La paleo-dieta previene il cancro? Chiedetelo a qualcuno che ha vissuto 1,7 milioni di anni fa

Un team internazionale di ricercatori guidato da scienziati della University of the Witwatersrand’s Evolutionary Studies Institute e il South African Centre for Excellence in PalaeoSciences ha annunciato oggi in due articoli, pubblicati nel Sud Africa Journal of Science, la scoperta della più antica evidenza di cancro e tumori ossei descritta nella documentazione fossile umana.

La scoperta di un osso del piede datato a circa 1,7 milioni di anni fa dal sito di Swartkrans con la prova definitiva della presenza di un tumore maligno, spinge la data più antica conosciuta di questa malattia indietro nella profonda preistoria. Anche se la specie esatta cui l’osso del piede appartiene è sconosciuta, è chiaramente quella di un ominide, o un parente bipede della razza umana.

In un documento di accompagnamento che appare sulla stessa rivista, un team che collabora con gli scienziati del gruppo di lavoro ha identificato il tumore più antico mai trovato in reperti fossili umani: una neoplasia benigna trovata nelle vertebre del bambino di sediba, il noto Australopithecus, Karabo dal sito di Malapa, e datata a quasi due milioni di anni fa. Il fossile più antico precedentemente considerato un possibile tumore in un ominide era stato trovato sulla costola di un uomo di Neanderthal ed era datato a circa 120.000 anni fa.

Edward Odi, un aspirante dottorando del Wits e autore principale dell’articolo sul cancro, e co-autore dell’articolo  sul tumore, nota “La medicina moderna tende a ritenere che il cancro e i tumori negli esseri umani siano malattie causate da stile di vita e ambienti moderni. I nostri studi mostrano che le origini di queste malattie sono da cercare nei nostri antichi parenti, vissuti milioni di anni prima che esistessero le società industriali moderne.

Il cancro presente in un osso del piede, un metatarso, è stato identificato come un osteosarcoma, una forma aggressiva di cancro che di solito colpisce gli individui più giovani negli esseri umani moderni, e, se non trattata, in genere si traduce in una morte precoce. “Per colpa della sua pessima conservazione, non sappiamo se il singolo osso del piede con evidenze cancerose appartiene ad un adulto o un bambino, né se il tumore ha causato la morte di questo individuo, ma possiamo dire che avrebbe influenzato la capacità dell’individuo di camminare o correre“, afferma il dottor Bernhard Zipfel, uno scienziato del Wits ed esperto su piedi e locomozione dei primi parenti degli umani. “In breve, sarebbe stato doloroso.

Autore principale dello studio sul tumore e co-autore dell’articolo sul cancro, il dottor Patrick Randolph-Quinney della Wits University e la University of Central Lancashire in Gran Bretagna, suggerisce “La presenza di un tumore benigno in Australopithecus sediba è affascinante non solo perché si trova nella parte posteriore, una posizione nella quale è estremamente raro che una tale malattia si manifesti negli esseri umani moderni, ma anche perché si trova in un bambino. Questa, infatti, è la prima prova di una tale malattia presente in un individuo giovane all’intero della raccolta di dati fossili umani.”

Il Prof. Lee Berger, autore di entrambi i documenti e leader del progetto Malapa in cui è stata trovata la vertebra fossile aggiunge “la teoria secondo la quale questi tipi di cancro e tumori sono malattie della modernità non è esatta, questi fossili dimostrano chiaramente che non lo sono, ma noi, esseri umani moderni, siamo più esposti ad essi come conseguenza del fatto che viviamo più a lungo, tuttavia questo tumore raro si è trovato in un bambino. La storia di questi tipi di tumori e cancro è chiaramente più complessa di quanto precedentemente pensato.

Entrambi gli episodi di malattia sono stati diagnosticati utilizzando le tecnologie di imaging, comprese quelle presso il European Synchrotron Research Facility a Grenoble, in Francia, il CT medico presso il Charlotte Maxeke Hospital di Johannesburg, e l’impianto di micro-CT al Nuclear Energy Corporation del Sud Africa a Pelindaba.

I ricercatori in Sud Africa sono in prima linea nell’ utilizzare diverse modalità radiologiche per scoprire nuovi e interessanti fatti su antichi parenti umani“, osserva la dottoressa Jacqueline Smilg, radiologa presso il Charlotte Maxeke Hospital, che è co-autore di entrambi i documenti ed è stata coinvolta nella diagnosi clinica. “Questo è un altro buon esempio di come le scienze cliniche moderne e la scienza della paleoantropologia stanno lavorando insieme in Sud Africa e con i collaboratori internazionali per far avanzare la nostra comprensione delle malattie sia del passato che del presente.

Fonte
Video

Homo erectus camminava come noi

Le ossa fossili e gli utensili di pietra ci possono dire molto sull’evoluzione umana, ma certi comportamenti dinamici dei nostri antenati – cose come il modo in cui si muovevano e come gli individui interagivano tra loro – sono incredibilmente difficili da dedurre da queste forme tradizionali di dati paleoantropologici. I ricercatori del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology di Lipsia, insieme a un team internazionale di collaboratori, hanno recentemente scoperto molteplici assemblaggi di impronte di Homo erectus nel nord del Kenya che offrono opportunità uniche per comprendere i modelli locomotori e la struttura del gruppo attraverso una forma di dati che direttamente registra questi comportamenti dinamici. Usando tecniche analitiche innovative, hanno dimostrato che queste impronte dell’Homo erectus conservano la prova di uno stile di camminata uguale a quello dell’uomo moderno e una struttura di gruppo che è coerente con i comportamenti sociali umani moderni.
La tipica locomozione bipede è una caratteristica distintiva degli esseri umani moderni rispetto agli altri primati, e l’evoluzione di questo comportamento nel nostro gruppo avrebbe avuto effetti profondi sulla biologia dei nostri antenati fossili e parenti. Tuttavia, c’è stato molto dibattito su quando e come un’andatura bipede simil-umana emerse nel gruppo ominide, in gran parte a causa di disaccordi su come dedurre indirettamente la biomeccanica dalla morfologia scheletrica. Allo stesso modo, alcuni aspetti della struttura del gruppo e il comportamento sociale distinguono gli esseri umani da altri primati e quasi certamente emerse attraverso i principali eventi evolutivi, ma non c’è alcun consenso su come individuare gli aspetti del comportamento di gruppo nei dati fossili.
Nel 2009, una serie di impronte di ominidi vecchie di 1,5 milioni di anni è stata scoperta in un sito vicino alla città di Ileret, Kenya. Continuando i lavori in questa regione gli scienziati del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology, e un team internazionale di collaboratori, hanno rivelato la scoperta di una traccia fossile di ominide di una scala senza precedenti per questo periodo di tempo: cinque siti diversi che conservano un totale di 97 tracce create da almeno 20 diversi individui, presumibilmente di Homo erectus. Utilizzando un approccio sperimentale, i ricercatori hanno scoperto che le forme di queste impronte sono indistinguibili da quelle degli umani moderni che camminano abitualmente a piedi nudi, molto probabilmente riflette un’anatomia del piede simile e una meccanica del piede simili. “Le nostre analisi di queste impronte forniscono alcune delle poche prove dirette a sostegno dell’assunto comune che almeno uno dei nostri parenti fossili risalente a 1.5 milioni di anni fa camminasse più o meno allo stesso modo in cui facciamo oggi“, dice Kevin Hatala, del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology e della The George Washington University.
Sulla base di stime sperimentalmente derivate della massa corporea dedotta dalle tracce degli ominidi di Ileret, i ricercatori hanno anche dedotto il sesso della maggior parte delle persone che hanno camminato su queste superfici. Per le due superfici scavate più estese, hanno sviluppato delle ipotesi per quanto riguarda la struttura di questi gruppi di H. erectus. In ognuno di questi siti ci sono prove della presenza di diversi maschi adulti, il che implica un certo livello di tolleranza e, eventualmente, la cooperazione tra loro. La cooperazione tra i maschi è alla base di molti dei comportamenti sociali che distinguono gli esseri umani moderni da altri primati. “Non è scioccante l’aver trovato la prova di tolleranza reciproca e, forse, di cooperazione tra i maschi in un ominide che visse 1,5 milioni di anni fa, soprattutto Homo erectus, ma questa è la nostra prima occasione di vedere quello che sembra essere un assaggio diretto della dinamica di questo comportamento nel tempo“, dice Hatala.

Gli esseri umani si sono evoluti con le praterie?

Gli scienziati hanno scoperto dei dati risalenti a 24 milioni di anni fa riguardo la flora nella regione dell’Africa orientale in cui i primi esseri umani probabilmente si sono evoluti.
Dove e come ha fatto l’umanità ad evolvere? Gli scienziati sono convinti che un area comprendente quelli che oggi sono Etiopia e Kenya è il luogo di nascita dell’umanità, ma sono meno sicuri circa il come. Il 6 giugno 2016, gli scienziati con il Lamont-Doherty Earth Observatory hanno pubblicato un nuovo studio che descrive una serie di dati riguardanti la vegetazione di 24 milioni di anni, che mette in luce il modo in cui si è evoluta la razza umana in un passato molto lontano. Essa suggerisce che l’aumento dei pascoli tra 24 milioni e 10 milioni di anni fa è andato di pari passo con l’aumento degli esseri umani in Africa orientale. Questi scienziati hanno detto in una dichiarazione che questi dati:
Danno peso all’idea che durante la nostra evoluzione abbiamo sviluppato caratteristiche chiave – dieta flessibile, grandi cervelli, strutture sociali complesse e la capacità di camminare e correre su due gambe – adattandoci alla diffusione delle praterie aperte.
Lo studio è stato pubblicato in un numero speciale del 6 giugno sull’evoluzione umana del giornale Proceedings of the National Academy of Sciences.
Quello che descrive e che gli scienziati dicono è di gran lunga lo studio più lungo e più completo sulla vita vegetale antica; i dati sono stati rinvenuti nei sedimenti dei fondali marini al largo dell’Africa orientale. Hanno dichiarato che questo studio:
Suggerisce fortemente che tra 24 milioni e 10 milioni di anni fa – molto prima che qualsiasi antenato diretto degli uomini apparisse – c’erano poche erbe, e quindi presumibilmente dominassero i boschi.
Poi, con un mutamento apparente del clima, l’erba cominciò ad apparire.
Lo studio mostra che la tendenza è proseguita attraverso tutte le tappe dell’evoluzione umana, che ha portato a una dominanza dell’erba a partire da un paio di milioni di anni fa.
Sulla base delle prove genetiche, i primi ominidi, o antenati degli umani, si pensa si siano separati dagli scimpanzé circa da 6 a 7 milioni di anni fa. Molti scienziati hanno sostenuto che i primi ominidi si sono incanalati sulla via per diventare esseri umani moderni appena la vegetazione dell’Africa orientale si è gradualmente modificata da fitta foresta a prateria e savana aperta punteggiata da macchie boschive e fiumi.
Questo avrebbe costretto i nostri antenati a scendere dagli alberi, muoversi rapidamente sul terreno aperto, e sviluppare capacità sociali necessarie per la sopravvivenza.
C’è molto di più in questo studio su come fosse il mondo da 24 milioni a 10 milioni di anni fa, quando i nostri antenati umani più remoti stavano appena iniziando ad evolversi“, scrive nella dichiarazione Kevin Krajick. 
Esso include per esempio l’idea che le praterie da sole non fosse il solo l’habitat dei primi esseri umani, e che una visione più sfumata è sorta tra gli scienziati negli ultimi anni:
Era la crescente diversità dei paesaggi … tra cui l’imporsi dell’erba che hanno portato al successo degli ominidi che erano più intelligenti e più flessibili nell’adattarsi a un mondo che cambiava.
I risultati dello studio sono basati sull’esame di una serie di carote di sedimento scavate da una nave di ricerca tra il Mar Rosso e l’Oceano Indiano occidentale, al largo dell’Africa nord-orientale. I nuclei contengono sostanze chimiche create dalla vegetazione sul terreno e che successivamente sono state lavate o soffiate verso il mare e fissate negli strati marini per decine di milioni di anni. Kevin Uno, un ricercatore post-dottorato presso il Lamont-Doherty Earth Observatory della Columbia University, è l’autore principale dello studio. Ha commentato:
L’oceano profondo potrebbe sembrare un luogo strano dove cercare segni di vegetazione, ma è uno dei migliori, perché tutto è sepolto e conservato. E’ come un caveau di una banca.
Uno ha anche commentato che ai dati di studio corrispondono analisi chimiche dello smalto dei denti di antichi elefanti e altri grandi erbivori che mostrano che alcuni animali dell’Africa orientale sono passati a diete basate sull’erba circa 10 milioni di anni fa.
I primi ominidi conosciuti sono apparsi diversi milioni di anni più tardi.
In sintesi: Un nuovo studio condotto da Kevin Uno – risultante da un esame delle carote di sedimento dei fondali marini – fornisce ciò che gli scienziati definiscono “lo studio di gran lunga più corposo e più completo dell’antica vita vegetale” in gran parte di quelli che oggi sono l’Etiopia e il Kenya, zona assunta come la terra natale dell’umanità.

Fonte

La verità sulla dieta paleolitica

Le ricostruzioni dell’evoluzione umana sono spesso semplici scenari eccessivamente ordinati. I nostri antenati, ad esempio, che sono in piedi su due gambe per guardare oltre l’erba alta, o che hanno cominciato a parlare, perché, beh, finalmente avevano qualcosa da dire. Come gran parte della nostra comprensione del comportamento dei primi ominidi, la dieta immaginaria dei nostri antenati è stata anche troppo semplificata.

Prendete ad esempio la paleo-dieta che va di moda adesso e che trae ispirazione da come si pensa la gente vivesse durante l’età del Paleolitico o età della pietra che va da circa 2,6 milioni a 10.000 anni fa. Essa incoraggia chi la pratica ad abbandonare i frutti dei progressi culinari moderni – come i latticini, i prodotti agricoli e i prodotti alimentari trasformati – per iniziare a vivere uno stile di vita pseudo-cacciatori-raccoglitori, una vita come quella di Lon Chaney Jr. nel film One Million BC.

Gli aderenti alla dieta raccomandano un menù molto specifico “ancestrale”, pieno di determinate percentuali di energia costituita da carboidrati, proteine e grassi, e suggeriscono i livelli di attività fisica da svolgere. Tali prescrizioni sono tratte principalmente dalle osservazioni di esseri umani moderni che vivono almeno una parziale esistenza di cacciatori-raccoglitori.

Ma da un punto di vista scientifico, queste semplici caratterizzazioni del comportamento dei nostri antenati in genere non tornano. Recentemente, gli antropologi C. Owen Lovejoy e Ken Sayers, hanno dato uno sguardo da vicino a questa domanda cruciale nell’evoluzione del comportamento umano: le origini della dieta degli ominidi. Si sono concentrati sulla prima fase di evoluzione degli ominidi da circa 6 a1,6 milioni di anni fa, sia prima che dopo il primo uso di strumenti di pietra modificati. Questo lasso di tempo comprende, in ordine di apparizione, gli ominidi Ardipithecuse Australopithecuse i primi membri del nostro genere, Homo, relativamente intelligente. Nessuno di questi erano esseri umani moderni, che sono apparsi molto più tardi, ma piuttosto i nostri lontani predecessori.

Hanno esaminato le prove fossili e chimiche e le testimonianze archeologiche, e anche considerato attentamente il comportamento di foraggiamento degli animali viventi. Perché questo è importante? Osservare gli animali in natura, anche per un’ora, fornirà una risposta pronta: quasi tutto ciò che un organismo fa su una base quotidiana è semplicemente relativa al rimanere in vita; che comprende attività come l’alimentazione, evitare i predatori e cercare di riprodursi. Questa è la strada dell’evoluzione.


Quindi, cosa mangiavano in realtà i nostri antenati? In alcuni casi, i ricercatori possono arruolare la tecnologia moderna per esaminare la questione. I ricercatori studiano la composizione chimica dello smalto dei denti fossili per capire le quantità relative di alimenti mangiate dall’ominide e derivanti da piante legnose (o dagli animali che le mangiavano) rispetto a piante di aperta campagna. Altri scienziati guardano nell’antico tartaro dei denti per cercare pezzi di silicio derivanti da piante che possono essere identificati per tipo – per esempio, la frutta di una particolare famiglia di piante. Altri esaminano i piccoli segni di macellazione effettuati sulle ossa di animali con strumenti di pietra. I ricercatori hanno scoperto, per esempio, che gli ominidi anche 2,6 milioni anni fa mangiavano la carne e il midollo osseo delle antilopi; se queste ossa derivavano da animali cacciati o venivano predati dalle carcasse è oggetto di accesi dibattiti.

Tali tecniche sono informative, ma in ultima analisi, danno solo un quadro confuso della dieta. Essi forniscono una buona evidenza del fatto che gli organi di stoccaggio sotterraneo delle piante (come i tuberi), i carici, la frutta, animali invertebrati o vertebrati, foglie e corteccia erano tutti sul menu, almeno per quanto riguarda alcuni dei primi ominidi. Ma non ci danno informazioni sull’importanza relativa dei vari alimenti. E dal momento che questi alimenti venivano tutti mangiati almeno occasionalmente dagli ominidi, ma anche da scimmie e primati viventi, queste tecniche non spiegano ciò che contraddistingue gli ominidi dagli altri primati.

Quindi, come si dovrebbe procedere? Come dice la dottoressa Lovejoy, per ricostruire l’evoluzione degli ominidi, è necessario prendere le regole che si applicano ai castori e usarle per fare un essere umano. In altre parole, è necessario guardare le “regole” per il foraggiamento.

Non sono i primi ricercatori ad aver utilizzato questo stratagemma. Già nel 1953, gli antropologi George Bartholomew e Joseph Birdsell hanno tentato di caratterizzare l’ecologia dei primi ominidi, applicando principi biologici generali.

Fortunatamente, gli ecologisti hanno elaborato a lungo tali norme in un settore di ricerca, e ottenuto una teoria sul foraggiamento ottimale (OFT). L’OFT Utilizza semplici modelli matematici per prevedere come gli animali si foraggerebbero in una data circostanza. Ad esempio, dato un insieme di potenziali alimenti di stimato valore energetico e la quantità e il tipo di gestione del tempo (il tempo necessario per acquisire e consumare il cibo), un modello classico OFT calcola le risorse che verranno consumate e quali dovrebbero essere tralasciate. Una previsione – una sorta di “regola d’oro” del foraggiamento – è che quando gli alimenti ottimali (quelli ad alto contenuto di energia e con un basso tempo di trattamento) sono abbondanti, un animale dovrebbe focalizzarsi su di loro, ma quando sono scarsi, l’animale dovrebbe ampliare la sua dieta.

I dati provenienti da organismi così diversi come insetti e uomini moderni generalmente sono in linea con tali previsioni. Nella zona dell’Himalaya nepalese, per esempio, ad alta quota le scimmie Semnopithecusevitano le foglie coriacee e sempreverdi e alcuni tipi di radici e corteccia – tutti cibi carenti di calorie e ad alto contenuto di fibre e che necessitano molto tempo per gestirle – durante la maggior parte dell’anno. Ma durante il freddo e sterile inverno, quando gli alimenti migliori sono rari o non disponibili, li divorano avidamente.

In un altro studio più controllato, quando diverse quantità di mandorle con o senza guscio vengono sepolte in vista di scimpanzé, essi ne recuperano grandi quantità (più energia), di quelle fisicamente più vicine (tempo di ricerca inferiore), e di quelle senza guscio (elaborazione più veloce) prima di quelle più piccole, più distanti, o “col guscio”. Ciò suggerisce che almeno alcuni animali possono ricordare le variabili ottimali di foraggiamento e le utilizzano anche nei casi in cui gli alimenti sono lontani e fuori del campo di percezione immediata. Entrambi questi studi supportano predizioni chiave dell’OFT.

Se si potessero stimare le variabili importanti per il foraggiamento, si potrebbe potenzialmente prevedere la dieta di particolari ominidi che vivevano in un lontano passato. Si tratta di una proposta scoraggiante, ma questa attività svolta sull’evoluzione umana non è mai stata concepita come un’impresa facile. L’approccio dell’OFT forza i ricercatori ad imparare come e perché gli animali sfruttano particolari risorse, e porta a considerazioni più riflessive sull’ecologia dei primi ominidi. Una manciata di scienziati hanno utilizzato l’OFT con successo, in particolare nei trattamenti archeologici di ominidi relativamente recenti, come i Neanderthal e gli esseri umani anatomicamente moderni.

Ma poche anime coraggiose hanno approfondito la storia più remota della dieta umana. Una squadra, per esempio, ha utilizzato le regole dell’OFT, habitat moderni ma analoghi a quelli preistorici, e le prove derivanti dai reperti fossili, per stimare la dieta ottimale prevista dell’Australopithecus boisei. Questo è il famoso “uomo schiaccianoci” che viveva in Africa orientale quasi 2 milioni di anni fa. La ricerca suggerisce una vasta gamma di potenziali alimenti nella sua dieta, schemi di movimento molto vari – in base alle caratteristiche dell’habitat dove viveva o all’uso di bastoni per scavare – e l’importanza stagionale di alcune risorse, come radici e tuberi, per soddisfare i requisiti calorici stimati.

I ricercatori Tom Hatley e John Kappelman hanno osservato nel 1980 che gli ominidi avevano dei molari come i nostri – bassi, con cuspidi arrotondate – denti posteriori che hanno molto in comune con gli orsi e i maiali. Se avete osservato questi animali che si nutrono, sapete che mangiano praticamente di tutto: tuberi, frutta, foglie e ramoscelli, invertebrati, miele e animali vertebrati, sia raccolti dai rifiuti che cacciati. Il contributo in percentuale di ogni tipo di cibo alla dieta dipenderà (avete indovinato) dal valore energetico degli alimenti specifici in ambienti specifici, in determinati momenti dell’anno. Prove dalla totalità dell’evoluzione umana suggeriscono che i nostri antenati, e anche noi esseri umani moderni, siamo entrambi onnivori.

E l’idea che i nostri più antichi antenati fossero grandi cacciatori probabilmente è fuori luogo, come l’idea del bipedismo – almeno prima dello sviluppo di sofisticate conoscenze e della tecnologia – è un modo povero per barare al gioco. Ancor più che negli orsi e nei maiali, poi, la nostra mobilità è limitata. L’antropologo Bruce Latimer ha sottolineato che l’essere umano più veloce del pianeta non può, in media, raggiungere un coniglio in corsa. Un altro motivo per essere opportunisti sul cibo.

Semplici caratterizzazioni dell’ecologia degli ominidi sono lontane dalla reale, e meravigliosa, complessità della nostra storia comune. La recente aggiunta di prodotti pastorali e agricoli in molte diete umane moderne – per il quale abbiamo rapidamente evoluto adattamenti fisiologici – è una estensione di un antico imperativo. Gli Ominidi non si sono diffusi prima in tutta l’Africa, e quindi sull’intero globo, utilizzando una sola strategia di foraggiamento o attaccandosi ad un mix preciso di carboidrati, proteine e grassi. Lo abbiamo fatto per essere sempre così flessibili, sia socialmente che ecologicamente, e sempre alla ricerca dell’erba più verde (metaforicamente), o della frutta più matura (letteralmente).

Questo articolo è stato originariamente pubblicato su The Conversation. Leggi l’articolo originale. Seguite tutte le discussioni degli esperti e i dibattiti – e diventate parte della discussione – su Facebook, Twitter e Google +.

I Neanderthal si sono estinti a causa delle loro mascelle deboli? Ai nostri antichi cugini mancavano i geni per masticare e digerire i duri farinacei, è quello che rivela uno studio.

  • I genetisti della Pennsylvania State University hanno analizzato il DNA di questi antichi parenti dell’Homo sapiens per cercare i geni che erano coinvolti nella masticazione e nel gusto.
  • Ai Neanderthal mancavano i geni presenti nelle specie con mascelle potenti come gli scimpanzé.
  • Avevano anche un gene unico coinvolto nella rilevazione di sostanze chimiche amare (potenzialmente pericolose) negli alimenti.
  • Ciò suggerisce che preferivano piante molto diverse da quelle che mangiamo oggi.
  • I loro geni suggeriscono che possono avere avuto dei problemi con l’amido degli ortaggi a radice.
  • Ai Neanderthal mancavano anche i geni necessari per digerire il lattosio presente nel latte vaccino.

I Neanderthal probabilmente cucinavano il cibo prima di mangiarlo, ma avrebbero avuto grossi problemi nel digerire le verdure a radice, è quello che emerge da un nuovo studio.
I genetisti hanno analizzato il DNA dai resti dei Neanderthal e di un altro antico parente degli uomini, i Denisoviani.
I ricercatori hanno scoperto che a questi preistorici antenati degli uomini moderni mancavano i geni chiave necessari a masticare i cibi duri – proprio come gli esseri umani che vivono oggi.
Gli scimpanzé, i primati nostri parenti viventi più vicini, hanno ancora questi geni della masticazione in quanto hanno bisogno di masticare cibo crudo e duro.

Gli scienziati hanno anche scoperto che i Neanderthal e i loro cugini Denisoviani possono aver avuto grossi problemi nel digerire gli alimenti amidacei come le verdure a radice.
Questo perché, come gli scimpanzé, avevano poche copie dei geni che rilasciano gli enzimi digestivi specifici nella saliva, enzimi che iniziano a digerire l’amido mentre viene masticato.
Gli esseri umani moderni hanno circa sei copie di questi geni, mentre i Neanderthal ne avevano solo due.
I Neanderthal inoltre, potrebbero aver mangiato il cibo in modo diverso da come facciamo noi oggi e forse gradivano piante che noi troviamo inappetibili.

I ricercatori hanno anche scoperto che i Neanderthal avevano una variante completamente unica di geni responsabili della degustazione di composti particolarmente amari.
Mancano anche altri due recettori del gusto presenti negli scimpanzé per quanto riguarda la degustazione dei cibi amari.

I risultati sollevano interrogativi interessanti sul fatto che le differenze nella dieta dei Neanderthal, rispetto a quella degli esseri umani moderni, abbia portato alla loro estinzione.
La mancanza di enzimi digestivi nella loro saliva potrebbe significare che hanno incontrato maggiori problemi nell’estrarre energia dai tuberi amidacei rispetto alle loro controparti Homo sapiens.
I cambiamenti della vegetazione nell’ambiente nel quale vivevano avrebbero significato anche che alcuni dei loro cibi preferiti sono scomparsi.

Mentre si sa che gli uomini di Neanderthal, vissuti da 280.000 a 40.000 anni fa, sono noti per aver imparato a controllare il fuoco, poco si sa circa il cibo che mangiavano.
L’analisi dei loro denti fossilizzati ha fornito alcuni indizi sul fatto che potrebbero aver usato il fuoco per cuocere il cibo.
Ora il nuovo studio ha fornito ulteriori prove che effettivamente cucinavano.
Il cucinare è visto come una innovazione fondamentale che ha guidato il corso dell’evoluzione umana in quanto rende più facilmente disponibili per l’organismo, durante la digestione, importanti sostanze nutritive e più elevati livelli di grassi.

Il professor George Perry, un antropologo della Pennsylvania State University, che ha guidato la ricerca, ha detto: “Un certo numero di importanti transizioni alimentari si sono verificate durante i sei milioni di anni di evoluzione degli ominidi, tra cui un sostanziale aumento del consumo di carne e di amido, la cottura del cibo, e la domesticazione di piante e animali. Noi ipotizziamo che la perdita funzionale di un gene che codifica per un’importante proteina funzionale dei muscoli masticatori potrebbe benissimo essere stata la conseguenza del controllo del fuoco ottenuto dagli ominidi e l’avvento di un comportamento coerente con la cottura dei cibi, che si traduce in un sostanziale ammorbidimento del cibo e riduce la necessità di un forte apparato masticatorio.

Il professor Perry, insieme con i colleghi della Cornell University e della University of Texas, ha analizzato le sequenze del genoma pubblicate ed ottenute dai resti fossili di Neanderthal e Denisovani.
Si pensa che i Denisovani fossero un gruppo di ominidi fratelli dei Neanderthal, che si scissero da un antenato comune circa 600.000 anni fa.
Si pensa che essi siano vissuti più a est rispetto agli uomini di Neanderthal e che si diffusero poi attraverso l’Europa; le due specie si sono poi estinte intorno allo stesso periodo.

Lo studio ha evidenziato che, come i loro cugini umani moderni, ad entrambi questi ominidi estinti mancava la proteina MYH16, che si trova nelle fibre muscolari dei grandi primati muniti di potenti mascelle.
A differenza dell’uomo moderno, tuttavia, non avevano i geni necessari per digerire il lattosio del latte vaccino. Questo si pensa si sia sviluppato con l’avvento dell’agricoltura, qualche tempo dopo.
Ai due antichi ominidi mancavano anche i geni necessari per la degustazione del cibo amaro che sono presenti negli scimpanzé – TAS2R62 e TAS2R64.
Tuttavia, l’uomo di Neanderthal aveva una versione unica di un altro gene, che permette di riconoscere il sapore amaro, chiamato TAS2R38.
Questo gene è noto per essere essenziale per percepire il sapore amaro di una sostanza chimica chiamata phenylthiocarbamide (PTC) e altre sostanze chimiche correlate.
Nel frutto dell’Antidesma bunius (un tipo di alloro) si nota la presenza di sostanze chimiche simili alla PTC che possono essere percepite solo dalle persone con questo gene.
Circa il 70 per cento delle persone possono sentire la PTC, ma questo dato varia in funzione della popolazione – il 42 per cento degli aborigeni australiani e degli abitanti della Papua Nuova Guinea non possono percepirla.

Le nuove scoperte, pubblicate sul Journal of Human Evolution (http://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0047248414002644), suggeriscono che, mentre gli uomini di Neanderthal potrebbero essere stati in grado di sentire questo sapore amaro, probabilmente questa loro capacità era ristretta ad uno specifico sottogruppo di queste sostanze chimiche.
Ciò significa che forse avrebbero potuto evitare alcuni tipi di alimenti, potenzialmente velenosi, a causa del loro sapore amaro.

L’uomo di Neanderthal e i Denisoviani avevano inoltre solo due copie del gene che codifica per l’amilasi, che serve per digerire l’amido degli ortaggi a radice e che si trova nella saliva, molto meno rispetto agli esseri umani moderni.

Alcuni esperti hanno suggerito che i Neanderthal mangiassero grandi qualità di ortaggi a radice, che sono una ricca fonte di energia, utile nel loro stile di vita di cacciatori-raccoglitori.

Tuttavia, il professor Perry ha detto: “Possiamo solo concludere che se i primi ominidi consumavano grandi quantità di alimenti ricchi di amido, come ipotizzato, allora lo stavano probabilmente facendo senza i benefici digestivi dovuti al successivo aumento della produzione di amilasi nella saliva.
Parlando al Mail Online, ha aggiunto: “
Credo che l’effetto sul benessere fisico di avere solo due copie funzionali per la produzione dell’amilasi nella saliva, fosse probabilmente relativamente piccolo rispetto a coloro che ne avevano di più.
Non è che io non creda nell’importanza di questo fatto. Ci sono stati probabilmente una serie di altri fattori che sono stati più importanti per il successo riproduttivo umano e dei Neanderthal e per la storia di queste popolazioni
”.

Il professor Perry ed i suoi colleghi sperano che, ottenendo più dati sul genoma dei Neanderthal, si conoscerà meglio l’influenza che i loro geni hanno avuto sulla loro dieta, e il tutto dovrebbe diventare più chiaro.

I ricercatori hanno anche detto che potrebbe essere eventualmente possibile svelare esattamente ciò che i Neanderthal sentivano quando assaggiavano i cibi esaminando i recettori coinvolti nel recepimento degli odori.
I ricercatori hanno aggiunto: “La tempistica con la quale si sono acquisiti e persi i geni dei recettori olfattivi e le alterazioni funzionali di essi, sono in grado di fornire approfondimenti sull’evoluzione alimentare e sull’ecologia evolutiva di questi ominidi.
Questa analisi è attualmente rallentata dalla nostra limitata comprensione delle conseguenze funzionali di specifiche variazioni nei recettori olfattivi e dalle brevi sequenze ottenute solitamente dal DNA antico, che spesso non possono essere attribuite univocamente a specifici geni di recettori olfattivi molto simili. Siamo fiduciosi in un futuro progresso su tutti questi fronti
”.

Il professor Chris Stringer, esperto di evoluzione umana presso il Natural History Museum di Londra, ha detto che gli uomini di Neanderthal potrebbero aver perso i geni legati alla presenza di potenti mascelle perché hanno cominciato a mangiare cibi più morbidi.
Egli ha detto: “
Una cosa che viene spesso lasciata fuori dal dibattito su cottura e digestione dei cibi è il fatto che mangiare il midollo osseo e il cervello delle prede in genere richiede molto meno masticazione rispetto alle fibre muscolari.
Sappiamo dalle tracce di macellazione preistoriche che i primi umani accedevano sicuramente a queste risorse alimentari altamente nutrienti delle carcasse, e probabilmente le consumavano crude, anche se conoscevano già l’uso del fuoco.
Laura Buck ed io stiamo ricercando quella che abbiamo chiamato ‘
gastrofagia‘, il consumo, cioè, degli stomaci degli animali e del loro contenuto.
Abbiamo scoperto che questo aspetto viene trascurato ma era in realtà un comportamento comune in questi cacciatori-raccoglitori, e sembra molto probabile che sia stato prevalente in ominidi come l’uomo di Neanderthal.
Se è così, sarebbero stati in grado di accedere alle parti predigerite delle piante rimaste nel chimo dello stomaco, risparmiando un sacco di tempo per la raccolta, e avrebbero beneficiato del foraggiamento e della predigestione effettuate delle loro prede.

Il dr. Simon Underdown, un antropologo della Oxford Brookes University, ha avvertito che, mentre il genoma potrebbe fornire alcune tracce di quello che gli uomini di Neanderthal e gli altri antichi antenati dell’uomo erano, allo stesso tempo potrebbe essere fuorviante.
Egli ha detto: “Noi condividiamo qualcosa come il 40% del nostro DNA con le banane, quindi non è sorprendente che condividiamo quasi tutti i nostri geni con i Neanderthal.
Come spesso accade nell’evoluzione umana il diavolo è nei dettagli. Mentre abbiamo una sempre più sofisticata comprensione del genoma dei Neanderthal e dei Denisoviani non siamo nemmeno vicini ad avere un quadro completo.
Escludere la presenza di alcuni geni sulla base di questa forma di confronto è potenzialmente problematico – non possiamo dire se l’uomo di Neanderthal o i Denisoviani sono stati oggetto di strozzature genetiche o forse ciò è accaduto solo a piccole popolazioni su cui l’effetto della deriva genetica avrebbe potuto deformare l’immagine.
L’estrazione di genomi antichi potrà in futuro dirci molto sui nostri antenati estinti, ma abbiamo bisogno di tenere a mente che i geni sono solo una parte della storia – abbiamo bisogno dei fattori ambientali per capire bene il passato.

Trovato un fossile di un antico parigino

Gli scienziati hanno portato alla luce rari, antichi, resti umani in sedimenti localizzati vicino alla Senna in Francia.

Le ossa del braccio sinistro risalgono a 200.000 anni fa circa, e sembrano essere di Neanderthal i ricercatori inoltre sostengono che senza il ritrovamento di altri fossili, è impossibile fare una descrizione completa del soggetto.
C’è poco materiale relativo al’epoca dei Neanderthal nel nord-ovest Europa.
Questi sono i più antichi fossili trovati nei pressi di Parigi, è il più antico abitante di Parigi mai ritrovato, se si vuole,” disse Bruno Maureille.
L’antropologo ed i suoi colleghi riportano la scoperta sulla rivistaPlos One.
Gli scienziati hanno fatto la loro scoperta a Tourvillela-Rivière, situata a circa 100 chilometri dalla capitale francese.

Non molto si può dire dell’individuo perché è rappresentato solamente da tre ossa lunghe del braccio l’omero, ulna e radio.
La loro robustezza sostiene l’interpretazione secondo la quale apparterrebero ad un uomo di Neanderthal, dice il team, e potrebbero essere di un giovane o di un giovane adulto.
Un particolare interessante è la presenza di un particolare in rilievo, o cresta, sull’osso superiore del braccio che può essere il risultato di un danno muscolare alla spalla.
Il team ipotizza nell’articolo che il soggetto potrebbe essere rimasto danneggiato lanciando ripetutamente qualcosa.
La cicatrizzazione è molto simile a quella che è stata documentata in lanciatori professionisti.
Abbiamo una particolare morfologia dell’omero dove abbiamo riscontrato la cresta, e questo è molto importante, ed è probabilmente legato ad un movimento specifico un movimento che è stato ripetuto in modo sistematico da questo individuo,” ha detto il Dott. Maureille alla BBC.
A destra di quel punto, si ha traccia di possibili microtraumi, che potrebbero essere connessi ad un movimento molto difficile, che ha creato questo strano rilievo.
Quale potesse essere stato questo movimento ripetitivo è un dibattito ancora aperto.
Se le prove per il forte sviluppo della regione deltoide sull’omero è stato correttamente interpretato, questo potrebbe fornire un indizio importante sul fatto che le lance con propulsore erano già in uso in Europa circa 200.000 anni fa, un fatto che molti esperti hanno messo in dubbio“, ha commentato Chris Stringer dal Museo di Storia naturale di Londra.
C’è stata finora l’opinione diffusa che gli uomini di Neanderthal e gli esseri umani più arcaici dipendessero dalle lance, utilizzate per la pericolosa caccia a distanza ravvicinata, e che solo l’uomo moderno abbia perfezionato il propulsore. Questo punto di vista ora potrebbe essere messo in discussione.
Una possibile spiegazione alternativa alla lesione risontrata potrebbe essere lo sfregamento ripetitivo delle pelli animali per ammorbidirle.