli esseri umani colonizzarono il Madagascar.
Aven è una delle tre grotte inondate presenti nel parco che i ricercatori stanno esplorando e potrebbe essere il più grande cimitero fossile del Madagascar. Quando la squadra iniziò ad esplorarla, la grotta era così piane di ossa che “i subacquei le sentivano ogni volta che muovevano le mani“.
La Madagascar Cave Diving Association ha recentemente istituito un museo subacqueo per mostrare alcuni dei reperti e per i subacquei esperti era possibile esplorare questa meraviglia sommersa, ma dal 11/10/17, la grotta è chiusa ai subacquei, poiché vi sono ricerche scientifiche in corso.

Fonte