Costruite per durare: il segreto che permise alle strade romane di resistere al passaggio del tempo

I Romani erano famosi per essere grandi ingegneri e questo è evidente dalle molte strutture che hanno lasciato. Un particolare tipo di costruzione per cui i Romani erano famosi sono le loro strade. Furono queste strade, che i Romani chiamavano viae, a permettere loro di costruire e mantenere il loro Impero. Ma come hanno creato questa infrastruttura che ha resistito al passare del tempo meglio della maggior parte delle sue controparti moderne?


Strade di tutti i tipi
È stato calcolato che la rete di strade romane copriva una distanza di oltre 400.000 km, con oltre 120.000 km del tipo conosciuto come “strade pubbliche”. Diramandosi nel vasto Impero Romano, dalla Gran Bretagna nel nord al Marocco nel sud, e dal Portogallo nell’ovest all’Iraq nell’Est, permisero alle persone e alle merci di viaggiare rapidamente da una parte all’altra dell’Impero.

I Romani classificarono le loro strade in diversi tipi. Il più importante di questi erano le viae publicae (strade pubbliche), seguite dalle viae militares (strade militari), poi l’actus (strade locali) e infine le privatee (strade private). Il primo di questi tipi era il più largo e poteva raggiungere i 12 metri di larghezza. Le strade militari venivano mantenute dall’esercito e le strade private erano costruite da singoli proprietari terrieri.

Costruire le strade per durare
Non esisteva una tecnica romana a “taglia unica” per costruire le strade. La loro costruzione variava a seconda del terreno e dei materiali di costruzione locali disponibili. Ad esempio, sono state necessarie diverse soluzioni per costruire strade su aree paludose e terreni ripidi. Tuttavia, ci sono alcune regole standard che sono state seguite.

Le strade romane erano costituite da tre strati: uno strato di base sul fondo, uno strato centrale e uno strato superficiale nella parte superiore. Lo strato di fondazione consisteva spesso in pietre o terra. Altri materiali usati per formare questo strato includevano: ghiaia grossa, mattoni frantumati, materiale argilloso e persino piloni di sostegno in legno quando le strade venivano costruite su aree paludose. Lo strato seguente era composto da materiali più morbidi come sabbia o ghiaia fine. Questo strato poteva essere formato da diversi strati successivi. Infine, la superficie veniva realizzata con la ghiaia, che a volte veniva mescolata con la calce. Per le aree più importanti, come quelle vicine alle città, le strade venivano rese più impressionanti dal fatto che lo strato superficiale è stato costruito utilizzando blocchi di pietra (il cui tipo dipendeva dal materiale locale disponibile e potevano essere costituite da tufo vulcanico, calcare, basalto, ecc.) o ciottoli. Il centro della strada era inclinato verso i lati per consentire all’acqua di defluire dalla superficie nei canali di drenaggio. Questi fossati servivano anche a definire la strada in aree dove i nemici potevano usare il terreno circostante per le imboscate.

Percorsi per il commercio e lo scambio culturale
Le strade giocarono un ruolo cruciale nell’Impero Romano. Per cominciare, le strade consentivano a persone e merci di spostarsi rapidamente attraverso l’Impero. Ad esempio, nel 9 aC, utilizzando queste strade, il futuro imperatore Tiberio fu in grado di percorrere quasi 350 km in 24 ore per essere al fianco del fratello morente, Druso. Ciò significava anche che le truppe romane potevano essere schierate rapidamente in varie parti dell’Impero in caso di emergenza, cioè rivolte interne o minacce esterne. Oltre a consentire all’esercito romano di sconfiggere i loro nemici, l’esistenza di queste strade ha anche ridotto la necessità di acquartierare guarnigioni grandi e costose in tutto l’Impero.

Oltre a servire a scopi militari, le strade costruite dai Romani consentivano scambi commerciali e culturali. La via Traiana Nova (conosciuta prima come via Regia), ad esempio, fu costruita su un’antica rotta commerciale che collegava l’Egitto e la Siria, e continuò a servire a questo scopo durante tutto il periodo Romano. Uno dei fattori che permise a tali strade di facilitare il commercio è il fatto che esse erano pattugliate dall’esercito romano, il che significava che i mercanti erano protetti da ladri e banditi. Un’altra funzione delle strade nel mondo romano è forse ideologica. Queste strade possono essere interpretate come un segno lasciato dai Romani nel paesaggio, a significare la loro conquista del terreno e della popolazione locale.

Avvelenati e poi sepolti: prima dell’eruzione del Vesuvio probabilmente dell’acqua tossica avvelenò gli abitanti di Pompei

Quando il Vesuvio eruttò nel 79 d.C., inghiottì la città di Pompei così rapidamente che i residenti non ebbero il tempo di reagire al disastro imminente prima che li uccidesse. I loro ultimi istanti furono congelati nel tempo mentre le persone venivano sepolte da strati di cenere calda, le loro vite si spensero in pochi istanti.

Ma ancor prima dell’eruzione vulcanica, Pompei stava ospitando un’altra minaccia nascosta e potenzialmente mortale, una che scorreva attraverso il suo sistema idrico fin nelle sue case.

Recenti test svolti su di un frammento di tubatura di piombo per il trasporto dell’acqua della città antica mostrano prove della presenza di antimonio, un elemento metallico altamente tossico che storicamente veniva mescolato con il piombo per rafforzarlo.

I tubi di piombo, che erano ampiamente usati come condotti per l’acqua in tutto l’Impero Romano, sono ora noti per essere una scelta sbagliata per il trasporto di acqua potabile. Sebbene il piombo sia meno soggetto alla corrosione rispetto ad altri metalli, le particelle di piombo si insinuano nell’acqua e possono accumularsi nel corpo umano causando avvelenamento da piombo. Nel corso del tempo, l’accumulo di piombo negli adulti può danneggiare i reni e il sistema nervoso e può persino causare ictus o cancro, secondo quanto riportano gli studi. I bambini e i neonati sono particolarmente vulnerabili all’avvelenamento da piombo, che può portare a ritardi nello sviluppo.

Ma l’elemento metallico antimonio potrebbe aver posto una minaccia ancora maggiore alla salute degli antichi romani, è quanto emerge dalla nuova analisi del frammento di tubo di una casa di Pompei. Sulla base della quantità di antimonio trovata nel frammento, il sistema di approvvigionamento idrico della città avrebbe contenuto sufficienti quantità di questo metallo per causare attacchi giornalieri di diarrea e vomito, con conseguente potenziale grave disidratazione e persino danni epatici e renali nel tempo. E’ quanto riferiscono i ricercatori.

Infrastruttura tossica
Sin dagli inizi del XVIII secolo, gli storici hanno sostenuto che i sistemi di tubi di piombo che si diramavano attraverso le città romane avrebbero portato a un avvelenamento cronico da piombo che alla fine causò la caduta dell’Impero.

Il calcare presente nell’acqua, però, probabilmente lo ha impedito, è quanto emerge dallo studio. Negli ultimi decenni, altri ricercatori hanno suggerito che le superfici interne dei tubi romani si sarebbero rivestite di calcare rapidamente, già alcuni mesi dopo l’installazione al massimo, proteggendo l’acqua dal rilascio di  particelle di piombo nocive.

Tuttavia, l’antimonio è molto più tossico del piombo. Prima che gli strati di calcare protettivi si formassero nei tubi, anche piccole quantità di antimonio che si fossero infiltrate nell’acqua avrebbero causato molto rapidamente malattie, causando ad esempio arresti cardiaci nei casi più gravi.

Per identificare i composti nel frammento del tubo, i ricercatori hanno utilizzato un metodo in grado di rilevare anche piccole quantità di elementi metallici e non metallici. Hanno dissolto un campione in acido nitrico concentrato e riscaldato a 10.832 gradi Fahrenheit (6.000 gradi Celsius) per ionizzare gli elementi – aggiungendo o rimuovendo elettroni per cambiare la loro carica – in modo che potessero essere identificati e analizzati all’interno di uno spettrometro di massa.

Sulla base della loro analisi, la concentrazione di antimonio nel tubo era di circa 3.680 microgrammi. Questo potrebbe non sembrare molto, ma in realtà è un “livello allarmante” da trovare in prossimità di acqua potabile, e sarebbe stato sufficiente a causare gravi sintomi di intossicazione da antimonio, hanno scritto gli autori dello studio.

E la vicinanza di Pompei al vulcano potrebbe aver peggiorato il loro problema con l’antimonio rispetto ad altre città romane con sistemi idrici simili. L’antimonio si trova naturalmente nelle falde acquifere vicino ai vulcani, e la vicinanza di Pompei al Vesuvio avrebbe potuto fornire concentrazioni di antimonio tossico nell’acqua che erano ancora più alte che in una tipica città romana dell’epoca.

Poiché i loro test sono stati effettuati solo su un piccolo frammento di tubo di Pompei, sarebbero necessari ulteriori test per confermare quanto questo problema potesse essere diffuso in tutto l’Impero Romano, indagando su più frammenti di tubi di piombo e resti umani del periodo per rilevare le tracce di antimonio nelle ossa e nei denti.

I risultati sono stati pubblicati online il 5 novembre nella rivista Toxicology Letters.

Come facevano i Romani ad alimentare le loro legioni a migliaia di chilometri da casa?

I romani conquistatori si basavano sulle risorse vicine e lontane per sostenere le loro forze che combattevano contro le tribù del Galles, è quanto rilevano nuove ricerche svolte dagli archeologi della Cardiff University.

In uno studio pubblicato su Archaeological and Anthropological Sciences, il Dr. Peter Guest e il dottor Richard Madgwick della University’s School of History, Archaeology and Religion, hanno utilizzato tecniche biochimiche sui resti di alcuni animali per rivelare l’origine del bestiame fornito alla fortezza legionaria di Caerleon.

Prima dello studio, le teorie principali sostenevano che le risorse agricole prodotte a livello locale dovevano essere vitali nell’alimentare e per mantenere l’esercito di occupazione romano, anche se questa idea si basava su prove molto limitate.

Utilizzando l’analisi degli isotopi dello stronzio per analizzare le ossa degli animali domestici dalla fortezza, i ricercatori hanno identificato un mix di fonti. Significativamente, il diverso modello dei risultati suggerisce che esisteva una catena di approvvigionamento centralizzata che si riforniva nelle vicinanze o lontano il che sfida le teorie esistenti.

Mentre la maggioranza dei bestiame è coerente con origini sul territorio, l’analisi ha rilevato che almeno un quarto dei suini, bovini e caprini (pecore e capre) arrivavano dal di fuori del Galles sudorientale, alcuni dall’Inghilterra meridionale o orientale, mentre altri potevano provenire da più lontano come la Scozia meridionale o la Francia settentrionale.

Docente Anziano di Archeologia Romana, Peter Guest, che ha guidato le ultime scoperte a Caerleon, l’unica fortezza intatta di origine romana britannica, ha dichiarato: “Rifornire grandi concentrazioni di soldati professionisti in Gran Bretagna dopo l’invasione nel 43 dC fu una sfida importante per l’Impero Romano. Per la prima volta possiamo vedere che gli invasori si procacciavano il bestiame sia a livello locale che a considerevoli distanze. Come operassero queste reti di fornitura rimane poco chiaro, ma questo studio ha importanti implicazioni non solo per capire come l’esercito romano si è sostenuto in Britannia, ma anche l’impatto che ebbe l’esercito sulla campagna, in particolare i siti militari“.

L’osteo-archeologo Richard Madgwick ha aggiunto: “Come primo studio ad usare dati biochimici per indagare sulla fornitura deglianimali all’esercito romano nelle province, si spera che questi risultati incoraggeranno ulteriori studi basati sugli isotopi sulle pratiche di allevamento e sull’allevamento del bestiame in Gran Bretagna. La ricerca aggiunge importanti dati al corpus molto limitato riguardante gli animali domestici della Gran Bretagna, fornendo interessanti nuove informazioni sulla produzione, la fornitura e il consumo di bovini, pecore, capre e suini in una base militare chiave“.

Fonte

Alcuni crani romani antichi rivelano le caratteristiche facciali distintive dei gruppi locali

Le tecniche forensi utilizzate per risolvere i casi di omicidi moderni hanno aiutato gli antropologi americani a rivelare somiglianze familiari nei teschi di 2.000 anni fa appartenenti ad abitanti dell’Impero Romano.

Lo studio ha utilizzato una tecnica statistica conosciuta come morfometria geometrica per identificare le somiglianze nei crani prelevati da tre cimiteri italiani databili tra il primo e il terzo secolo dC quando l’Impero Romano era al suo apice.

Le precise misurazioni tridimensionali di dozzine di teschi provenienti dai tre cimiteri hanno mostrato differenze regionali distinte che i ricercatori hanno interpretato come segno di una comune origine tra molte persone in quelle regioni.

Ann Ross, antropologa della North Carolina State University, ha detto a Live Science che queste tecniche sono state spesso utilizzate in biologia e zoologia per esaminare le dimensioni e i modelli biologici, come le ali delle zanzare o le forme dei pesci, per cercare modelli caratteristici che potrebbero essere utilizzati per classificare i campioni.

Per il nuovo studio, sono state applicate tecniche geometriche morfometriche ai crani umani antichi. “Puoi differenziare popolazioni o gruppi di esseri umani e guardare le forme dei crani per vedere se si assomigliano tra di loro o no“, ha detto.

Ross ha affermato che le stesse tecniche vengono utilizzate anche per le analisi forensi nel suo laboratorio presso la NC State in numerose indagini su omicidi della Carolina del Nord, a volte per cercare di identificare l’origine etnica di vittime sconosciute di omicidi o per determinare il danno osseo causato, per esempio, dal colpo di un’arma.

Forme del cranio

Uno dei cimiteri scelti per lo studio si trova sull’Isola Sacra, una piccola isola in quella che oggi è l’Italia centrale, a sud-ovest di Roma, che  durante l’Impero Romano era il luogo di sepoltura per la maggioranza delle persone della classe media.

Un altro era a Velia, sulla costa italiana sud-occidentale, dove i ricercatori prevedevano di trovare tracce di persone di origini greche che colonizzarono quella regione dopo l’ottavo secolo aC, prima che Roma crescesse da piccola città-stato per conquistare il resto del territorio dell’attuale Italia.

Mi chiedevo se saremmo riusciti a carpire questa informazione, se avremmo visto che la popolazione romana era diversa dalle popolazioni più meridionali“, ha affermato Samantha Hens, professore di antropologia biologica presso la California State University di Sacramento.

Come risulta, i ricercatori sono stati in grado di rilevare tali differenze.

Per un osservatore casuale, probabilmente non sarebbe molto evidente, ma quando veramente arrivi a vedere le relazioni regionali o le variazioni di popolazione, allora si può vedere la differenza“, ha detto Hens.

Il terzo cimitero oggetto dello studio era a Castel Malnome, alla periferia della città di Roma, che era usato soprattutto per la sepoltura gli operai di basso livello che lavoravano nelle miniere di sale in quella zona.

Quindi c’era questo gruppo, vicino a Roma, di operai di classe inferiore che svolgevano lavori pesanti – schiavi liberi, veterani di guerra e altri – che potevano venire da qualsiasi parte dell’Impero romano”, ha detto Hens. “E in effetti, non potevamo differenziarli da uno degli altri due siti, il che implica che ci sono molte varianti tra le persone sepolte lì.

L’aspetto locale
In conclusione, le persone che vivevano in quello che ora è il sud dell’Italia, erano distintemente “greche” rispetto alle persone che vivevano più a nord in quel momento?

Sospetto di sì“, ci dice Hens. “La fase successiva sarebbe quella di ottenere un campione di popolazione greca per vedere come questi ‘italiani meridionali’ si confrontano ai greci di quel periodo, ma non ho identificato un campione greco dello stesso periodo che sia ancora disponibile per lo studio“.

Hens ha sottolineato che le differenze nelle forme del cranio rilevate dai ricercatori non rappresentano differenze “razziali”. “Non è sicuramente quello che vediamo“, ha detto.

Se un gruppo cresce in una zona per lungo tempo, si svilupperanno piccole differenze regionali e poi se un altro gruppo viene in zona o se ne va, allora puoi vedere queste popolazioni che cambiano un po’” ha aggiunto . “Quindi questo è un modo per tracciare i movimenti della popolazione“.

Hens ha anche notato che, sebbene l’Impero Romano abbia assimilato la popolazione greca sulla costa meridionale dell’Italia del III secolo aC, la popolazione locale mostrava ancora caratteristiche locali distinte durante l’espansione dell’impero romano centinaia di anni dopo.

La ‘romanizzazione’ dell’Italia non ha cambiato il rapporto genetico della popolazione conquistata – i romani hanno preso in carico il governo e l’economia, ma non hanno davvero assorbito la popolazione in modo biologico“, ha detto Hens.

Quindi, la gente ha probabilmente mantenuto le proprie identità locali, ha detto.

I risultati dettagliati dello studio sono stati pubblicati online il 1 giugno 2017 nel Journal of International Osteoarchaeology.

Boudicca

Boudicca o Boudica, Boadicea, Buduica, Bonduca, oltre a molte altre forme, è stata una Regina Celtica della tribù degli Iceni che vivevano nella moderna East Anglia, in Gran Bretagna, e che ha condotto una rivolta contro Roma nel 60/61 dC.

Il Re degli Iceni, Prasutagus, un alleato indipendente di Roma, aveva deciso che alla sua morte le sue terre sarebbero state divise tra le sue figlie e l’Imperatore Nerone di Roma. Quando Prasutagus morì, tuttavia, le sue terre furono prese interamente da Roma e gli Iceni perdettero il loro status di alleati.

Quando sua moglie, Boudicca, si oppose a questa azione, venne fustigata e le sue due figlie violentate.
Boudicca montò quindi una rivolta contro Roma che lasciò le antiche città romane di Camulodunum, Londinium e Verulamium in rovina e oltre 80.000 cittadini romani della Gran Bretagna sul campo morti.

Venne poi sconfitta nella Battaglia di Watling Street dal governatore romano Gaio Svetonio Paulino principalmente per via della scelta giudiziosa del campo di battaglia da parte di quest’ultimo che permise all’esercito romano di tagliare al nemico il percorso di fuga circondando i loro carri, animali e famiglie. Boudicca si dice che abbia commesso suicidio avvelenandosi dopo la sconfitta.

Le fonti primarie della storia della rivolta di Boudicca sono gli storici romani, Publio Cornelio Tacito (56-117 dC) e Cassio Dio (150-235 dC). Questi due storici offrono diverse versioni della storia in quanto Tacito sostiene che la rivolta è scaturita dal maltrattamento da parte dei romani degli Iceni avvenuto dopo la morte di Prasutagus mentre Dio scrive che la causa della rivolta fu una disputa su un prestito.

L’altra differenza significativa tra le versioni è che Dio non fa menzione della fustigazione di Boudicca o della violenza sulle sue figlie e afferma che è morta per le ferite sostenute in battaglia, non avvelenata. Il racconto di Tacito è generalmente accettato come più realistico perché suo suocero, Gneo Julio Agricola (40-93 dC) fu il governatore della Gran Bretagna e fu prevalentemente responsabile della conquista della regione, ed è servito come principale fonte di informazioni per Tacito. Non c’è dubbio della partecipazione di Agricola alla soppressione della rivolta di Boudicca, dato che servì come soldato semplice sotto Svetonio nel 61 dC.

Cause della ribellione di Boudicca
Tacito scrive: “Prasutagus, re degli Iceni, dopo una vita di lunga e ben conosciuta prosperità, aveva fatto l’Imperatore co-erede con le sue due figlie, e Prasutagus sperava che questa sottomissione avrebbe preservato il suo regno e la sua famiglia dall’attacco dei romani. [Dopo la sua morte] il regno e la famiglia furono spogliati come fossero bottino di guerra, il primo da parte degli ufficiali romani, la seconda da schiavi romani. Per cominciare, la sua vedova Boudicca fu fustigata e le loro figlie violentate, i capi Iceniani furono privati delle loro proprietà ereditarie come se i Romani avessero ricevuto tutto il paese in dono, i parenti del re furono trattati come schiavi, e gli umiliati Iceni temevano ancora peggio, ora che erano stati ridotti allo stato di provincia e si ribellarono“. (Testimone oculare di Roma antica, 197).

La storica Miranda Aldhouse-Green cita una precedente ribellione degli Iceni, nel 47 dC, che ebbe a motivo l’elevazione di Prasutagus a capo delle tribù. Questa ribellione non riuscì e non è chiaro quale ruolo abbia avuto in essa Prasutagus, ma sembra chiaro che i Romani videro Prasutagus come un leader che poteva mantenere la pace tra gli Iceni e Roma.

Aldhouse-Green mette in evidenza anche il significato della volontà di Prasutagus, che aveva diviso le sue terre tra le sue figlie e Roma omettendo Boudicca, come prova dell’ostilità della regina verso Roma.
Si ritiene che, lasciandola fuori dalle sue volontà, Prasutagus sperava che le figlie continuassero la sua politica di cooperazione. Dopo la sua morte, tuttavia, tutte le speranze degli Iceni di restare in pace con Roma andarono perse.

La guerra di Boudicca
Boudicca colpì per prima la città di Camulodunum (la moderna Colchester) dove massacrò gli abitanti e distrusse l’insediamento romano. Il governatore Svetonio era impegnato a sedare una rivolta sull’Isola di Mona e così i cittadini romani si appellarono al procuratore imperiale Cato Deciano. Egli inviò una forza di 200 uomini con armi leggere che si rivelarono inefficaci per difendere la città.

La Nona divisione romana, guidata da Rufo, marciava per andare in aiuto dell’insediamento, ma fu rovesciata e la fanteria decimata dalle forze britanniche. Tattico cita l’avidità e la rapacità degli uomini come Cato Deciano per la perversità dei britannici in rivolta.

Svetonio, ritornando da Mona, si avvicinava a Londinium (la Londra moderna) quando ricevette l’informazione che le forze di Boudicca superavano di gran lunga le sue, così lasciò la città al suo destino e cercò un terreno più vantaggioso per la battaglia. L’esercito di Boudicca saccheggiò Londinium e, come in precedenza, massacrò gli abitanti.

Svetonio aveva offerto al popolo della città un passaggio sicuro con il suo esercito e sembra che molti accettarono questa offerta. Tuttavia, scrive Tacito, “quelli che rimasero perché erano donne, o vecchi, o attaccati al luogo, furono massacrati dal nemico. Verulamium subì lo stesso destino“.

La battaglia di Watling Street
Mentre i Britannici stavano distruggendo Verulamium (la modern St. Albans), Svetonio “scelse una posizione in una gola con un bosco dietro di se’. Non potevano esserci nemici, lo sapeva, tranne che davanti a lui, dove c’era campagna aperta senza copertura per le imboscate” (Tacito).

I britanni arrivarono per combattere in “numeri senza precedenti. La loro fiducia era tale da portare con sé le mogli per vedere la vittoria, installandole in carri situati ai margini del campo di battaglia” (Tacito). Entrambi i leader si dice che abbiano incoraggiato e ispirato le loro truppe e poi Svetonio diede il segnale della battaglia e la fanteria avanzò gettando i giavellotti.

Il numero superiore degli uomini di Boudicca non dava alcun vantaggio nel campo stretto che Svetonio aveva scelto e, infatti, questo lavorò contro di lei, e la massa degli uomini stretti insieme fornivano bersagli facili per i romani.

I britanni indietreggiarono davanti all’assalto con i giavellotti e poi alle formazioni a cuneo che tagliavano i loro ranghi. Svetonio ordinò quindi la carica della sua fanteria ausiliaria e poi della sua cavalleria e i britanni si girarono per fuggire dal campo.

La carovana di approvvigionamento che avevano disposto nella parte posteriore dell’accamento impediva loro la fuga e la disfatta si trasformò in un massacro. Scrive Tacito, “i restanti britanni fuggirono con difficoltà dal momento che il loro anello di carri bloccava le vie d’uscita. I Romani non risparmiarono nemmeno le donne. Anche gli animali e i bagagli, trafitti dalle armi, si aggiunsero al mucchio dei morti“.

Boudicca e le sue figlie, apparentemente, riuscirono a scappare ma, subito dopo si avvelenarono per scampare alla cattura. Anche se il sito della battaglia è sconosciuto, ci si riferisce ad esso come alla battaglia di Watling Street che suggerisce una posizione precisa tra le località di King’s Cross a Londra a Church Stowe, Northamptonshire

Dopo la sconfitta di Boudicca, Svetonio istituì leggi più severe sulle popolazioni indigene della Gran Bretagna finché non fu sostituito da Publio Petronio Turpiliano che protesse ulteriormente il sud della regione per Roma attraverso misure più blande.

Altre piccole insurrezioni sorsero negli anni successivi alla rivolta di Boudicca, ma nessuna ottenne lo stesso sostegno diffuso e nemmeno lo stesso costo in vite umane. I Romani continuarono a governare la Britannia senza ulteriori significativi problemi sino al loro ritiro dalla regione nel 410 dC.

Anche se ha perso la sua battaglia e la sua causa, Boudicca è celebrata ancora oggi come un’eroina nazionale e simbolo universale del desiderio umano per la libertà e la giustizia.

Un dipinto di Cristo di 1.600 anni fa è stato scoperto nelle catacombe romane

Le antiche catacombe di Santa Domitilla si estendono per oltre 17 chilometri in un labirinto di gallerie sotto Roma e contengono numerose tombe, molte delle quali appartengono all’elite della città.
Ora, usando una tecnica chiamata pulizia laser, in cui i laser vengono utilizzati per rimuovere secoli di sporcizia, i ricercatori hanno scoperto elaborati affreschi in due sezioni delle catacombe: la camera da sepoltura utilizzata da un commerciante di grano (talvolta menzionato in letteratura accademica come panettiere ) e l'”introduzione“, che mostra “una presentazione dei morti a Cristo“, ha affermato Barbara Mazzei, archeologa della Pontificia Commissione per la Sacra Archeologia, l’organizzazione che ha svelato gli affreschi che sono visibili da fine maggio.
Le camere sono state scoperte circa 400 anni fa da un esploratore di nome Antonio Bosio.
Solo le famiglie più ricche potevano permettersi una camera di sepoltura“, ha detto la Mazzei a Live Science in una e-mail. Le catacombe risalgono a circa 1.600 anni fa e sono considerate tra i più antichi cimiteri cristiani. Le foto degli affreschi all’interno delle Catacombe di S. Domitilla
Il fiero commerciante di grano
Una volta che i laser hanno tolto delicatamente la fuliggine e le altre particelle che si erano depositate nel corso degli anni, si è rivelato nei dettagli un affresco di 1.600 anni che mostra un commerciante di grano. I ricercatori già sapevano di questo individuo e talvolta lo chiamavano “panettiere“, ma la pulizia laser del dipinto ha consentito di vedere dettagliatamente l’uomo, nonché gli affreschi nella tomba che mostravano immagini del commercio di grano a Roma. Il commerciante di grano (che è stato sepolto in questa particolare camera) è “vestito di una tunica riccamente decorata ed è in posa dietro un grande modius“, che è un contenitore utilizzato per misurare e distribuire il grano, ha detto la Mazzei.
Le pareti vicine all’immagine del commerciante di grano mostrano dettagli delle attività dell’Annona, un ufficio che gestiva l’acquisto e la distribuzione del grano a Roma. Il commerciante di grano era probabilmente un individuo di “alto rango e ai vertici dell’ufficio dell’Annona”, ha detto la Mazzei. Il commerciante sembra “molto orgoglioso del suo lavoro e del livello sociale che ha acquisito“, ha detto la Mazzei.
Anche una scena bucolica con un pastore e un altro individuo con il Cristo assiso su un trono tra due gruppi di apostoli è stata scoperta nelle catacombe. “Le altre scene sono tratte dal Vecchio e dal Nuovo Testamento“, ha detto la Mazzei. Viaggio nella Roma cristiana
Vicino all’affresco del commerciante di grano, in un’altra sezione delle catacombe romane, la pulizia ha rivelato i dettagli di un affresco che mostrava Cristo seduto su un trono, con il braccio destro sollevato davanti a due deceduti e ai loro santi protettori, presumibilmente “i Principi degli Apostoli, Pietro e Paolo, che aspettavano per essere ammessi nel Regno dei cieli“, ha detto la Mazzei. “Il soggetto è abbastanza raro nel repertorio dei dipinti della catacomba“.
La Mazzei ha detto anche che ci sono molti altri affreschi che devono essere ripuliti nella zona vicino alla tomba del commerciante di grano e in altre parti delle antiche catacombe sotto Roma.

Sapevate che sette Papi hanno finora abdicato?

Anche se non in molti lo sanno prima della decisione di papa Benedetto XVI erano stati sette i pontefici ad abdicare al loro mandato: Clemente I, Ponziano, Silverio (appartenenti agli albori della cristianità), Benedetto IX, Gregorio VI, Celestino V e infine Gregorio XII che fu vescovo di Roma dal 1406 al 1415. Quest’ultimo venne eletto durante lo Scisma.

Papa Clemente I, generalmente noto come Clemente da Roma, o Clemens Romanus,  fu il 4º vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica dal 92 al 97. La Chiesa cattolica e quelle ortodosse lo venerano come santo. Delle sue opere si conoscono uno scritto autentico, la Lettera alla Chiesa di Corinto, e molti altri di dubbia attribuzione. È considerato il primo papa della storia ad aver rinunciato al suo incarico, ma le fonti storiografiche sono dubbie ed imprecise. Si dice che fosse un discepolo di San Paolo e suo collaboratore e che fu nominato vescovo da San Pietro. 
La tradizione lo vuole figlio del Senatore Faustino e parente dell’Imperatore Domiziano. 
Nel 96 scoppiò un conflitto nella chiesa di Corinto: un gruppo di giovani ecclesiasti contestò a diversi presbiteri la direzione della comunità di quella città. Clemente con una lettera li richiamò alla necessità di obbedire alle autorità tradizionali della chiesa, esortandoli a fuggire i falsi dottori. La lettera fu accolta con grande rispetto e diventò oggetto di meditazione nella celebrazione della messa domenicale (la famosa Lettera ai Corinti).

Nel 97 l’imperatore Nerva esiliò papa Clemente nel Chersoneso. A Roma lo sostituì il pontefice Evaristo. Nel suo esilio tentarono di costringerlo a sacrificare agli dei e lui si rifiutò. Venne martirizzato nell’anno 100, gettato nel Mar Nero con un’ancora al collo.

Altre informazioni

Ponziano fu il 18º vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica, che lo venera come santo. Fu papa dal 21 luglio 230 al 28 settembre 235 nonché il secondo ad abdicare dopo Clemente I. 
La sua data di nascita è ignota. Secondo il Liber Pontificalis nacque a Roma e suo padre si chiamava Calpurnio.
Lo scisma di Ippolito continuò anche durante il suo episcopato, ma, verso la fine del suo regno, ci fu una riconciliazione tra la parte scismatica ed il vescovo di Roma.
Dopo anni di tranquillità per la comunità cristiana, nel 235, durante il regno di Massimino Trace, iniziò una persecuzione diretta principalmente contro i capi della Chiesa. Una delle sue prime vittime fu Ponziano che fu deportato insieme ad Ippolito in Sardegna ai lavori forzati. Per rendere possibile l’elezione di un nuovo papa, Ponziano si dimise il 28 settembre del 235.
Secondo un vecchio documento ormai perduto, usato dall’autore del Liber Pontificalis, il papa morì a causa delle privazioni e del trattamento disumano che dovette subire, circa un mese dopo l’abdicazione.
Silverio fu il 58º vescovo di Roma e papa della Chiesa cattolica, che lo venera come santo. Fu papa dal 536 all’11 marzo 537, quando fu deposto. Alcuni storici posticipano la fine del suo pontificato all’11 novembre dello stesso anno, quando fu indotto ad abdicare ufficialmente in favore di Vigilio. È stato il terzo papa a rinunciare all’ufficio di romano pontefice nella storia, dopo Clemente I e Ponziano.
Silverio entrò al servizio della Chiesa quale suddiacono di Roma quando Papa Agapito I morì a Costantinopoli, il 22 aprile 536. L’imperatrice Teodora, che parteggiava per i monofisiti, nell’elezione papale, cercò di favorire il diacono romano Vigilio, che aveva fornito adeguate garanzie sulla questione monofisita. Tuttavia, Teodato, re degli Ostrogoti, che desiderava impedire l’elezione di un papa legato a Costantinopoli, la precedette e grazie alla sua influenza fece eleggere il suddiacono Silverio.
Il pontificato di questo papa si svolse in un periodo di disordini ed egli stesso cadde vittima degli intrighi della Corte bizantina.
In seguito alla guerra tra Ostrogoti e Bizantini che alla fine occuparono Roma, tramite una lettera contraffatta il papa venne accusato di essersi accordato con il re Ostrogoto che stava assediando Roma. Si affermava che Silverio avesse offerto al re di lasciare segretamente aperta una delle porte della città in modo da consentire l’ingresso dei goti. L’11 marzo 537, quindi, Silverio fu arrestato, spogliato del suo abito episcopale, vestito come un monaco e tradotto in Oriente presso il luogo destinato al suo esilio. Un suddiacono annunciò al popolo che Silverio non era più Papa. Vigilio fu consacrato vescovo di Roma al suo posto.
In seguito al suo esilio l’Imperatore Giustiniano scoprì che Silverio era innocente e gli concesse di ritornare a Roma ordinando una nuova inchiesta che facesse luce sui fatti. Tuttavia Viglio, probabilmente con l’aiuto dell’Imperatrice Teodora, fece portate Silverio sull’isola di Palmarola e lì il vecchio pontefice fu costretto ad abdicare firmando un documento nel quale rinunciava per sempre al ministero di vescovo di Roma in favore di Vigilio. Fu su quest’isola che il Papa morì a causa delle privazioni e del trattamento subito. Pare che il giorno della sua morte fu il 2 dicembre dello stesso anno.
Altre informazioni.

Benedetto IX, nato Teofilatto III dei Conti di Tuscolo, fu il 145º papa della Chiesa cattolica dal 1033 al 1045, poi una seconda volta nel 1045 (147º) ed una terza nel biennio 1047-1048 (150º). È famoso per aver venduto la dignità pontificia al suo padrino e per averla rivoluta indietro due volte nonché per aver abdicato, risultando quindi il quarto papa ad abdicare dopo Clemente I, Ponziano e Silverio.
Era figlio di Alberico III dei Conti di Tuscolo, e nipote dei papi Benedetto VIII e Giovanni XIX. Alberico III era figlio di Gregorio I dei Conti di Tuscolo, a sua volta figlio di Alberico II di Spoleto. Sua madre era una delle sorelle di Giovanni XV; Giovanni XII era zio di suo padre Alberico III, mentre Giovanni XI e Giovanni XIII erano rispettivamente zio e cugino del suo prozio Giovanni XII; Sergio III, padre di Giovanni XI, era suo pro-prozio; Benedetto VII aveva per zio suo bisnonno Alberico II ed era, quindi, cugino di secondo grado di suo padre Alberico III e dei suoi zii Benedetto VIII e Giovanni XIX: perciò Benedetto VII era suo cugino di terzo grado; dato che si sospetta che Adriano III fosse in realtà Agapito, fratello di suo pro-prozio Sergio III, e che Adriano I fosse un antico avo dei Conti di Tuscolo, si può dire che un lungo retaggio papale abbia preceduto e portato alla nascita di Teofilatto III. Inoltre, il figlio di suo fratello Guido, quindi suo nipote, era Giovanni II “Mincio” Conte di Tuscolo, futuro Benedetto X (1058-1059).
Fu proprio Alberico III, suo padre, a ottenere per lui l’elezione al soglio pontificio il 21 ottobre 1032, e lo fece consacrare il 1º gennaio.
Fu uno dei papi più giovani e si narra che visse una vita dissoluta anche se fu un politico molto abile. 
Venne per breve tempo scacciato da Roma nel 1036 ed ebbe bisogno dell’appoggio di Corrado II “il Salico” per farvi ritorno. Il 1º settembre 1044, forse in seguito alla morte di suo padre Alberico, venne scacciato di nuovo. Per volere dei Crescenzi e con l’unanime consenso dei cittadini di Roma, dopo cruente lotte civili durate quattro mesi, fu sostituito il 13 gennaio seguente da Giovanni Crescenzi-Ottaviani, consacrato una settimana dopo con il nome pontificale di Silvestro III (talvolta considerato un antipapa). Le forze di Benedetto ripresero il potere il 9 marzo 1045 ed espulsero subito il suo rivale. Il giorno dopo fu pienamente reinsediato e condannò il suo successore come antipapa e usurpatore.
Benedetto abdicò il 1º maggio, forse per il desiderio di sposarsi, vendendo il suo ufficio al prete Giovanni “Graziano” de’ Graziani, suo padrino.
Benedetto si pentì presto della vendita, forse perché non gli fu più concessa la mano della fanciulla; infatti fece ritorno per cercare di deporre Gregorio. Benedetto riprese Roma e rimase sul trono fino al luglio 1046.
Enrico III intervenne nella questione e al Concilio di Sutri, il 20 dicembre 1046, Silvestro, da Enrico mai riconosciuto come Papa, fu privato del suo ufficio episcopale, mentre Gregorio venne incoraggiato a dimettersi (pur essendo stimato da tutti, si ritenne che l’aver comprato da Benedetto la carica avesse reso macchiata e indegna, seppur legittima, la sua elezione); Benedetto non era presente in quell’occasione.
Il 24 dicembre, non essendosi mai presentato, fu dichiarato già decaduto al tempo in cui aveva venduto l’ufficio a Graziano. Il vescovo tedesco Suidgero venne incoronato come papa Clemente II. Benedetto non accettò d’essere deposto. Quando Clemente morì, il 9 ottobre 1047 (si dice avvelenato proprio da lui), mentre da più parti, ad esempio il vescovo Wazone di Liegi, si chiedeva di reinsediare Gregorio VI e altri volevano come Papa il vescovo Alinardo di Lione, Benedetto si mise in viaggio per Roma. Occupò il palazzo del Laterano nel novembre 1047, finché venne scacciato il 16 luglio 1048 ad opera dell’ex-alleato Bonifacio Conte di Toscana, costretto a sua volta, controvoglia, da Enrico III.
Frattanto Gregorio VI era morto e Silvestro III s’era ritirato in un esilio dorato in Sabina: non v’erano altri pretendenti al trono pontificio, e Poppone di Bressanone (già eletto da Enrico III il 25 dicembre dell’anno prima), con il nome di Damaso II, il 17 luglio poté succedere a Clemente. Benedetto rifiutò di rispondere alle accuse di simonia e venne scomunicato.
Dopo tutti questi sconvolgimenti il destino di Benedetto IX diviene oscuro. Alcune fonti dicono che Benedetto morì dopo una breve fase contemplativa e di penitenza, altre dicono che continuò a cercare appoggio per un suo ritorno scagliandosi con minacce e anatemi sia contro Damaso sia contro Leone, finché non morì all’improvviso sotto Papa Vittore II.
Altre informazioni.

Gregorio VI, nato Giovanni dei Graziani, detto Graziano, fu il 148º papa della Chiesa cattolica, dal 5 maggio 1045 al 20 dicembre 1046.
Gregorio VI succedette a papa Benedetto IX, suo figlioccio (che gli vendette il papato, si dice, per la cifra di 650 kg d’oro) il 1º maggio 1045; il 5 fu consacrato. È stato il quinto papa ad aver rinunciato al ministero petrino, dopo Clemente I, Ponziano, Silverio e Benedetto IX.
Dopo la partenza di Benedetto IX nel settembre 1044 e una serie di sanguinose lotte durate quattro mesi, il 13 gennaio il giovane Papa fu dichiarato deposto dal popolo, istigato dai Crescenzi e da Gerardo di Galeria, e il vescovo di Sabina, Giovanni Crescenzi-Ottaviani, fu proclamato papa (sempre dal popolo per volere dei Crescenzi e di Gerardo); fu ufficialmente eletto e consacrato il 20 gennaio con il nome di Silvestro III. Nell’aprile 1045 Benedetto IX tornò a Roma e rinnovò le sue pretese al papato, sostenendo che, non essendo mai stato deposto da un sinodo di vescovi regolarmente convocato, formalmente era ancora il pontefice regnante, mentre Silvestro era un usurpatore. Benedetto si riprese il papato, cacciandone con la forza Silvestro, ma poi lo vendette al suo padrino Graziano con una formula ufficiale di abdicazione e designando lui come suo successore, senza tenere in conto Silvestro, ritenuto un intruso. La folla, per acclamazione, impose a Graziano di chiamarsi Gregorio, come il severo riformatore tedesco Gregorio V che aveva regnato fino a quarantasei anni prima.
Graziano aveva fama di uomo pio e la sua elezione venne accolta con favore.
Tuttavia la presenza di altri due pretendenti e il modo con cui Graziano era giunto al Soglio Pontificio erano inaccettabili per Enrico III, che volle essere incoronato imperatore in Roma e che desiderava porre mano ad una severa riforma della Chiesa. Quando questi scese in Italia, fu ricevuto con onore da Gregorio VI a Piacenza. Si decise di convocare un sinodo a Sutri, circa 40 km a nord di Roma, lontano dalla violenza delle fazioni urbane. Dinanzi all’assemblea, Gregorio confessò che aveva, “in buona fede e semplicità”, comprato il papato da Benedetto IX il 1º maggio 1045.
Il concilio convocò i tre pretendenti al papato ed intervennero Silvestro III e Gregorio VI. Le rivendicazioni di tutti e tre i pretendenti furono rapidamente rifiutate. Silvestro fu privato della dignità sacerdotale e fu esiliato in un monastero, ma la sua pena fu commutata in una sorta di esilio dorato nella Sabina, poiché tornò ad essere vescovo di quella diocesi. Gregorio abdicò con le parole «Io, Gregorio, vescovo, servo dei servi di Dio, sentenzio che debbo essere deposto dal pontificato di Santa Romana Chiesa, per l’enorme errore che, attraverso l’impurità simoniaca, ha condizionato e viziato la mia elezione», ed il concilio terminò il 23 dicembre.
Giovanni Graziano, non più Gregorio VI, fu inviato in Germania ed affidato alla custodia del vescovo di Colonia Ermanno, e morì nell’anno seguente (1047). 
Altre informazioni.

Celestino V, nato Pietro Angelerio (o secondo alcuni Angeleri) e detto Pietro del Morrone fu il 192º Papa della Chiesa cattolica dal 29 agosto al 13 dicembre 1294.
Venne eletto il 5 luglio 1294, fu incoronato ad Aquila (oggi L’Aquila) il 29 agosto nella Basilica di Santa Maria di Collemaggio, dove è sepolto. Celestino V fu il primo Papa che volle esercitare il proprio ministero al di fuori dei confini dello Stato Pontificio e il sesto, dopo San Clemente I, Ponziano, Silverio, Benedetto IX e Gregorio VI ad abdicare.
Nacque in una famiglia contadina e da giovane, per un breve periodo, soggiornò presso il monastero benedettino di Santa Maria in Faifoli. Mostrò una straordinaria predisposizione all’ascetismo e alla solitudine, ritirandosi nel 1239 in una caverna isolata sul Monte Morrone, sopra Sulmona, da cui il suo nome.
Qualche anno dopo si trasferì a Roma, ove studiò fino a prendere i voti sacerdotali. Lasciata Roma, nel 1241 ritornò sul monte Morrone , in un’altra grotta, presso la piccola chiesa di Santa Maria di Segezzano. Cinque anni dopo abbandonò anche questa grotta per rifugiarsi in un luogo ancora più inaccessibile sui monti della Maiella, negli Abruzzi, dove visse nella maniera più semplice che gli fosse possibile.
Ormai sessantenne si recò a piedi, in pieno inverno, a Lione dove si stava svolgendo il Concilio Lionese II per sostenere la causa della sua Congregazione che rischiava di essere soppressa.
Nel 1293, ormai ottantenne, comunica la sua irrevocabile decisione di ritornare sul monte Morrone dove fece scavare l’eremo di Sant Onofrio. 
Durante le numerose sedute del Sacro collegio sopravvenne un’epidemia di peste che indusse allo scioglimento del Conclave. Nel corso dell’epidemia il cardinal francese Cholet fu colpito dal morbo e morì, per cui il Collegio cardinalizio si ridusse ad 11 componenti.
Pietro del Morrone sarebbe rimasto un umile eremita sconosciuto se il 5 luglio 1294 gli 11 cardinali superstiti che si contendevano il soglio pontificio da 27 mesi, sfiniti dalle contese, dalle discussioni e dagli intrighi non lo avessero elevato al soglio pontificio.
L’elezione unanime da parte del Sacro Collegio di un semplice monaco eremita, completamente privo di esperienza di governo e totalmente estraneo alle problematiche della Santa Sede, può forse essere spiegato dal proposito attendista di tacitare l’opinione pubblica e le monarchie più potenti d’Europa, vista l’impossibilità di eleggere un porporato su cui tutti fossero d’accordo.
Pietro da Morrone dimostrò una notevole ingenuità nella gestione amministrativa della Chiesa, ingenuità che, unitamente ad una considerevole ignoranza (nei concistori si parlava in volgare, non conoscendo egli a sufficienza la lingua latina) fece precipitare l’amministrazione in uno stato di gran confusione, giungendo persino ad assegnare il medesimo beneficio a più di un richiedente.
Circa quattro mesi dopo la sua incoronazione, nonostante i numerosi tentativi per dissuaderlo avanzati da Carlo d’Angiò, il 13 dicembre 1294 Celestino V, nel corso di un concistoro, diede lettura della rinuncia all’ufficio di romano pontefice, il cui testo originale andato perduto ci è giunto attraverso l’analoga bolla di Bonifacio VIII.
Undici giorni dopo le sue dimissioni, il Conclave, riunito a Napoli in Castel Nuovo, elesse il nuovo papa nella persona del cardinal Benedetto Caetani, laziale di Anagni. Aveva 64 anni circa ed assunse il nome di Bonifacio VIII.
Celestino V, raggiunto dai soldati fu rinchiuso nella rocca di Fumone, in Ciociaria, castello nei territori dei Caetani e di diretta proprietà del nuovo Papa; qui il vecchio Pietro morì il 19 maggio 1296, fortemente debilitato dalla deportazione e dalla successiva prigionia.
Bonifacio portò il lutto per la morte del predecessore, caso unico tra i papi, celebrò una messa pubblica in suffragio per la sua anima e diede inizio, poco dopo, al processo di canonizzazione.
Dante Alighieri avrebbe contestato a Celestino V di aver provocato, abbandonando il pontificato, l’ascesa al soglio di Bonifacio VIII, del quale egli, in quanto guelfo bianco, disapprovava profondamente le ingerenze in campo politico. Secondo questa ipotesi, infatti, sarebbe proprio Celestino V il personaggio nel III Canto dell’Inferno di cui si dice che:

« Poscia ch’io v’ebbi alcun riconosciuto,

vidi e conobbi l’ombra di colui

che fece per viltade il gran rifiuto. »

(Dante Alighieri, Divina Commedia: Inf. III, 58/60)

Occorre però precisare che Dante applica il concetto di viltà a personaggi tanto diversi da Celestino (ad es. Esaù e Ponzio Pilato) e i versi sono soggetti a diverse interpretazioni.

Altre informazioni.

Gregorio XII, nato Angelo Correr, fu il 205º papa della Chiesa cattolica dal 1406 al 1415. È stato uno dei pochissimi pontefici ad aver rinunciato al ministero petrino, il settimo dopo Clemente I, Ponziano, Silverio, Benedetto IX, Gregorio VI e Celestino V. Proveniente dalla nobile famiglia veneziana dei Correr, era figlio di Niccolò di Pietro e di Polissena. Era zio del cardinale Antonio Correr, C.R.S.G.A. e del cardinale Gabriele Condulmer, il futuro papa Eugenio IV.
Successe a Innocenzo VII il 30 novembre 1406, essendo stato scelto a Roma da un conclave composto da soli quindici cardinali, con l’esplicita condizione che, se Benedetto XIII, il papa rivale di Avignone, avesse rinunciato a tutte le pretese al papato, anch’egli avrebbe rinunciato alle sue, di modo che potesse essere svolta una nuova elezione e si potesse porre fine allo Scisma d’Occidente.
I due pontefici aprirono dei negoziati prudenti, per incontrarsi su suolo neutrale a Savona, ma presto la loro determinazione cominciò a tentennare. La famiglia Correr, parenti di Gregorio XII, e Ladislao di Napoli, sostenitore di Gregorio, e del suo predecessore, per ragioni politiche, usarono tutta la loro influenza per impedire l’incontro, ed oltretutto il timore di ciascun Papa di essere catturato dal partito del rivale facilitò le cose.
I cardinali di Gregorio XII mostrarono la loro insoddisfazione sul suo modo di procedere e diedero segno della loro intenzione di abbandonarlo. Il 4 maggio 1408, Gregorio XII riunì i suoi cardinali a Lucca, ordinandogli di non lasciare la città per alcun motivo, ed incrementò il suo seguito nominando quattro nuovi cardinali, di cui due suoi nipoti (Antonio Correr e Gabriele Condulmer, il futuro Eugenio IV) e due molto vicini a lui (Jacopo del Torso e Giovanni Dominici); tutto questo nonostante la promessa fatta al conclave che non ne avrebbe creati di nuovi. Sette di questi cardinali lasciarono Lucca in segreto e negoziarono con i cardinali di Benedetto, riguardo alla convocazione di un concilio generale, nel corso del quale i due Papi sarebbero stati deposti e uno nuovo eletto. Di conseguenza convocarono il Concilio di Pisa ed invitarono entrambi i pontefici ad esservi presenti. Né Gregorio XII, né Benedetto XIII si fecero vedere. Gregorio restò presso il suo leale e potente protettore, principe Carlo I Malatesta, che si recò a Pisa di persona, durante lo svolgimento del concilio, allo scopo di appoggiarlo presso i due gruppi di cardinali. Nel corso della quindicesima sessione, il 5 giugno 1409, il Concilio di Pisa depose i due pontefici come scismatici, eretici, spergiuri e scandalosi; più tardi verso la fine del mese elesse Alessandro V come nuovo papa.
Gregorio XII, che nel frattempo aveva ordinato altri dieci cardinali, tra cui anche il nipote Angelo Barbarigo (concistoro del 19 settembre 1408), aveva convocato un concilio rivale a Cividale del Friuli, nei pressi di Aquileia; sebbene pochi vescovi vi partecipassero, i cardinali di Gregorio dichiararono Benedetto XIII e Alessandro V scismatici, spergiuri e devastatori della Chiesa.
La situazione venne infine risolta con il Concilio di Costanza. Gregorio nominò Carlo I Malatesta e il cardinale Giovanni Dominici di Ragusa come suoi delegati. Il cardinale convocò il concilio e autorizzò i suoi atti di successione, preservando così le formule del primato papale. Quindi Malatesta, agendo in nome di Gregorio XII, pronunciò il 4 luglio 1415 la rinuncia all’ufficio di romano pontefice di Gregorio, che i cardinali accettarono, ma in base a precedenti accordi, accettarono anche di mantenere tutti i cardinali che questi aveva creato, dando così soddisfazione alla famiglia dei Correr, e nominando Gregorio vescovo di Frascati e legato pontificio ad Ancona. Il concilio mise inoltre da parte anche l’antipapa Giovanni XXIII (1415) succeduto ad Alessandro V e lo Scisma d’Occidente giunse a conclusione.
Gregorio spese il resto della sua vita, due anni, in una tranquilla oscurità ad Ancona. È sepolto nella cattedrale di Recanati; dopo di lui tutti i papi sono stati sepolti a Roma.

I gladiatori

Descrizione
Il gladiatore prende il nome da una spada, il gladio appunto, usato dai soldati romani in guerra e da alcune categorie di gladiatori nell’arena.
Sembra che i combattimenti tra gladiatori siano stati copiati dai Romani agli Etruschi che abitavano le terre che vanno dal Fiume Magra al Tevere, comprendendo Toscana e parte dell’Umbria attuali. In alcune tombe Etrusche, infatti, si ritrovano rappresentazioni di combattimenti simili a quelli che avvenivano tra i gladiatori romani.
Anche la parola “lanista”, che era il proprietario della palestra dove i gladiatori imparavano a combattere, deriverebbe dall’etrusco.
All’inizio della loro storia i gladiatori erano soprattutto schiavi chiamati in combattimenti che erano parte del rituale funebre di personaggi facoltosi o potenti.
Poi, con l’aumentare dell’importanza di questo tipo di manifestazione, furono introdotti nell’arena i criminali e poi successivamente, una volta affermatasi come disciplina sportiva nobile, con regole ben precise e un notevole seguito di pubblico, anche gli uomini liberi cominciarono a praticarla.
Questa disciplina ebbe molto successo soprattutto in epoca imperiale al punto che si costruirono imponenti arene come l’Anfiteatro Flavio (il Colosseo) proprio per dare spazio a queste manifestazioni.
Solo nel IV secolo l’Imperatore Costantino, una volta divenuto cristiano, abolì gli spettacoli gladiatorii nell’impero. Gli spettacoli continuarono comunque nelle zone più lontane dal potere centrale, come ad esempio a Roma dove gli ultimi combattimenti furono tenuti nei primi anni del Medioevo.
I gladiatori potevano essere schiavi o uomini liberi, uomini o donne (anche se queste ultime erano abbastanza rare), e potevano appartenere a una qualsiasi delle etnie presenti nell’Impero ed in genere combattevano volontariamente nell’arena.
Sembra strano leggendo queste cose che un personaggio come Spartaco si ribellasse ed acquisisse un seguito tale da diventare pericoloso per la sicurezza di Roma stessa, ma all’epoca nella quale accaddero questi fatti i gladiatori erano ancora schiavi maltrattati e mandati a morire nell’arena per la gioia dei ricchi romani.
Esistevano diverse categorie di gladiatori che venivano opposti in modo tale da equilibrare le forze e le capacità di ogni coppia così che lo spettacolo per la folla fosse più eccitante. Venivano inoltre fatte delle ricostruzioni di battaglie famose, ed organizzati spettacoli con animali, il tutto per divertire il pubblico.
Curiosità
Uno degli errori classici presente nei film sui gladiatori è quello che i combattenti prima di iniziare a combattere pronunciassero la famosa frase “ Ave Caesar, morituri te salutant.”, (“Ave Cesare, coloro che si apprestano a morire ti salutano.”) che non ha fondamento storico.
Un’altro è quello del pollice verso che decretava la morte del perdente e il pollice rivolto verso l’alto per concedere la grazia. In realtà il pugno chiuso significava la fine della lotta mentre il pollice posto in senso orizzontale sulla gola a simulare il taglio di un coltello (iugula) decretava la morte. Sembra invece che il pollice rivolto verso l’alto fosse un gesto di apprezzamento rivolto alle belle ragazze romane, equivalente al nostro fischiare ad una bella donna per dimostrare apprezzamento per il suo fascino.

I gladiatori ed i giochi gladiatorii dell’antica Roma, nel tempo hanno colpito la fantasia della gente al punto che  sono stati girati numerosi film in costume su di loro, dal film “Gladiatori” di Delmer Daves del 1954 con Victor Mature, fino ad arrivare ai più recenti “Il gladiatore” di Ridley Scott del 2000 con Russell Crowe e l’ancora più recente serie di telefilm “Spartacus” iniziata nel 2010.
Peccato però che molti di questi film abbiamo inventato e perpetuato errori madornali sui gladiatori e i giochi cui partecipavano. L’esempio più clamoroso il pollice verso o il pollice su per decretare morte o sopravvivenza dei combattenti. Altro errore clamoroso è il fatto che ogni volta il perdente venisse messo a morte. I gladiatori erano un po’ come gli attuali calciatori, erano “merce” preziosa. Costituzione fisica particolarmente robusta, lunghi anni di addestramento, particolari abilità personali ne facevano dei veri e propri atleti con tanto di fans e amati dal pubblico, al punto che alcuni di loro, in questo caso schiavi, riacquistavano la libertà a suon di vittorie nell’arena.
Con questo non voglio dire che i giochi gladiatorii non fossero violenti e che talvolta qualcuno morisse, ma non così frequentemente come si vorrebbe farci credere.
Di seguito elenco gli errori trovati nel film “Il gladitore” raccolti da spettatori attenti e pubblicati da sito Magnaromagna.
Prima dell’assalto contro i germanici Massimo dice “Scatenate l’inferno”. Peccato che il concetto di “inferno” non esistesse ancora nella religione della Roma pre-cristiana.
Nel film il gladiatore viene chiamato spesso “Ispanico”, in quanto proveniente dalla Spagna, ma in realta dovrebbe essere chiamato Iberico in quanto all’epoca la Spagna non esisteva ancora.
Quando Marco Aurelio e’ nella tenda con Massimo, si vedono dei volumi di libri. Allora i libri non esistevano, si usavano le pergamene!
Per pubblicizzare gli spettacoli gladiatori nella provincia arabica dove R. Crowe è imprigionato vengono diffusi dei volantini con una scritta “Gladiatores violentia” seguita da dei disegnini di soldati che si combattono, ma l’uso di disegnare su papiro o pergamena (in tante copie, poi…) è anacronistico. Infatti il papiro e la pergamena (ovviamente la carta non esisteva) erano merce piuttosto pregiata, e di certo non venivano sprecati per pubblicizzare un gioco di gladiatori specialmente in una povera provincia nordafricana
Il termine “Colosseo” non va bene: nasce solo nel medioevo per indicare un edificio nei pressi al colosso dedicato a Nerone. Il termine giusto (per la versione italiana) sarebbe stato “Anfiteatro Flavio” o, piu’ semplicemente,”Anfiteatro Massimo”
A quel tempo le meravigliose spade luccicanti che vengono sfoggiate erano nere o comunque scure visto che l’acciaio non era proprio in uso corrente..
In ben due scene di battaglie compare la balestra, oggetto che fece la sua comparsa nel medio evo!
I gladiatori nel circo massimo combattevano contro i leoni, non contro le tigri!
Quando R. Crowe torna a casa, nei campi di grano circostanti si vedono benissimo le tracce dei trattori lasciate per i trattamenti alle colture…
Dopo che lui è stato fatto prigioniero da Proximo, cerca di cancellare il famoso tatuaggio… grattandosi a fondo con una pietra, ma nelle scene successive la spalla non ha traccia di cicatrici….
In una scena si vede che qualcuno libera un piccolo serpente. Ebbene, si tratta di un serpente-corallo, velenoso, che vive solo in America Centrale! Che cosa ci faceva a Roma nel 180 d.C. I romani avevano forse scoperto l’america?
Il Gladiatore: PERLE VARIE
In una scena nella quale il pubblico è in delirio per un combattimento si può notare un signore con barba e capelli bianchi, esibirsi per un attimo nel classico gesto dell’ombrello !
In una scena (mi sembra all’interno del Colosseo) un gruppo di arcieri tiene sotto mira, con gli archi tesi, Oliver Reed. Come potrà confermare chiunque pratichi il tiro con l’arco, è impossibile mantenere in trazione un arco per più di 10/15 secondi. E gli archi di allora erano molto duri da tendere…
Nell’ultima scena, quella dell’alba, dietro al Colosseo si nota il lago della Domus Aurea, e questo e’ impossibile in quanto il bacino fu prosciugato e riempito dicalcestruzzo proprio per ricavare il basamento su cui fu edificato il Colosseo.
La traduzione “Generale” (il grado con cui viene nominato Massimo) è sbagliata. E Commodo non è certo morto nel Colosseo, ma in una congiura.
La frase che Massimo ad un certo punto dice di aver rivolto al figlioletto morto, nell’al di là , in cui gli ricorda di tenere giù i talloni quando cavalca, è inverosimile, perché all’epoca non esistevano le staffe, che giustificano la regola dei “talloni giù”. Anche la battaglia iniziale vede risolutivo l’uso della cavalleria, peccato che, essendo privi di staffe, i cavalieri non potevano essere impiegati per un combattimento in una foresta
Che venissero utilizzati proiettili incendiari è sicuro, ma di certo essi non erano costruiti in metallo, non esplodevano al contatto col suolo come una batteria di missili moderna..
La battaglia tra i romani e i germanici si svolge tra la neve. Ma, notoriamente, i romani interrompevano tutte le guerre durante i mesi invernali.
Nella battaglia iniziale R. Crowe pianta la spada nell’albero; Nella scena in cui va a staccarla, la stessa è piantata nel lato opposto..
Quando Massimo giunge nel viale della sua casa in Spagna, ci sono alcune piante in vaso, con i fiori color viola, gli stessi che lui poi depone sulle tombe dei suoi cari. Beh, quella pianta era la bougainvillea, originaria dell’America Latina e importata in Europa dopo la colonizzazione da parte degli Spagnoli e Portoghesi (errore corretto nella versione DVD e VHS)
Durante una scena, l’imperatore Commodo conversa nel suo palazzo con altri personaggi e, attraverso una loggia, si vede un bel cupolone! Peccato non esistesse ancora…

Che cosa era il Vomitorium?


Anche se potrebbe sembrare una trovata della cultura pop, il Vomitorium si pensa fosse una stanza in cui gli antichi romani andavano a vomitare durante i loro lauti banchetti in modo da poter tornare al tavolo e continuare la festa ancora per un po’. Era un esempio lampante di ingordigia e di disprezzo, ed è un’idea che si fa strada anche nei testi moderni. Suzanne Collins, autrice della serie “The Hunger Games”, per esempio, allude al Vomitorium quando i ricchi abitanti del Campidoglio – tutti con nomi latini come Flavia e Ottavia – ingoiano una bevanda che li fa vomitare alle feste in modo da poter ingoiare più calorie di quelle che i cittadini dei distretti circostanti vedrebbero in mesi.

Ma la vera storia dietro al Vomitorium è molto meno disgustosa. In realtà gli antichi romani amavano cibi e bevande. Neanche i più ricchi di essi avevano camere speciali per lo spurgo. Per i Romani i Vomitorium erano le entrate e le uscite degli stadi o dei teatri, così soprannominati da uno scrittore del V secolo a causa del modo in cui vomitavano le folle nelle strade.

E’ solo una specie di tropo (equivoco, spostamento di significato)“, che gli antichi romani fossero tanto ricchi da permettersi rituali di abbuffate e di spurgo, ha detto Sarah Bond, assistente professore presso la University of Iowa.



Vomit. Vomitus. Vomitorium.

Lo scrittore romano Macrobio si riferisce per primo al Vomitorium nel suo “Saturnalia”. L’aggettivo vomitus esisteva già in latino, ha detto la Bond a Live Science. Macrobio ha aggiunto “ORIUM” al fine di trasformarlo in un luogo, un gioco di parole comune nel latino antico. Si riferiva alle nicchie degli anfiteatri e al modo in cui la gente sembrava esplodere fuori da esse per riempire posti vuoti.

Ad un certo punto nel tardo 19° e 20° secolo, la gente si fece un’idea sbagliata dei Vomitorium. Sembra probabile che si sia trattato di un singolo errore linguistico: “vomitorium” suona come un luogo dove le persone andrebbero a vomitare, e c’era quel preesistente tropo sui Romani golosi.

Poeti e scrittori di formazione classica, in quel momento sarebbero stati esposti ad alcune fonti che dipingevano gli antichi Romani come il genere di persone che si metterebbero a vomitare solo per mangiare di più. Una fonte era Seneca, il filosofo stoico che visse dal 4 aC e il 65 dC, che ha dato l’impressione che i Romani fossero un gruppo emetico. In un passaggio, ha scritto che gli schiavi ripulivano il vomito degli ubriachi ai banchetti, e nella sua Lettera a Helvia, riassunse l’idea del Vomitorium succintamente ma metaforicamente, riferendosi a quello che aveva visto riguardo gli eccessi di Roma: “Hanno vomitato in modo da poter mangiare e mangiato in modo da poter vomitare“.

Le feste romane

Un altro classico era l’opera satirica del primo secolo chiamato “Satyricon”, in cui un odioso uomo ricco di nome Trimalcione organizza feste in cui serve piatti quali ghiri marinati nel miele e semi di papavero, un coniglio con delle ali attaccate in modo da sembrare Pegaso, e un enorme cinghiale circondato da maialini da latte, che gli ospiti potevano portare via come regali. (F. Scott Fitzgerald fu così ispirato da questa opera che aveva originariamente intitolato “Il grande Gatsby” “Trimalchio in West Egg”).

Lo scrittore Aldous Huxley fu ugualmente ispirato, e nel suo romanzo “Antic Hay” del 1923 descrisse i Vomitorium come luoghi nei quali letteralmente si vomitava.

Penso che l’idea abbia preso piede, probabilmente perché, per prima cosa, la parola è molto vicina a quella che già usiamo in termini di parola vomito, quindi era facilmente accessibile linguisticamente e poi, seconda cosa, è  in sintonia con una certa percezione culturale” diffusa soprattutto attraverso opere come il “Satyricon”, ha detto la Bond.

Per quanto riguarda il “Satyricon”, era una satira probabilmente esagerata. Seneca ha avuto anche  “la mano pesante riguardo il lusso”, ha detto la Bond. Romani ricchi e poveri avevano  diete a base di cereali molto simili, ha detto Kristina Killgrove, antropologa presso la University of West Florida, che ha studiato le diete degli antichi Romani attraverso i marcatori molecolari che hanno lasciato nei loro denti. I ricchi mangiavano più grano; i poveri più miglio. I Romani ricchi avevano anche modo di mangiare più carne dei poveri.

I super-ricchi amavano anche le belle feste, però, dice la Killgrove. La cucina raffinata romana era un affare della comunità e avrebbe incluso intrattenimenti come ballerini e flautisti. A differenza degli antichi greci, i romani includevano le donne delle classi superiori, di modo che le manifestazioni erano affollate. Ricette storiche mostrano che i Romani avevano un debole per le presentazioni fantasiose del cibo, in particolare carni farcite all’interno di altre carni.

Alla classe superiore romana sarebbero piaciuti i nuovi hamburger con formaggio e tacchino (Turducken)“, ha detto la Killgrove a Live Science.

Ma probabilmente non avrebbero disdegnato neanche il tacchino ripieno di anatra ripiena di pollo.

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Dei proiettili per fionda sibilanti erano l’arma segreta delle truppe romane

Circa 1.800 anni fa, le truppe romane usavano proiettili “fischianti” per le loro fionde come “arma terrorizzante” contro i loro nemici barbari, questo secondo gli archeologi che hanno trovato questi particolari proiettili di piombo fuso in un sito in Scozia.
Del peso di circa 1 oncia (30 grammi), ciascuno dei proiettili era stato forato con un buco di 0,2 pollici (5 millimetri) che i ricercatori pensano fosse progettato per fare in modo che i proiettili in volo producessero un ronzio acuto o un rumore fischiante.
I proiettili sono stati trovati recentemente a Burnswark Hill nel sud-ovest della Scozia, dove è avvenuto un massiccio attacco romano contro i difensori dei nativi che ha avuto luogo su una collina-fortezza nel secondo secolo dC [Vedi Foto di Romano Battaglia del sito e dei proiettili]
Questi fori convertivano i proiettili in un'”arma del terrore”, ha detto l’archeologo John Reid del Trimontium Trust, una società storica scozzese che dirige la prima grande indagine archeologica in 50 anni del sito di Burnswark Hill.
Non erano dei semplici proiettili, silenziosi ma mortali, che volavano sopra il campo di battaglia; si aveva un effetto sonoro proveniente dai loro fori che avrebbe fatto abbassare le teste dei difensori“, ha detto Reid a Live Science. “Ad ogni esercito piace avere un vantaggio rispetto ai suoi avversari, quindi in questo caso si è ottenuto un vantaggio ingegnoso cambiando semplicemente i proiettili delle fionde“.
I proiettili fischianti erano anche più piccoli rispetto ai tipici proiettili per fionda, e i ricercatori pensano che i soldati potrebbero averne usati molti di più con le loro fionde – composte da due lunghi cavi tenuti nella mano di lancio, collegati a una sacca che conteneva le munizioni – in modo da poter scagliare più proiettili verso il bersaglio con un tiro.
Questi proiettili si possono facilmente tirare in gruppi di tre o quattro, in modo da ottenere un effetto a pioggia“, ha detto Reid. “Pensiamo che fossero per un quarto schermaglie, per arrivare abbastanza vicino al nemico.
I proiettili da fionda e le pietre sono una scoperta comune sui luoghi di battaglia dell’esercito romano in Europa. I più grandi sono in genere della forma di limoni e pesano fino a 2 once (60 grammi), ha detto Reid.
I più piccoli della forma di una ghianda – un simbolo che i romani consideravano fortunato – sono stati trovati anche a Burnswark Hill e in altri siti in Scozia.
Circa il 20 per cento dei proiettili da fionda di piombo trovati a Burnswark Hill era stato bucato con dei fori che devono aver rappresentato una notevole quantità di lavoro per preparare abbastanza munizioni per un assalto.
E’ un’enorme quantità di lavoro da fare, per oggetti che semplicemente venivano buttati via“, ha detto.
I segreti delle fionde
I proiettili fischianti non sono stati trovati in nessun altro sito romano, ma dei proiettili in ceramica con fori sono stati scoperti in siti di battaglie avvenute in Grecia dal II al III secolo a.C., Reid ha detto.
Molti archeologi avevano assunto che i fori dei proiettili greci fossero serbatoi per il veleno.
Ma negli esperimenti modermi effettuati con fionde usando circa 100 repliche dei proiettili fischianti, Reid ha scoperto che sarebbero stati poco utili come armi avvelenate.
I fori sono troppo piccoli, e non c’è alcuna garanzia che i proiettili poi penetrino la pelle“, ha detto Reid. “E sono balisticamente inferiori a quelli comuni: non volano molto lontano, non volano veloce e non hanno la stessa quantità di moto dei proiettili da fionda grandi – e allora perché trapanare dei buchi per il veleno solo in quelli più piccoli?
Il fratello di Reid, un appassionato pescatore, ha offerto alcune informazioni sul loro possibile scopo quando ha suggerito che i proiettili fossero stati progettati per fare rumore in volo.
Gli ho detto, ‘Non essere stupido. Hai idea di cosa tu stia parlando? Tu non sei un archeologo,’“, ha scherzato Reid. “Ed egli disse: ‘No, ma io sono un pescatore, e quando lancio con la mia canna con pesi di piombo che hanno dei fori come questi, fischiano.’
Improvvisamente, una lampadina si è accesa nella mia testa. Questo è davvero ciò che sono. Servono per fare rumore“, ha detto Reid.
Mortali in mani esperte
Al momento dell’attacco romano sulla Burnswark Hill, queste armi erano utilizzate principalmente da unità specializzate di truppe ausiliarie, “Auxilia”, reclutati per combattere a fianco delle legioni romane.
Tra i più temuti c’erano i frombolieri delle Baleari, un arcipelago vicino alla Spagna nel Mediterraneo occidentale, che ha combattuto per il generale romano Giulio Cesare nelle sue invasioni, senza successo, della Gran Bretagna nel 55 e 54 aC.
Questi uomini erano frombolieri esperti; avevano fatto questo per tutta la loro vita“, ha detto Reid.
Nelle mani di un esperto, un proiettile di fionda pesante o una pietra potrebbero raggiungere velocità fino a 100 mph (160 km/h): “Le più grandi pietre per fionda sono molto potenti – potrebbero letteralmente staccare la parte superiore della testa di un nemico“.
Burnswark Hill si trova a poche miglia a nord della linea di forti romani e bastioni nota come Vallo di Adriano, costruito durante il regno dell’imperatore Adriano, tra il 117 e 138 dC.
Reid ha spiegato che l’attacco romano al forte sulla Burnswark Hill era probabilmente parte della campagna militare ordinata dal successore di Adriano, l’imperatore Antonino Pio, che voleva conquistare la Scozia a nord del muro.
Pensiamo che sia stato un attacco a tutto campo sulla collina, per dimostrare agli indigeni che cosa ne sarebbe stato di loro se avessero resistito“, ha detto Reid.
Ma le tribù scozzesi hanno reagito duramente per più di 20 anni, e nel 158 dC, i romani hanno rivisto i loro piani di conquista del nord e ritirato le loro legioni di nuovo al Vallo di Adriano.
La Scozia è un po’ come l’Afghanistan per molti aspetti“, ha detto Reid. “Il terreno è piuttosto inospitale man mano che si va più a nord, e l’isolamento e le lunghe linee di aprovvigionamento renderebbero difficile manutenere un esercito così a nord.