L’equiseto

Ogni volta che percorriamo un sentiero e vediamo un equiseto, stiamo in realtà guardando l’unico membro sopravvissuto di un genere un tempo grande. Le code di cavallo, come sono comunemente chiamati gli equiseti, hanno raggiunto il loro punto di massima espansione durante l’epoca Devoniana, circa 350 milioni di anni fa. All’epoca, rappresentavano una notevole parte delle piante che costituivano quelle prime foreste. Molti dei depositi di carbone del mondo derivano ​​da queste piante.

A quel tempo torreggiavano sopra il paesaggio, raggiungendo altezze di 30 metri o più. Oggi, tuttavia, vedono le proprie dimensioni ridotte e sono in gran parte piante piccole e smilze. I più alti esemplari di equiseto viventi sono l’equiseto gigante (Equisetum giganteum) e l’equiseto gigante messicano (Equisetum myriochaetum) dell’America centrale e meridionale. Queste due specie sono note per raggiungere altezze rispettivamente di 5 e 7,5 metri. Certamente un’altezza impressionante, ma niente a che vedere con i loro antichi antenati.

Il genere è composto da circa 20 specie, con molti casi di ibridazione noti. La maggior parte delle  code di cavallo cresce vicino a zone umide e sono note per la loro biomineralizzazione di silice. I coloni amiericani, infatti, utilizzavano queste piante per pulire pentole e padelle. Tuttavia, questo non è certamente il motivo per cui questo tratto si è evoluto. È probabile che i silicati abbiano qualcosa a che fare con il supporto strutturale della pianta e la protezione fisica contro gli agenti patogeni. Bisognerà ancora lavorare molto per scoprire i benefici dei meccanismi coinvolti.

Sebbene non siano felci, spesso gli equiseti vengono classificati come parenti delle felci. Questo è dovuto al fatto che, come le felci, non sono piante che producono semi. Invece, producono spore e mostrano l’alternanza di stili di vita tipici di questo ramo dell’albero botanico. Le spore vengono prodotte da una struttura a cono nella parte superiore dello stelo. Questo può essere collegato al fusto fotosintetico o può sorgere come un fusto autonomo non fotosintetico. In entrambi i casi è una struttura interessante da incontrare e vale la pena di studiarla sotto qualche forma di ingrandimento.

Nonostante il loro aspetto dimesso, molti Equisetum sono abbastanza resistenti e prosperano a dispetto degli umani. Per questo motivo alcune specie come E. hyemale e E. arvense sono considerate invasive in molte aree. Prosperano nei terreni poveri di nutrienti e i loro rizomi profondi e larghi possono rendere impossibile il loro controllo.

C’è qualcosa da dire comunque su queste piccole piante: amate o odiate, hanno resistito alla prova del tempo. Sono state tra le prime piante che hanno colonizzato  la terra ferma e probabilmente qualcuna di loro sopravviverà anche all’uomo, anche se non come nelle foreste del Devoniano.

Proprietà dell’equiseto

I principi attivi presenti nell’equiseto sono: silice (il 10% passa come acido silicico nelle tisane), calcio, magnesio, potassio, saponina (equisetonina), glucosidi flavonici, piccole quantità di alcaloidi e tannini. Per la presenza di questi sali minerali, in una forma molecolare altamente disponibile per il nostro organismo, l’equiseto contribuisce al “metabolismo dell’osso” e favorisce la remineralizzazione del sistema osteo-articolare e dei tessuti duri come unghie e capelli.

La sua assunzione è quindi indicata in caso di fragilità delle unghie, perdita dei capelli, alopecia, osteoporosi, accrescimento scheletrico degli adolescenti, postumi di fratture, artrosi (grazie all’azione che esercita sia sulla cartilagine articolare, sia sul tessuto osseo) e le tendiniti (migliora l’elasticità dei tendini).

L’equiseto, o coda cavallina, è inoltre diuretico per cui è consigliato nel trattamento dell’eliminazione di scorie metaboliche. Inoltre è capilloprotettore per la sua azione astringente sui vasi sanguigni, utile contro la fragilità capillare. La proprietà cicatrizzante lo rende un ottimo riparatore tissutale e quindi è impiegato in campo cosmetico nella preparazione di prodotti contro smagliature, rughe e cellulite. 

Per ulteriori informazioni: Equiseto, quando e come utilizzarlo

Bacche di goji

Le bacche di Goji sono i frutti di una pianta (Lycium barbarum, della famiglia delle solanacee) di origine asiatica che cresce spontaneamente nelle valli Himalayane, della Mongolia, del Tibet e nelle province cinesi dello Xinjiang e del Ningxia ed è considerato in tutto l’Oriente, da migliaia di anni, una potente risorsa anti-invecchiamento.
Sono anche chiamate “il Frutto della Longevità”, poichè il Goji è considerato un potente integratore naturale che rafforza il nostro sistema immunitario. Sono dei frutti rossi che vengono generalmente essiccati, dal sapore dolciastro, molto simili all’uva passa.
 
Secondo la medicina tradizionale cinese, questi frutti sono ricostituenti del “Chi”, l’energia primaria dell’organismo, mentre per la fitoterapia sono adattogeni, cioè aumentano la resistenza, consentendo al corpo di adattarsi meglio a situazioni di stress psico-fisico.
Le bacche di Goji hanno un alto potere antiossidante: secondo la scala O.R.A.C., che stabilisce questa proprietà negli alimenti, sono al primo posto (100 grammi di frutti contengono 30.300 unità antiossidanti). Considerando che gli esperti consigliano di consumare almeno 5.000 unità di antiossidanti al giorno, si capisce come giochino un ruolo importante nel contrastare i radicali liberi, responsabili dell’invecchiamento cellulare.
Questo potere antiossidante è dovuto ai polisaccaridi, zuccheri ad alto contenuto di carotenoidi (sostanze che proteggono le cellule dal danno ossidativi), che costituiscono il 30% del peso secco dei frutti.
Le bacche racchiudono tutti gli 8 amminoacidi essenziali e sono un’eccellente fonte di ferro. Sono anche un concentrato di polifenoli, carotenoidi, beta-carotene, zeaxantina, luteina, beta-criptoxantina, licopene, vitamina C, B1, B2, B6, 22 minerali, 18 aminoacidi (tra cui gli otto aminoacidi essenziali), 5 acidi grassi, polisaccaridi e diversi fitosteroli. Contengono il germanio, un elemento raro in grado di attivare i linfociti natural killer, che sono cellule del sistema immunitario.
Le bacche sono indicate per aumentare le difese naturali, contrastare l’anemia, migliorare la salute di occhi, pelle, unghie e capelli, riequilibrare i ritmi sonno-veglia. Hanno poi la proprietà di abbassare o regolare i livelli di colesterolo, in particolare l’Ldl, quello “cattivo”.
Recentemente le bacche di Goji sono state oggetto di diversi studi scientifici in tutto il mondo, soprattutto in Giappone, Cina, Svizzera e Stati Uniti e i risultati sono stati pubblicati in numerose riviste scientifiche.

Una ricerca su “PubMed” (un archivio che comprende milioni di documenti biomedici da tutto il mondo), stima più di 100 articoli presenti sulle proprietà benefiche del Lycium barbarum (bacche di Goji). Alcune di queste pubblicazioni riconoscono inoltre gli effetti del frutto del Goji sulle malattie cellulari / tumorali. 

Le bacche di Goji ridurrebbero anche i livelli di glucosio nel sangue in maniera significativa.

Le bacche di Goji non vanno però utilizzate da chi usa anticoagulanti, perché ne potenziano l’effetto, né da chi ha subito un trapianto, perché il potenziamento del sistema immunitario può interferire con i farmaci antirigetto. E’ bene evitarne il consumo anche in gravidanza e allattamento.

Perchè i chiodi di garofano si chiamano così?

La pianta che produce la spezia chiamata “chiodi di garofano” si chiama Eugenia caryophyllata (conosciuta anche come Syzygium aromaticum). E’ un albero sempreverde alto 10–15 m della famiglia delle Myrtaceae che cresce spontaneamente nelle Molucche, Antille, Madagascar e Indonesia. Fu introdotta nell’isola della Réunion da Pierre Poivre (1719-1786) e da lì, fu trasferita verso altre colonie per essere coltivata.

Della pianta vengono raccolti gli apici florali, i boccioli, che una volta essiccati assumono la loro caratteristica forma simile ad un bocciolo di garofano. Quindi la spezia non deriva dalla pianta del garofano, anzi non c’entra assolutamente con essa. Semplicemente i chiodi di garofano essiccati assomigliano ai fiori del garofano.
Non è da confondere col pepe garofanato che è un’altra spezia: il pimento.
Diffusissimi in tutto l’Oriente, erano usati come ingrediente dei profumi e come principio medicamentoso già nella Cina di 2200 anni fa.
Arrivavano in Occidente tramite le vie carovaniere e già nel XVIII secolo a.C. si sono trovate in Siria tracce archeologiche di questa spezia.
L’origine della pianta è indonesiana.
I patrizi romani usavano questa spezia per le sue proprietà antisettiche, soprattutto per calmare il dolore ai denti.
Questa spezia era conosciuta in Europa fin dal Medioevo, e Dante stesso, ne parla come fosse un bene di assoluto lusso (Inf. XXIX, 127-129) usato dai vani scialacquatori senesi per far la brace per arrosti milionari.
Nel 1500 i portoghesi di ritorno da Timor Est e gli olandesi, che ne scoprirono un’ottima fonte nell’isola di Zanzibar e alle Maldive, cominciarono a commerciare direttamente la spezia: come già per la Cannella, divennero i principali importatori di una spezia tra le più amate e tra le più care. Gli olandesi e i belgi ne ricavarono successivamente l’olio essenziale che divenne un componente molto usato dalla cosmesi, che nei due paesi fiorì anche grazie a questo.
Questa spezia ha un potere antiossidante tra i più elevati, circa 80 volte più potente di una mela, che notoriamente viene considerata un ottimo antiossidante.
I chiodi di garofano hanno un profumo forte, dolce e fiorito, con una punta di pepato e di “caldo”. Il composto maggiormente responsabile di questo aroma è l’eugenolo. Il gusto dei chiodi di garofano può ricordare gli infusi di carcadè. Si presentano con la caratteristica forma di chiodo che gli ha tributato il nome. Si acquistano interi in vasetti, e si utilizzano per infusione.

Si usano sia nel dolce sia nel salato. Tra i piatti più noti alcuni dolci di frutta, specie di mele, pandolci e panpepati, biscotti, creme e farciture, liquori e vini aromatizzati; nel Nord Italia è notissimo il vin brulé del quale sono un ingrediente.
Nel salato accompagnano marinate di selvaggina, arrosti, brodi (specie di pollo o gallina) e talvolta formaggi stagionati. Si sposano bene con alcune verdure dolci, come cipolle, cipolline, carote che spesso vengono riposte in conserva con l’accompagnamento di un paio di chiodi di garofano. Sono frequentemente usati per aromatizzare il tè o alcuni infusi.
Fuori della cucina trovano ampio spazio come già accennato nella cosmesi, e nell’oggettistica, come pot-pourri e deodorante naturale per ambienti.
I chiodi di garofano inseriti in un’arancia sono usati come alternativa naturale alla canfora e altre sostanze chimiche contro le tarme.
I chiodi di garofano inseriti in mezzo limone sono usati come alternativa naturale alle sostanze chimiche contro le zanzare. Funzionano fino a quando il limone è fresco, poi il tutto va sostituito.
Hanno uno spiccato potere anestetico locale tanto che erano usati già anticamente per lenire il dolore ai denti e tutt’oggi l’essenza viene usata in medicina nei disinfettanti orali e nei farmaci odontalgici (per il trattamento del dolore da carie).
Fonte Wikipedia